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I frutti antichi

I frutti antichi

IL MELO. Era meglio se Adamo ed Eva mangiavano una bella pera.

by Amministratore 22 Aprile 2020
Forse il Paradiso Terrestre era a Bagdad, forse a Bassora, ma poteva essere perfino nel Kuwait, senza escludere Kabul, visto che si tratta d’interpretare i testi in ebraico e in greco della Bibbia e l’ubicazione del Paradiso è sempre stata oggetto di discussione da parte degli studiosi. Per la verità, prendendo per oro colato qualche traduzione, non ci dovrebbero essere dubbi, nel senso che l’Eden andrebbe ricercato tra i due grandi fiumi Eufrate e Tigri, dove il Signore piantò un grande giardino. “Il Signore – dice l’antico testo – piantò un paradiso nell’Eden, a oriente, e vi mise l’uomo che aveva modellato“. La faccenda del “paradiso” viene fuori dal testo greco (“paradeiesos”) che in realtà vuol dire la stessa cosa del termine ebraico “gan”, e cioè “giardino”, o meglio “parco piantato ad alberi”, mentre “Eden” va interpretato come “pianura”. Quindi si tratta di un parco creato in una pianura a oriente.

In un incredibile numero di storie intriganti c’è sempre di mezzo la mela, e nella mela dobbiamo vedere l’origine di molti nostri guai. (E vien fatto di azzardare, un’ipotesi: che tutto sarebbe stato diverso, che il mondo sarebbe stato migliore, e la nostra vita più semplice, se Adamo ed Eva, quando erano nel giardino orientale, avessero mangiato – anziché la mela – una bella pera, una susina claudia, o magari un fico.)

Mele cotogne del Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)

 
Forse tutto deriva dal fatto che la mela è bella tonda. E del resto, gli antichi sovrani romani, convinti di avere come bisavola la dea Venere (la Dea ebbe una breve avventura con l’eroe troiano Anchise, con il quale generò Enea, padre di Ascanio che si chiamava anche Iiulus, e quindi primo della gens Iulia) tenevano in gran conto la mela che era un simbolo di Afrodite insieme agli altri attributi del melograno, della rosa, del mirto. Sovrani di tempi più recenti si facevano raffigurare tenendo con una mano lo scettro e con l’altra un pomo-globo che magari aveva sopra una Croce per far capire che regnavano per “grazia di Dio”.
Quindi la mela è stato sempre un frutto foriero di grossi guai, come ben seppero i Troiani, per il quale il famoso Cavallo fu l’ultimo atto di un dramma che ebbe inizio con la mela di Paride.
La mela è il frutto più dannoso per gli uomini anche perché è l’attributo di Venere, il simbolo della bellezza femminile. E chi dice donna, dice danno. anche perché ce la dobbiamo portare sempre dietro, la mela, essendo per definizione “il pomo di Adamo”.
E poi dobbiamo dire la verità è un frutto che non sa di niente e non può essere certo paragonato, per sapore, a una pesca, un’albicocca, una fragola, un lampone. Per l’85% è costituito di pura acqua. (Si però – dicono i moltissimi che non sono d’accordo – l’altro 15% è costituito da vitamine A. B, C, PP, E, da zucchero e altri elementi nutritivi salutari. E chi ha scritto questo malevolo testo sulla mela non deve mai dimenticare che “An apple a day, keeps the doctor away“. Una mela al giorno leva il medico di torno. Peraltro è anche vero che se Adamo ed Eva avessero mangiato una bella pera, forse non ci sarebbe mai stato bisogno di un medico).
Mele a cipolla – Giardino della Memoria di Lucoli (AQ)

Liberamente tratto dal libro di Giorgio Batini “Le radici delle piante”. Ed. Polistampa

 
22 Aprile 2020 0 comment
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I frutti antichi

TRA LE CULTIVAR CONSERVATE NEL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI LA MELA LIMONCELLA

by Amministratore 20 Marzo 2020

La Regione Abruzzo ha istituito un apposito elenco tenuto presso il Dipartimento Politiche dello Sviluppo Rurale e della Pesca (DPD) degli agricoltori che facciano domanda di accreditamento. 

L’ambizione di NoiXLucoli Onlus è quella di divenire agricoltori custodi della biodiversità vegetale del territorio aquilano.

 

Esercitiamo nel Giardino della Memoria del Sisma, da dieci anni, un’attività agricola volta alla conservazione di cultivar antiche da pomo a rischio di estinzione o di erosione genetica.
Una delle cultivar che proteggiamo è la Mela Limoncella.
Segue scheda varietale relativa ai tre esemplari coltivati nel Giardino di Lucoli.

 

 

 

 

 

20 Marzo 2020 0 comment
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I frutti antichi

IL GELSO. I suoi frutti che erano bianchi divennero neri in segno di lutto parola di Ovidio…..La mitologia e l’albero di Gelso (Morus nigra) dell’Abbazia di San Giovanni Battista

by Amministratore 4 Settembre 2017
La nostra Associazione ha fatto richiesta per inserire il Gelso dell’Abbazia di San Giovanni Battista
tra gli alberi monumentali di Lucoli  

Il Morus nigra, il vero e proprio “moraccio” dei contadini (cosiddetto perché i suoi frutti sono drupe di color rosso scuro, quasi nero, e sono chiamate “more”, non diversamente dai frutti del rovo) è originario dell’Asia Minore, e si trova nei Paesi del bacino mediterraneo da tempo immemorabile.

