DONNE E CULTURA DELLA SOPRAVVIVENZA DAL BOSCO

by Amministratore

Credits: fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi 
L’Istituto Italiano di Cultura a Parigi ha ospitato una mostra dedicata al grande fotografo e storico italiano della fotografia, scomparso quasi novantenne lo scorso 5 marzo, questa, una delle bellissime foto esposte.
Essendo il territorio di Lucoli ricco di boschi abbiamo voluto pubblicare questo testo per immaginare il ruolo delle donne (vorremmo risalire a qualche secolo indietro) nel tempo, volto alla ricerca del cibo nei boschi. Grazie ad un interessante convegno dell’ISPRA “donne ed alimentazione” abbiamo tratto alcuni spunti tematici.
Donne ed Uomini
Per quanto appartenenti alla stessa condizione umana, motivi di origine antropica, storica e culturale rendono uomini e donne peculiari tra loro. Fin dalla preistoria, infatti, in situazioni di difficile sopravvivenza e qualità di vita (durante le guerre, pestilenze, dominazioni, sconvolgimenti ambientali, ecc.) per altro ripetutesi costantemente nei diversi periodi storici fino ad oggi, l’ottimizzazione delle diverse attitudini, dovute alle differenze biologiche tra maschi e femmine, è stata il pilastro della prosecuzione della vita umana.
Essendo la naturale custode della prole fin dal concepimento, la femmina ha sviluppato le sue capacità migliori soprattutto verso tutti quei fattori, piccoli e grandi, necessari non solo a alla sopravvivenza della famiglia, ma anche al suo benessere e confortevolezza dell’esistenza. E’ naturale che, mentre l’uomo, libero dagli obblighi naturali della maternità, si sia orientato verso i rapporti con il mondo esterno (caccia, guerra, comando, relazioni con le comunità circonvicine, difesa del territorio), la donna abbia dovuto applicare la sua attenzione ad un’area più ristretta adatta all’allevamento dei figli e a garantire alla famiglia un rifugio sicuro e accogliente. In altre parole, nella donna si è sviluppata una capacità psicologica introspettiva attenta ai dettagli che invece è meno presente o, tal volta, del tutto assente nell’uomo. Negli uomini, quindi, è molto più facile trovare la regola dell’etica (o capacità astrattiva) che favorisce lo scambio con l’esterno in senso lato anche in termini di conoscenza oggettiva, mentre la donna usa molto di più le informazioni come strumento di conoscenza soggettiva. Questo tipo di conoscenza dettagliata, rivolta al mondo “privato”, spesso fu anche l’unico strumento di potere femminile che, a seconda dei periodi storici, fu a volte elogiato, altre temuto dalla società. Ad esempio l’uso delle piante in cucina e i segreti culinari furono motivo di ammirazione, rispetto e considerazione mentre la conoscenza, se pur empirica, delle proprietà curative delle piante officinali fu tra le cause della caccia alle “streghe”.
Da quanto detto, risulta facile intendere come la donna, almeno fino all’avvento dell’era industriale, che ha praticamente stravolto il ruolo dei due sessi, abbia costruito la sua cultura su un’attenta e particolareggiata osservazione del mondo circostante, che era il più confacente alle sue esigenze, che comprendeva anche la conoscenza e l’uso delle risorse naturali ivi disponibili. In un tale contesto, il complesso “sistema bosco” era un contenitore ricchissimo di elementi adatti a formare ed arricchire la cultura femminile. 
Donne che raccolgono noci – Credits: foto storica Alinari