Per la tradizione popolare e per una leggenda (antichissima), la storia delle “more” nere o bianche, va fatta risalire a una triste faccenda d’amore che ebbe per palcoscenico Babilonia, com’è documentato da Ovidio che ne ha tramandato tutti i particolari, raccontando il crudele “scherzo” organizzato dal Fato alle spese di due giovani innamorati: Piramo e Tisbe. “Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter – altera, quas Oriens habuit, praelata puellis – contigua tenere domos, ubi dicitur altam – coctilibus muris cinxisse Semiramis urbem”.
Il protagonista e la protagonista, i più bei giovani che mai l’oeriente abbia avuto (narra Ovidio) abitavano in edifici contigui, laddove si dice che Semiramide cinxisse coctilibus muris, cingesse con mura di mattoni cotti, la sua grande città. I due s’innamorarono, sognarono di sposarsi, ma al solito furono contrastati dai soliti genitori, e perciò furono costretti a parlarsi segretamente il che facevano grazie ad un muro di confine che presentava una fessura: abbastanza grande per far passare le parole, troppo piccola per consentire di passare dalle parole ai fatti. Cosicchè i due decisero di darsi un appuntamento nella campagna, presso un albero di gelso che cresceva vicino ad una sorgente (“…arbori bi niveis uberrima pomis – ardua morus erat, gelido contermina fontis”), insomma all’ombra di un moraccio che faceva frutti bianchi.
L’appuntamento andò di peste. Oggi potrebbe accadere che una ragazza arrivi puntuale sul luogo convenuto, ma che lui non si presenti perché trattenuto da un ingorgo del traffico, e lei se ne vada via indispettita, e magari butti giù il telefono quando lui la chiama per scusarsi, ma poi ci ripensi, perché un buon partito come Piramo non si trova a ogni angolo di strada, e infine faccia la pace quando lo rimpatta nella solita discoteca. Invece ai tempi di Ovidio ognic osa aveva un andamento più complesso, altrimenti gli antichi non si divertivano. Nel caso specifico, Tisbe andò sotto l’albero dai frutti bianchi (Morus alba), ma vedendo arrivare una leonessa, andò a nascondersi dentro una grotta lasciando per terra un suo velo, chela belva strappò con le fauci che erano insanguinate per aver banchettato a spese di un bovino. Poco dopo arrivò Piramo, vide il velo insanguinato, pensò che la sua Tisbe fosse stata sbranata, e volendo morire anche lui, si ferì mortalmente con un pugnale, mentre un fiotto del suo sangue irrorava i rami del gelso tingendo di nero tutti i frutti bianchi. Un fatto, questo, che rischiò di confondere Tisbe, che infatti, cessata la paura della leonessa tornò sul luogo dell’appuntamento, e riconobbe la pianta ma restò perplessa per il colore dei suoi frutti che non erano più bianchi. Poi i dubbi cessarono quando vide a terra il corpo agonizzante di Piramo, sul quale si gettò piangendo, dandosi anche lei la morte, dopo aver pregato la pianta di gelso di produrre sempre frutti di colore nero in segno di lutto. La preghiera fu udita dagli dèi che l’accolsero, e per questo il colore dei frutti di gelso, quando maturano, divenne nero (“nam color in pomo est, ubi permaturuit, acer”).
Questo accadde a Babilonia, ma poi avvenne in ogni luogo, anche in Italia, anche a Lucoli, dove, prospicente l’Abbazia di San Giovanni Battista, vegeta un Morus nigra secolare. I romani che lessero le storie di Ovidio, videro con i propri occhi che i gelsi portavano il lutto di Piramo e Tisbe, e s si convinsero che i moracci sarebbero stati neri in eterno (non potevano prevedere che dopo qualche tempo sarebbero arrivati i gelsi cinesi con le more bianche….).

Tratto da “Le radici delle piante” di Giorgio Batini. Edizioni Polistampa.
4 Settembre 2017 0 comment
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I frutti antichi

L’AUTUNNO E I FRUTTI DIMENTICATI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI

by Amministratore 3 Novembre 2016


Nespolo comune (Mespilus germanica) del Giardino della Memoria

In autunno, il Giardino della Memoria ci fornisce dei frutti quasi del tutto dimenticati, o comunque fortemente legati ad una tradizione agricola che va col tempo perdendosi. Tra i vari frutti vi vegetano il nespolo comune, il sorbo, il cachi e la mela e pera cotogna, la feloja (che ancora non ci ha dato frutti).Conosciamoli meglio per non dimenticarli.

La mela cotogna

La mela cotogna, una sorta di ibrido tra mela e pera, è un frutto ingiustamente dimenticato dell’autunno. Non è molto amata per il sapore acidulo della sua polpa, ma nessuno vieta di utilizzarla in cucina. Spesso dimentichiamo che la frutta non deve essere necessariamente consumata a fine pasto o per fare uno spuntino, è un ingrediente come gli altri, da utilizzare anche per preparare antipasti, primi e secondi piatti, oltre che dessert. Viene spesso utilizzata nelle marmellate; è, infatti, ricchissima di pectina; può essere usata sia per preparare la cotognata, ossia la confettura interamente di mela cotogna, sia per dare consistenza a marmellate ottenute prevalentemente con altri frutti. Vanta proprietà toniche, astringenti e antinfiammatorie a beneficio di stomaco e intestino. Grazie alla presenza di acido malico, favorisce la digestione. La mela cotogna cotta, grazie alla ricchezza di fibre, aiuta la motilità intestinale.


Il melo cotogno del Giardino della Memoria

La feijoa

Nonostante le origini e il nome esotici, la feijoa si coltiva anche in Italia, soprattutto in Sicilia, Puglia, Calabria, Liguria e Toscana, abbiamo voluto fare una grossa eccezione al protocollo botanico, coltivandola a Lucoli pensando soprattutto ai suoi bellissimi fiori, infatti è collocata fuori del Giardino della Memoria. 