Il bosco e la donna

La definizione ufficiale informa che “un bosco deve avere un’estensione minima di 5.000 m², con altezza media degli alberi di almeno di 5 m, una percentuale di copertura del suolo di almeno il 20% nonché una larghezza minima di almeno 20 m”. Tuttavia il bosco non è solo una superficie definita da parametri fisici, ma è soprattutto un luogo dove animali e piante intrecciano un legame di dipendenza dinamica, ma facilmente alterabile, sia tra loro sia con il clima e il suolo. In altri termini, il bosco costituisce una biocenosi (o comunità) di popolazioni di specie diverse, che vivono in uno stesso ambiente naturale con il quale si vengono a creare dei rapporti di interrelazione e interdipendenza. 
Tra le varie popolazioni aventi connessioni col sistema bosco, ovviamente, sono incluse anche quelle umane che nel corso dei secoli, si sono avvalse, come e più degli altri animali, dei benefici e opportunità che il bosco, era ed è in grado di elargire con generosità. Il bosco, all’occorrenza, poteva essere un nascondiglio sicuro, fornire legna per il riscaldamento, prodotti ricchi di composti aromatici e medicinali ma, soprattutto, era fonte di cibo. Oltre ad animali e funghi, anche radici, bacche, frutti di vario tipo erano reperibili in tutte le stagioni e a pochi passi dall’insediamento antropico: tale situazione era particolarmente favorevole alle donne che potevano così agevolmente rifornirsi dei suddetti prodotti senza allontanarsi troppo dalle abitazioni e senza lasciare la prole incustodita. Ben presto queste madri eccellenti furono in grado di discernere i prodotti dannosi da quelli vantaggiosi per il benessere dei figli e della famiglia. Certamente, avranno escluso dalla raccolta le radici, i funghi e le bacche velenose, per concentrarsi su tutto ciò che poteva arricchire la dieta della loro comunità, selezionando le specie eduli per le loro qualità nutrizionali ed in base alla versatilità dei prodotti che si potevano ottenere limitando gli spostamenti e la fatica. E’ lecito perciò supporre che, tra tutte quelle presenti in un bosco, le specie a molteplice attitudine (da cui cioè si ottengono diversi tipi di prodotti di qualità) siano state tra le più apprezzate ed utilizzate. Tra queste ad esempio il noce, come testimoniato da reperti storici e fossili, che è stato usato da tutte le civiltà fin da tempi immemorabili. Tra queste anche le “Cerque” (in dialetto abruzzese) con i loro frutti: le ghiande.
Ghiande
Noce
Boschi di Lucoli un albero pluricentenario
I boschi nel territorio di Lucoli si estendono generalmente nella valle di Morretano ed a Casamaina. Quello del Morretano è ricco di specie di Ulmus glabra, Acer pseudoplatanus e Faggi secolari. Nella valle di Casamaina vive una colonia di Acer pseudoplatanus, un certo numero di esemplari di Rhamnus alpina a portamento tipico di “alberello” e roveti con prevalenza di Rosa Canina. Verso la Frazione di Prato Lonaro, in corrispondenza della prima forra calcarea, aspra ed impenetrabile, si è spontaneizzata una colonia di Junglas regia, la comune noce. Questa specie, che solitamente predilige terreni freschi, profondi e fertili come nelle zone di Casavecchia, Colle, Collimento, in questo caso ha colonizzato spontaneamente un terreno povero, difficile e calcareo, fuori dalle regole comuni del suo habitat. Sempre a Lucoli la seconda essenza  botanica in ordine di maggior ediffusione è la Roverella (Quercus pubescens). La troviamo dalla zona basale fino a 1100 m. e forma boschi più radi, occupando esposizioni miste. Con la diminuzione della pastorizia i querceti sono oggi in espansione, stentata, ma diffusa. I nostri territori ove vegeta la quercia, sono spesso poveri, aridi e rocciosi. A Lucoli i boschi secolari, che formavano ambienti veramente spettacolari con alberi giganteschi, contorti, quasi da favola, sono praticamente scomparsi. Si notano alcuni rimasugli nella zona di Munito, Santa Croce. In località Peschio Cancelli e S. Andrea, sono sopravvissuti solo alcuni esemplari grandiosi ma rari.
Tra gli alberi del nostro territorio usati nel passato a scopo commestibile c’era la Roverella (Quercus pubescens) o Cerqua.