Il frutto ha delle proprietà antibatteriche. Contiene una buona quantità di acido folico. Grazie alla presenza di arginina, favorisce la crescita ossea, è quindi un tipo di frutta molto adatta all’alimentazione dei bambini, oltre che a quella delle donne in gravidanza. Secondo alcune credenze avrebbe proprietà afrodisiache. Come la mela cotogna è particolarmente ricca di pectina ed è quindi particolarmente indicata per la preparazione di marmellate, in tal caso è consigliabile non scartare la buccia. La feijoa contiene una buona quantità di zuccheri e di iodio. Spesso viene utilizzata nell’industria dolciaria per ottenere gelatina e canditi.

Il frutto ha un profumo che ricorda quello dell’ananas e un sapore che somiglia un po’ a quello di una macedonia di fragole e ananas. È un frutto molto ricco di acqua e poco calorico; è ricchissimo di fibre. 

Il Cachi

Il Diospyros Kaki è un albero da frutto antichissimo, della famiglia delle Ebenacee, tra i primi ad essere coltivati dall’uomo, che ha probabilmente avuto origine in Cina, e poi si è diffuso in Estremo Oriente, dalla Corea al Giappone, dove è conosciuto anche come Loto del Giappone (per quanto questo nome dovrebbe essere limitato alla varietà del Diospyros Lotus). Nel paese del Sol Levante questa bellissima pianta è chiamata anche Albero della Pace, poiché alcuni esemplari riuscirono a sopravvivere alla bomba atomica sganciata su Nagasaki nel 1945, è anche per questo che lo abbiamo piantato nel Giardino della Memoria. Tra gli altri nomi usati per indicarlo, ci sono anche Mela d’Oriente e Albero delle Sette Virtù, in Asia, e Cibo degli Dei, in occidente. La pianta, che può superare i 15 metri di altezza, è stata diffusa in Europa e in America a metà del diciannovesimo secolo; in Italia l’albero è arrivato a fine ‘800 e la coltivazione intensiva è iniziata nei primi anni del ‘900. In genere la bacca si raccoglie tra ottobre e novembre; si presenta di un colore arancione acceso, da cui la denominazione dell’omonimo colore, e la varietà di kaki più diffusa è contraddistinta da una polpa molto cremosa, mentre la variante vaniglia è più compatta.

I cachi del Giardino della Memoria

Il sorbo domestico (Sorbus domestica L) del Giardino della Memoria

Il Sorbo

Il Sorbo domestico (Sorbus domestica L.) appartiene alla Famiglia delle Rosaceae.

E’ una specie originaria dell’Europa Meridionale, dalla Spagna alla Crimea e all’Asia Minore, spesso coltivata per i frutti anche fuori dal proprio areale. In Italia si trova sporadico in tutta la penisola e nelle isole, nei boschi montani di latifoglie preferenzialmente su substrato calcareo. Albero alto fino a 13 metri, molto longevo; i rami sono grigio tomentosi poi glabri, con gemma quasi glabra e vischiosa. Il frutto e’ un pomo subgloboso o piriforme lungo da 2 a 4 centimetri, di colore giallo-rossastro e punteggiato, quindi bruno a maturita’; la polpa e’ verdognola dolce, con endocarpo membranaceo e semi angolosi bruni.

I frutti maturano in autunno e sono molto ricercati dalla fauna selvatica. I frutti sono commestibili, di sapore acidulo, ricchi di acido malico e vitamina C, se ammezziti diventano dolci, con polpa farinosa molle.

Cotoneaster franchetii

Molto bella a vedersi ma non commestibile è la bacca del Cotoneaster franchetii, la pianta è un arbusto sempreverde di grandi dimensioni, alto e largo fino a 3 m., con foglie verde-grigio ed esili rami arcuati molto allungati; produce piccoli fiori bianco-rosati in agosto a cui seguono piccole bacche tondeggianti di colore rosso-arancio a grappoli. E’ stata piantata nel Giardino perché molto decorativa visto che le bacche rimangono sulla pianta tutto l’inverno.

3 Novembre 2016 0 comment
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I frutti antichi

IL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI CONSERVA LE ANTICHE PIANTE DA FRUTTO

by Amministratore 8 Settembre 2016
Melo romanella

Pero cotogno
“Conservazione” è un sostantivo al femminile e al femminile è stata per millenni l’opera di difendere e conservare l’albero da frutta, il cibo, la terra, la pace. 
Ora i ruoli sociali sono meno netti e donne e uomini capiscono, forse con ritardo, che è dovere di tutti conservare. Conservare ciò che esiste in tutte le sue forme perché la sopravvivenza e la naturale evoluzione di tutti noi si basa proprio su questa ricchezza: la grande e misteriosa eterogeneità della vita. Dalla storica conferenza di Rio de Janeiro, nel 1992, l’idea “diversità della vita” è stata opportunamente sintetizzata in “biodiversità”, concetto che oggi però si tende a usare in modo improprio, senza la necessaria riflessione sulla vastità di concetti basilari racchiusi in esso.
Nell’ambiente agricolo vi è un patrimonio antico, di notevole valore, che tuttavia è spesso trascurato ed anche poco conosciuto. Ci riferiamo ai cosiddetti “frutti antichi e dimenticati”, vale a dire a quei prodotti che un tempo erano coltivati normalmente e che avevano particolari caratteristiche: ad esempio, fornivano sostentamento alimentare nei periodi di carestia oppure medicamenti naturali per curare ed alleviare i malanni. Tutto ciò che il contadino piantava aveva uno scopo specifico. Nei nostri tempi, le nuove esigenze dei mercati hanno reso queste piante scarsamente commerciabili, perchè spesso hanno un frutto piccolo o sono facilmente deperibili; anche se esse presentano dei valori intrinseci come i loro caratteri genetici che ne fanno piante resistenti alle malattie e adattabili alle più diverse situazioni ambientali. Di conseguenza si è perduta l’abitudine a coltivarle e a propagarle. 
Molte di queste piante vegetano nel GIARDINO DELLA MEMORIA DEL SISMA DI LUCOLI (Aq).
Le varietà di questi frutti si sono conservate fino ad oggi soprattutto grazie all’azione degli agricoltori, al mantenimento di coltivazioni ed utilizzi tradizionali, allo scambio di semi e materiale di moltiplicazione vegetativa. Il Parco del Gran Sasso e Monti della Laga realizzò un progetto di reinserimento di tali colture e lo stesso vivaista incaricato dell’attività ha fornito a NoiXLucoli Onlus tali varietà autoctone per il Giardino.

Melo Rosso d’Estate

Melo Renetta Ruggine

Pero d’Agosto

La FAO ha ritenuto opportuno riconoscere esplicitamente che questa memoria storica, connessa ad esperienze attuali di coltivazione, ha un valore importante anche come parte integrante dell’agrobiodiversità, perché: “è l’attività umana che forma e conserva questa biodiversità (FAO, 1999) e l’uomo fa parte del mondo biologico”. Sul piano delle politiche di settore, gli orientamenti della Commissione europea in merito alla riforma della politica agricola comune (Pac) per il periodo 2014- 2020, mirano a promuovere la realizzazione della strategia comunitaria sulla biodiversità per il 2020, riconoscendo, in particolare, anche il ruolo che questa attività specifica dei coltivatori, con la quale sono salvaguardate le colture tradizionali, svolge a favore della diversificazione del paesaggio e della biodiversità. Le conoscenze disponibili in Italia sul tema dei “frutti antichi e dimenticati” sono disperse in un gran numero di esperienze che vedono coinvolti i raccoglitori informali, i cultori appassionati di queste tradizioni, sempre più diffusi, i raccoglitori formali ovvero coloro che operano in tale ambito per motivi di ricerca scientifica. L’esperienza di NoiXLucoli Onlus sarà divulgata a livello nazionale in una pubblicazione scientifica con lo scopo di mantenere viva la conoscenza delle tipologie di questi prodotti e delle tradizioni ad essi collegate, oltre che di far conoscere il memoriale del sisma agli italiani.

8 Settembre 2016 0 comment
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I frutti antichi

IL ROSMARINO E’ PER LA RIMEMBRANZA

by Amministratore 6 Maggio 2016

              

Narra la leggenda che infilare un rametto di rosmarino nella tasca dell’amato che si allontana lo aiuta a ricordare le sue promesse.
È a questo detto popolare inglese che deve aver pensato Shakespeare, quando nell’Amleto ha fatto dire a Ofelia «ecco del rosmarino, è per la rimembranza».
E’ a questo detto che hanno pensato i soci di NoiXLucoli Onlus quando hanno piantato rosmarino nel Giardino della Memoria del Sisma a Lucoli.
 
Ed è sicuramente a entrambi – folklore e tragedia – che si è ispirato Mark Moss, a capo del Dipartimento di psicologia della Northumbria University britannica e autore di un esperimento con il quale ha voluto capire se l’antico sapere nascondesse una verità scientifica. I risultati sono stati presentati a Nottingham alla Conferenza annuale della British Psychological Society, e confermano che il rosmarino può essere considerato davvero ‘l’erba della memoria: annusarne l’aroma migliora i ricordi. Gli scienziati – riferisce il Telegraph – hanno sistemato in modo casuale 150 pensionati in una stanza in cui era stato diffuso l’aroma di rosmarino, quello di lavanda o nessuno. Gli anziani sono stati quindi sottoposti a un test di memoria, mostrando performance migliori del 15% se avevano respirato profumo di rosmarino invece che lavanda o nessun aroma.
«Può sembrare poca cosa, ma può davvero fare la differenza – assicurano i ricercatori – per esempio quando ci si deve ricordare di assumere un farmaco salvavita». Lauren Bussey, dottoranda alla Northumbria, fa notare come questa sia «la prima volta che un simile effetto è stato provato in ultra 65enni sani. Ulteriori studi sono necessari per approfondire i possibili benefici di questo aroma». Che non è il solo promosso dalla scienza. Un test indipendente dello stesso gruppo di ricerca ha dimostrato infatti che la menta piperita, sotto forma di tisana, può aiutare la memoria. E che la camomilla possiede veramente un’azione calmante. Nel secondo esperimento, 180 partecipanti hanno ricevuto a caso del tè alla menta piperita, della camomilla o semplice acqua calda. Dopo 20 minuti di riposo sono stati sottoposti a prove cognitive e di memoria, e hanno compilato un questionario sull’umore. L’analisi dei risultati ha mostrato che bere tè alla menta, invece che camomilla o acqua calda, rafforza la memoria a lungo termine e migliora prontezza e riflessi. La camomilla, al contrario, rispetto a menta e acqua rallenta significativamente la capacità di memoria e attenzione.
 Per Moss «è interessante osservare anche gli effetti contrastanti di 2 erbe diverse, come la menta piperita e la camomilla, sull’umore e le facoltà cognitive. La proprietà della menta di risvegliare i sensi o l’azione sedativa della camomilla, verificate negli esperimenti, sono in linea con le virtù attribuite da sempre a queste sostanze e ne confermano i possibili benefici». «La mia ipotesi di lavoro – prosegue lo psicologo – è che quando inaliamo i componenti dell’aroma di rosmarino, questi vengono assorbiti nel sangue attraverso il passaggio dai polmoni e arrivano al cervello dove agiscono sulla chimica dei neuroni». «Credo che i detti della saggezza popolare, che si sono tramandati di generazione in generazione fino ai giorni nostri – commenta Moss – si siano basati sull’osservazione di determinati comportamenti». E così non è un caso se «un tempo in ogni villaggio c’era chi dispensava lavanda per dormire, o camomilla per calmare». Se «gli effetti di alcune erbe sono stati documentati nei secoli e nei millenni», è perché «i nostri avi avevano notato le loro proprietà. Realizzando, per esempio, che il rosmarino aiutava a ricordare».
 http://salute.ilmessaggero.it/alimentazione/rosmarino_potenzia_memoria-1697340.html
6 Maggio 2016 0 comment
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I frutti antichi