A differenza di molte altre specie, la quercia conserva le foglie fino all’inizio della primavera, come è raccontato nella favola della quercia e del diavolo. Un giorno, gli alberi dei boschi, preoccupati dalla concessione che il Signore aveva fatto al diavolo, affidandogli il potere sul bosco, anche se solo per il periodo in cui gli alberi sono completamente privi di fogliame, chiesero consiglio alla vecchia e saggia quercia. L’albero promise di trattenere le sue foglie secche sui rami il più a lungo possibile, in modo che il bosco non fosse mai del tutto spoglio e il demonio non potesse avere il dominio su di loro. Da allora le foglie secche della quercia cadono completamente solo quando almeno un cespuglio si è già rivestito di foglie nuove. Per i dialetti abruzzesi, così come per quelli di gran parte dell’Italia centrale, la roverella è ora la Quercia per antonomasia. Essa viene indicata, in genere, con il termine Cerqua o Cerca, attestato anche nell’italiano antico, che deriva per metatesi da quercia. Questa voce è all’origine di numerosi toponimi, che testimoniano chiaramente la passata diffusione del querceto. Sul rapporto positivo intercorso tra le comunità e questa pianta hanno pesato nei tempi trascorsi i vantaggi offerti dall’impiego dei suoi frutti nell’alimentazione dei suini, l’uso del legno come combustibile dotato di elevato potere calorico e la possibilità di utilizzarne le fronde per l’alimentazione del bestiame in caso di necessità. In passato le donne utilizzavano le ghiande dal sapore quasi dolciastro per l’alimentazione. Venivano macinate e sotto forma di farina erano utilizzate per produrre pane o polenta almeno fino ai primi anni del 1900. Questo uso, probabile retaggio di epoche molto remote, addirittura precedenti alla diffusione della cerealicoltura, fu sicuramente molto più esteso durante i periodi di carestia. In Abruzzo si ha notizia dell’utilizzo a scopo alimentare delle ghiande della Quercus Virgiliana, una specie abbastanza simile alla roverella, tanto da essere considerata da alcuni semplicemente una sua forma, dotata tuttavia di distribuzione molto più sporadica. Quest’albero è generalmente indicato con l’appellativo di “quercia castagnara” per il sapore dei frutti, che con la cottura diviene simile a quello delle castagne. Il maggiore ostacolo all’utilizzo a scopo alimentare delle ghiande era rappresentato dal loro gusto amaro, dovuto alla presenza di acidi tannici, composti dotati anche di una certa tossicità nei confronti dell’uomo e di alcuni animali domestici. Solo tramite bollitura ripetuta, talora effettuata con l’aggiunta di cenere o argilla, era possibile allontanare da questi frutti buona parte dell’acido tannico, che è solubile in acqua, rendendoli più accettabili per il palato umano. Prima di effettuare tale operazione, era necessario però, sbucciare e spellare le ghiande, facendole seccare al sole o arrostire al fuoco esattamente come le castagne. Una volta ottenuto il seme pulito, lo si frantumava e i pezzetti ottenuti si mettevano a bagno in un po’ d’acqua da sostituire più volte. A questo punto le ghiande venivano cotte per farne polenta, oppure venivano frantumate con un macinino da caffé o da cereali, fino ad ottenere una vera e propria farina. Con le ghiande tostate e macinate (ma non lisciviate) in passato si preparava un succedaneo del caffé privo di caffeina. Le ghiande contengono dal 30 al 40% di acqua (prima di essere essiccate), dal 40 al 50% di carboidrati, dal 2,5 al 5% di proteine, dal 5 al 15% di grassi (prevalentemente insaturi), dal 5 al 10% di fibre ed altri composti. Tra i minerali contengono calcio, fosforo e potassio. 
Oggi nel nostro territorio ed in Abruzzo, come nella maggior parte dell’Italia, le consociazioni vegetali dominate dalla roverella sono rappresentate soprattutto da boschi governati a ceduo, e sono destinati soprattutto alla produzione di legna da ardere per uso civico. La specie possiede, infatti, una buona capacità pollonifera per cui dalle ceppaie nel giro di pochi anni si sviluppano nuovi getti che, entrando in contatto reciproco con le chiome, ricostituiscono gradualmente la copertura boschiva. I turni di taglio dovrebbero essere dai 15 ai 35 anni, a seconda delle zone.
Per chi volesse cimentarsi in ricette di cucina antiche ve ne illustriamo una: Biscotti di ghiande (sono molto buoni intinti nel latte o nel tè a colazione, o nel vino dopo i pasti).
Ingredienti:
150 g di farina di ghiande; 150 g di farina di grano; 75 g di zucchero (meglio se di canna); due uova; 100 g di burro; un pizzico di sale; mezza bustina di lievito.
Procedimento:
mescolare le farine, il lievito e il sale. Separatamente unire burro e zucchero, poi aggiungere le uova e formare una pasta. Fare dei biscotti e infornare a 190° C per circa 10 minuti.
Pane di ghiande della Sardegna –  http://nuraghelogia.blogspot.it/2009/02/su-panispeli-lantico-pane-di-ghiande.html 