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: LA MELA STRIATA INVERNO POGGIO SANTA MARIA

by Amministratore 23 Maggio 2012

Le tre specie piantumate nel Giardino della Memoria hanno origine da un ceppo presente a Poggio Santa Maria di Sassa  (AQ) e possono essere ricondotte alla varietà della mela Annurca. 
Come vedete dalla foto l’albero del giardino ha già fruttificato nel 2011. 
Uno degli alberi appartenenti a questa specie, è stato dedicato alla Cassa di Risparmio dell’Aquila e Provincia, che ci ha sostenuto nella realizzazione del progetto.

L’Annurca è definita la “regina delle mele”, soprattutto per la spiccata qualità organolettica dei suoi frutti, l’Annurca ha da sempre caratterizzato la melicoltura di molto del sud dell’Italia. La sua raffigurazione nei dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano ed in particolare nella Casa dei Cervi, testimonia l’antichissimo legame dell’Annurca con la “Campania felix”. Luogo di origine sarebbe l’agro puteolano, come si desume dal “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio (Como 23 d.C. – Stabia 79 d.C.). Nei secoli successivi la mela annurca si sposta dal suo luogo di origine ed approda in terre dove le caratteristiche del frutto si esalteranno: nell’area aversana e nel “quadrilatero” al confine tra Sannio e Caserta, poi via via nel Nocerino, nell’Irno, nel Picentino e successivamente nell’Alto Casertano. Oramai in viaggio, arrivò anche in Abruzzo.
Risale al 1950 l’opuscolo ‘Annurche e Sergenti nei melai della Campania’: un lavoro pubblicato da Giuseppe Fiorito,  incentrato proprio sulla “regina delle mele”. Basta sfogliarlo per comprendere da subito che l’annurca non è una mela qualsiasi, ma un vero e proprio capolavoro, risultato della grande  cura mostrata nei confronti di questo frutto dagli agricoltori.

Maschera di Andromeda,  Ercolano, Casa dei Cervi, 45-79 d.C.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nella parte superiore si distinguono le mele Annurche

Proprio per la provenienza da Pozzuoli, sede degli Inferi, Plinio il Vecchio la chiama “Mala Orcula” in quanto prodotta intorno all’Orco (gli inferi). Anche Gian Battista della Porta (?1535 – Napoli 1615) nel “Suae Villae Pomarium”, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli riferisce come queste siano volgarmente dette orcole. Da qui i nomi anorcola e annorcola utilizzati successivamente, fino a giungere al 1876 quando il nome “Annurca” compare ufficialmente nel Manuale di Arboricoltura di G.A. Pasquale. Descrizione del prodotto L’Annurca, anche nel mutante “Rossa del Sud”, è famosa per la polpa croccante e compatta, gradevolmente acidula e succosa, aromatica e profumata, di buone qualità gustative. Il frutto si presenta del tipico colore rosso con epidermide liscia, cerosa, mediamente rugginosa nella cavità peduncolare. Uno degli elementi di tipicità che certamente caratterizzano questa coltura è l’arrossamento a terra delle mele nei cosiddetti “melai”, un tempo coperti di strati di canapa detti “cannutoli” oggi sostituiti da altri materiali (aghi di pino, trucioli di legna, ecc.).

Le Proprietà:
La mela Annurca si presenta con delle peculiari caratteristiche estetiche ed organolettiche che contribuiscono fortemente a delinearne la tipicità. Il frutto è piccolo, con un peso medio di poco superiore ai 100 grammi. La forma è appiattita o rotondeggiante con epidermide rosso-striata, mentre la cavità peduncolare presenta una caratteristica area rugginosa. La polpa è di un colore bianco, di consistenza compatta, dolce e succosa, piacevolmente acidula e fortemente aromatica. La consistenza del frutto si mantiene quasi del tutto inalterata anche dopo mesi di conservazione. L’Annurca si presenta come un concentrato di vitamine B1, B2, PP, C, unitamente ad elementi minerali quali fosforo, ferro, manganese, zolfo e soprattutto potassio. Ad essa sono attribuite azioni positive a carico dell’apparato muscolare e nervino, effetti antireumatici, diuretici e dissetanti, una certa azione ipocolesterolemica e antimicrobica intestinale. Studi recenti hanno dimostrato, infatti, che la mela annurca è ricca di sostanze capaci di conferirle un elevato potere antiossidante. Per cui essa potrebbe avere un ruolo decisivo nella prevenzione del cancro. La ricchezza in fibra poi, la rende particolarmente adatta a ripulire le arterie dal colesterolo e quindi a prevenire le malattie cardiovascolari.
Curiosità:
L’Annurca, veniva coltivata principalmente in Campania, e comprendeva i frutti delle varietà Annurca e Annurca Rossa del Sud. La sua raccolta avveniva tra la seconda quindicina di settembre e la prima di ottobre; tempo in cui queste mele venivano deposte nel “melaro” per completare la loro maturazione. E, ciò, perché avendo tali mele il peduncolo corto e debole, se non raccolte anticipatamente sarebbero state soggette alla cala. Per questa ragione non si eseguiva il diradamento dei frutti per ottenere maggiore pezzatura, poiché il conseguente maggiore volume di esso avrebbe prodotto la rottura, anzi tempo, della maturazione, del peduncolo dal rametto con la cascola del frutto. La raccolta delle mele doveva essere eseguita a mano. Nella tradizione campana le mele venivano poste con accortezza entro speciali ceste denominate: “collette” o “connole” e avviate al “melaro”, per completare colà la maturazione. Il “melaro” era un appezzamento di terreno preparato per tale esigenza. Scelta una località elevata con terreno che non avesse avuto un’alberatura fitta, veniva sistemata a “porche” larghe circa m. 1,20 e lunghe quanto lo consentiva l’appezzamento prescelto, con pendio verso due solchi laterali. Questi solchi, larghi circa cm. 40 e profondi 20, separano le “porche” tra loro, servivano a smaltire l’acqua piovana e consentivano alle donne addette al “melaro” di praticare le cure relative. Questo terreno, veniva coperto da uno strato spesso circa 2 cm. di canapuli, che resistevano bene alla pioggia senza fermentare, su cui venivano adagiate le mele, evitando così il contatto con il terreno. La deposizione delle mele sulle aiuole così preparate era fatta con due strati. Nel primo strato inferiore, a contatto con i canapuli, venivano poste le mele più arrossate e nel superiore quelle con la buccia in parte gialla che veniva rivolta alla luce. Così sistemate le mele venivano visitate successivamente dalla prima all’ultima aiuola asportando quelle di scarto e le mature che si mandavano al mercato, mentre si voltavano quelle con la parte gialla alla luce per farle  arrossire. Infine, quando le mele erano completamente arrossate, cioé verso dicembre, si raccoglievano in capanne. Queste, provvisorie e di limitata durata, erano sostituite con materiali vari di vegetali, con pareti facilmente spostabili per farvi passare aria e luce nelle belle giornate invernali. Il tetto con pendenza permetteva alla pioggia di bagnare le mele; il pavimento era fatto con le stesse norme del “melaro” e su di esso si accumulavano le mele a piramide con altezza di circa 80 cm. in uno o più cumuli.
La foto di un “melaro” e delle ragazze e dei bambini che se ne occupavano

Fonti: Pasquale Orlando “Marano di Napoli, vita socio-economico-religiosa”. 1993.
In parte tratto da: http://www.lucianopignataro.it/a/la-mela-annurca-storia-e-tipicita-del-frutto-mito-della-campania/16168/
23 Maggio 2012 0 comment
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I frutti antichi

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL PESCO PLATYCARPA

by Amministratore 7 Ottobre 2011



I donatori della pianta Silvana Petricone e Giuseppe Burgo




La pianta nel Giardino della Memoria

 

Fiori di pesco



Pesca Platycarpa



Prunus persica Varietà Pesca Piatta o Platipesca o Platicarpa.
Pesco piatto (platicarpa) antica varietà curiosa e particolare, rustica, a frutto medio-piccolo, a forma di disco con polpa dolcissima, aromatica, spicca, fondente.
E’ caratterizzata da una produzione abbondantissima. Matura a fine agosto.
La pianta del Giardino della Memoria è stata adottata da Silvana Petricone e Giuseppe Burgo originari del Colle, ha fatto un solo frutto….. che hanno mangiato gli uccelli…..il prossimo anno recupererà!
Le pesche piatte (platipesche, saturnine o tabacchiere) rappresentano una tipologia di pesco a frutto di forma schiacciata. Però pesche con questa forma insolita non sono una novità: in alcune zone sono conosciute da decenni (forse da secoli), ma ultimamente si è risvegliato un grande interesse sia produttivo che commerciale nei loro confronti.
I mercati mondiali, infatti, stanno mostrando un sensibile aumento dell’interesse per questo tipo di varietà che normalmente presenta elevate caratteristiche organolettiche, facilità di consumo, facilità d’imballo e quindi di trasporto e commercializzazione. Il successo però che stanno riscuotendo è anche legato ad un processo d’innovazione varietale e di miglioramento genetico che negli ultimi anni si è sviluppato. In questo modo si sono costituite varietà che migliorano le precedenti in alcune caratteristiche che ne limitavano la diffusione. Le antiche varietà (come quella del Giardino della Memoria) presentano difetti quali la costante presenza di spaccature alla base del frutto con perdita di succo, il distacco alla raccolta di parti di buccia e di polpa per mezzo del peduncolo e spesso la modesta produttività.
La Sezione di Pomologia e miglioramento genetico del Cra – Centro di ricerca in frutticoltura Roma ha già introdotto 9 cultivar di pesche a polpa piatta (Prunus persica var. platicarpa) denominate UFO, tale specie è caratterizzata oltre che dall’insolito aspetto del frutto schiacciato ai poli, da caratteristiche organolettiche gustative quale sapore, dolcezza e aromi, particolarmente apprezzati.
Proprietà e valori nutrizionali
La pesca è un frutto rivitalizzante. Ha un buon contenuto di vitamine A e C.
E’ lassativa e diuretica. Svolge un’azione depurativa che si manifesta con l’incremento della funzionalità dei reni e dell’intestino.
E’ uno dei frutti meglio tollerati dallo stomaco, consigliata persino nelle alterazioni della funzione digestiva.
E’ particolarmente indicata per chi soffre di disturbi artritici e gottosi.
Le foglie, i fiori e la mandorla del nocciolo contengono una sostanza chimica che libera acido cianidrico, pertanto non vanno mangiati, sono velenosi e quindi molto pericolosi. Per questo è bene mettere in guardia i bambini e adulti.
E’ bene mangiare le pesche lontano dai pasti perché, come tutta la frutta, non facilitano la digestione se mangiate alla fine del pranzo.
Controindicazioni
Deve essere consumata con moderazione in caso di diabete, ulcera gastroduodenale, gastroenterocolite.
Si consiglia di non darla ai bambini nei primi anni di vita perchè può scatenare crisi allergiche.
Cosmesi fai-da-te Per la pelle del viso.
– La polpa di una pesca matura, schiacciata e applicata sul viso, è una vera maschera di bellezza, estremamente benefica per pelli secche, delicate e sensibili.
– Frullando la polpa di una pesca matura con l’aggiunta di panna liquida si ottiene una maschera per il viso con azione idratante e leggermente esfoliante.
– Il succo viene usato per lozioni che attenuano le macchie cutanee.
– Con le foglie di pesco in infusione nel latte caldo si fa una crema di bellezza, che dona al viso l’incarnato dei meravigliosi frutti.
Per i capelli.
E’ utile come impacco pre-shampo (pesche schiacciate e ridotte a crema, con aggiunta di argilla verde e succo di limone) in quanto, i suoi acidi, riequilibrano la secrezione sebacea e danno volume e salute soprattutto ai capelli grassi
Curiosità
Il nome: detta anche pomo persico o pomo di Persia. Abbreviazione di “persica”, dal Latino “persicum”= frutto persiano. Il frutto in italiano viene distinto dalla “pesca” intesa come sport (pésca) dall’accento grave: pèsca.
Cenni storici
La pesca veniva citata dai greci e dai latini come il frutto di Persia, la cui introduzione nell’area ellenica si faceva risalire ai tempi di Alessandro Magno che di ritorno dalle sue campagne asiatiche, portò in patria alcune piante di pesco.
In Egitto, la pesca era sacra ad Arpocrate, dio del silenzio e dell’infanzia, tanto che ancora oggi le guance dei bambini vengono paragonate alle pesche, per la loro morbidezza e carnosità.
Il frutto arrivò a Roma nel I secolo d.C.
Nei dialetti italiani Abruzzo: bricòche, pricoc, pricoc’ (Pescara). Basilicata: pr’kuok.
È considerato simbolo di immortalità in Cina, perché preserva il corpo dalla corruzione. Le foglie tritate, poste sull’ombelico, ammazzano i vermi. Se si soffre di febbri intermittenti, occorre alzarsi di notte ed abbracciare il tronco di un pesco, che sia fiorito: si guarirà certamente, ma si ammalerà, il pesco……..

Parzialmente tratto da: http://www.alimentipedia.it/Frutta/Frutta_pesca.html

In cucina: pesche ripiene di cioccolato bagnate nell’alchermes
Ingredienti:
500 g. farina
3 uova
150 g. burro
150 g. zucchero
1 bustina di lievito per dolci
Latte q.b.
Nutella q.b.
Alchermes q.b.
Preparazione:
In una ciotola riunite la farina, il lievito, lo zucchero e amalgamate bene il tutto.
In un altro recipiente sbattete le uova.
Sciogliete il burro a fuoco basso, e una volta raffreddato, unitelo alle uova sbattute.
Mischiate i due impasti mettendo a cucchiaiate il composto di farina in quello dell’uovo, avendo cura di amalgamare bene il tutto.
Il risultato finale deve essere un impasto morbido e colloso (aggiungere il latte ogni volta che l’impasto risultasse troppo duro), prendendone un po’ con il cucchiaio e riversandolo nella ciotola deve rimanere in superficie senza affondare nella massa.
Riempire la tasca da pasticcere (in mancanza della tasca da pasticcere potete usare anche un cucchiaino da tè) con l’impasto e depositare sulla placca del forno (rivestita di carta forno) tanti ciuffetti ben distanziati tra loro.
Scaldate il forno a 180° e infornate le prime peschette per 8 minuti, al termine della cottura le peschette devono essere pallide sopra e colorate sotto.
Tutte le infornate seguenti devono cuocere in forno solo per 5 minuti, perché il forno man mano diventa più caldo e rischiate di bruciarle.
Una volta che le pesche si sono raffreddate, raschiate con la lama di un coltello il fondo colorato, in questo modo la farcitura aderirà meglio.
A questo punto prendete una metà, spalmatela con un cucchiaino di Nutella e unitela ad un’altra metà.
7 Ottobre 2011 0 comment
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I frutti antichi

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL MELO A CIPOLLA

by Amministratore 5 Ottobre 2011



La pianta del Giardino della Memoria. I fiori che la avvolgono sono di convolvolo.
Questa antica varietà è chiamata anche Garofana o Cipollina, deve il suo nome alla forma schiacciata  e alla buccia di colore striato che ricordano appunto una cipolla. La sua polpa è bianco crema, tenera, fondente, profumata e succosa, di sapore leggermente acidulo, poco dolce.
Origine e diffusione: diffusa nel centro Italia.
Albero: vigoria elevata, portamento espanso, fruttifica prevalentemente su lamburde.
Fenologia: epoca di fioritura media ( prima decade di maggio); epoca di raccolta media-tardiva (seconda decade di ottobre).
Frutto: Forma appiattita, profilo trasversale costoluto, irregolare; buccia liscia, sottile, unta a maturazione, di colore verde-giallo, sovraccolore rosso- rosa 60 % della superficie, lenticelle numerose di colore giallo; pezzatura media, peso medio 150 g.
Fiore
Corolla grande, petali ellissoidali, bianco-rosati, sovrapposti (lunghezza 25 mm, larghezza 18 mm).




La mela a Cipolla




Ricetta: Pasticcio di cipolle e mele (non siamo riusciti a trovare una ricetta specifica con la mela a cipolla).
Categoria: Antipasti di terra
Tempo preparazione: 30 Min
Cottura: 1 Ora
Pronta In: 1 Ora 30 Min
Difficoltà: Media
Dose: 4 persone
Stagione: inverno
Saporita e particolare torta salata preparata con una morbida pasta brisée farcita con strati alternati di fettine di mele renette, rondelle e crema di cipolla e panna da cucina, aromatizzati da una pioggia di polvere di spezie miste e salvia tritata. Può essere utilizzata come dolce natalizio, cone decori da fare con i ritagli di pasta si può creare un simpatico tocco natalizio che uniti al gusto di questo straordinario piatto, appagheranno sia il palato che la vista dei vostri commensali.
Ingredienti:
Pasta brisée, 300g
Cipolle, 500g
Mele renette, 500g
Panna da cucina, 3 cucchiai
Salvia tritata fine, 2 cucchiaini
Spezie miste, 1 pizzico
Sale
Pepe
Lavorazione:
Stendete la pasta sottilmente e con questa foderatevi uno stampo per tortini del diametro di circa 18cm (conservate circa un terzo della pasta per dopo).
Tagliate le mele a fettine sottili e sistematevi uno strato sulla pasta. Continuate con uno strato di cipolla in parte a fettine e in parte tritata, spolverate con salvia, sale, pepe e spezie. Alternate gli strati fino a concludere con uno di panna; ricoprite il tutto con una sfoglia creata con parte della pasta avanzata, decorate con ritagli di pasta dal motivo natalizio (stelline, alberelli di natale, ecc.) e cuocete in forno caldo a 190° per circa un’ora.
Tratto da www.chicucina.it
5 Ottobre 2011 1 comment
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I frutti antichi

GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL MELO IMPERATORE – Malus communis pumila var. Imperatore

by Amministratore 12 Settembre 2011
Melo imperatore del Giardino della Memoria
Cultivar antica di origine russa (1874). Questa varietà di melo, Malus domestica, è un ibrido complesso alla costituzione del quale avrebbero contribuito il melo europeo (M. sylvestris), e specie asiatiche quali la M. baccata e la M. prunifolia, che si sarebbero ibridate naturalmente nelle valli che congiungono l’Europa all’Estremo oriente. Attualmente, l’area di origine è occupata dalle repubbliche dell’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Kirghizistan), fino ad estendersi alla provincia cinese dello Xinjiang. Il trasferimento del melo verso l’Asia minore e l’Europa risalirebbe al Neolitico, circa 6000 anni fa, dove la coltura avrebbe trovato naturale diffusione, soprattutto nelle aree temperato‐fredde dell’Europa. Non abbiamo notizie, al momento, di quando sia stata coltivata per l aprima volta in Abruzzo, ove vegeta facilmente. Pianta molto vigorosa e resistente ai forti freddi, non ha esigenze speciali.
Il frutto

Il frutto è enorme, la buccia è di color rosso vivo. Polpa stopposa, ispida. Matura precocemente, da settembre a novembre. La buccia è cerosa, di colore di giallo verde con colore rosso ampiamente diffuso e compatto (almeno sul 50% della superficie), con lenticelle evidenti.  La polpa è di colore bianco-crema, fine, consistente, poco o mediamente succosa, dolce acidula, poco aromatica. Il frutto è ottimo da consumare fresco o come ingrediente di piatti e prodotti del territorio anche in insalate e sorbetti.

COLTIVAZIONE
La pianta predilige i climi umidi e freddi, ed è in grado di resistere anche a temperature di 25°C sotto zero. Soffre le gelate tardive. La raccolta viene effettuata manualmente tra settembre e novembre.
Il frutto contiene molta acqua, poche proteine (0,2%) e grassi (0,3%), fibra, diversi zuccheri (11%), fosforo (12 mg), calcio (6 mg), ferro (0,3 mg), è povera di sodio e potassio, apporta vitamine C, PP, B1, B2 e A.
Fornisce 44 kcal o 187 kjoul ogni 100 grammi.
Ha azione diuretica e dissetante
IN CUCINA
Polpettone con mele imperatore
3 mele imperatore
500 gr di carne macinata
100 gr ricotta
2 fette di mortadella
100 gr di parmigiano
 cucchiai pane grattugiato
50 gr di burro
noce moscata q.b.
sale q.b.
cannella q.b.
Preparazione
Sbucciare le mele, tagliarle a spicchi e mantecare in padella per 2 minuti con burro e cannella.
Impastare la carne con uova, parmigiano, sale, noce moscata, cannella e ricotta.
Formare un salame di carne, applicare una parte di mele al salame di carne, avvolgerlo con la mortadella.
Aggiungere il pangrattato ed incartare con la carta forno e carta stagnola.
Infornare a 170° per 40 minuti. Servire tagliato a fette, sulle quali si può versare una salsa di mele con curry.
CURIOSITA’
La mela imperatore è utile nelle diete dimagranti perché dà un senso di sazietà ed ha poche calorie.

Con riferimento a tutti i tipi di mele: masticare una mela ha un’azione sbiancante sui denti e pulisce le gengive.
12 Settembre 2011 0 comment
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