Testo liberamente tratto dallo studio di: Maria Emilia Malvolti, Paola Pollegioni, Irene Olimpieri. Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Istituto di Biologia Agroambientale Forestale.

Spunti tratti dai siti: 
Articolo di Nicola Olivieri: http://cerquetoinforma.altervista.org/blog/la-roverella-quercus-pubescens-willd-la-quercia-piu-comune-nel-nostro-territorio;
Flora di Lucolihttp://www.lucoli.it/floradilucoli/Alberi&Arbusti.html

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5 comments

Anonimo 11 Settembre 2012 - 9:54

Interessante articolo … si dovrebbe comuqnue pensare a re-impiantare alberi in alcune zone in po' brulle (penso alla croce della strada per Roio o al versante della montagna tra Lucoli Alto e Vado Lucoli) … e soprattutto si dovrebbe evitare si far sbancare il terreno di San Giovanni per far installare brutte ed antiestetiche strutture …
MARCO

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amministratore 11 Settembre 2012 - 11:10

Grazie Marco per il contributo.
Sulla prima parte del tuo commento, oltre a condividerlo, proverei a proporre qualche idea pratica da sviluppare insieme al Comune di Lucoli ed alle Associazioni del territorio: perchè non provare con una festa dell'albero? Individuati i luoghi, chieste le piante alla Forestale potremmo lavorare in comunità. A noi piacerebbe lavorare insieme per contribuire.
Sulla seconda parte del tuo commento, mi sembra di aver già espresso in passato delle considerazioni in merito. L'emergenza terremoto ha "giustificato" molti interventi invasivi su tutto il territorio di Lucoli (forse come da te già ricordato a suo tempo riguardo ai M.A.P.). Posso dire che si sta cercando di mitigare l'impatto visivo prodotto nell'area di cui scrivi, attorno alla struttura Caritas, indispensabile sede della catechesi pastorale, attraverso la piantumazione di specie botaniche tappezzanti, attività realizzata già da questa estate.
Un saluto.

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Anonimo 11 Settembre 2012 - 15:49

Brutta, antiestetica e invasiva!
Qualcos'altro contro qualcosa che cerca di riunire tutti i bambini di Lucoli?
Qualcos'altro contro qualcosa che, pur essendo parrocchiale, rappresenta per Lucoli un centro di aggregazione per tutti?
Ecco cosa ci si deve aspettare quando si cerca di fare a Lucoli qualcosa di bello, di buono e di sano!
Luca PERETTI

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Anonimo 11 Settembre 2012 - 19:46

Ritengo di darti ragione soprattutto sulla seconda parte … penso sia positivo pensare a mitigare l'impatto della struttura, che a modo mio si poteva realizzare nella zona superiore del terreno (vicino alla chiesa o al cimitero) in modo da non sbancare la terra, con la piantumazione di essenze arboree autoctone.
Per la prima in effetti il periodo migliore per la messa a dimora sarebbe proprio quello autunnale (ottobre) … magari diffondiamo l'idea in modo che per il prossimo autunno si riesce a fare qualcosa di concreto.
Un saluto
MARCO

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amministratore 12 Settembre 2012 - 10:15

Grazie a tutti per i contributi.
Il dibattito mi sembra si concentri su temi di "merito" e di "metodo" relativamente allo spazio occupato dalla struttura di comunità donata dalla CARITAS.
A nostro parere molti sono i meriti da attribuire alla struttura, che, a Lucoli rappresenta uno dei pochissimi luoghi ove i bambini possono riunirsi in comunità, soprattutto nell'inverno e ricrearsi, oltre a poter svolgere attività di catechesi. La pace locale, di una comunità in germe rappresentata dai bambini, è un contributo obbligatorio per arrivare alla pace ed all'integrazione sociale di un territorio. Tutti sappiamo che l’uomo è un essere sociale fatto per vivere in comunità. Ed è in primo luogo nella comunità, dove si debbono trovare modelli o insegnamenti per vivere in armonia. E' per questo motivo che la struttura della CARITAS è importante per Lucoli, rappresenta uno strumento concreto per facilitare la vita insieme dei bambini, ove possano imparare a vivere nel rispetto delle legittime differenze, e facciano l’esperienza della fraternità e dell’amicizia. La maturità personale non nasce unicamente da un accumulo di informazioni (quelle che può dare ad esempio la scuola) è anche il frutto dell’esperienza e di un'arte di vivere: per crescere non si deve solo "sapere per potere", ma sapere "per essere" insieme agli altri e in pace.
Affronto ora il tema del "metodo".
La struttura, realizzata con criteri ecosostenibili, a basso impatto ambientale, non poteva essere realizzata nella zona superiore del terreno, perché luogo destinato ad espansione cimiteriale.
L'originaria ipotesi logistica, formulata dai costruttori, ipotizzava proprio la collocazione suggerita da Marco. Ipotesi, questa, percorsa nei primi procedimenti ma, poi, dovutasi abbandonare (anche con modalità poco serene) per i vincoli tecnici insormontabili.
Quindi la scelta è risultata obbligata, fatto, che, tutti i ruoli preposti alla materia potranno confermare.
Partendo da ciò che oramai "c'é"…. e rappresenta un bene comune di tutti, che deve essere amato e valorizzato, cogliendo anche lo spunto fornito dai contributi del dibattito, occorrerebbe forse "perfezionare" l'esistente seguendo i valori dell'ambiente e della mitigazione dell'impatto visivo. Su questa strada possiamo anche confidare nella natura che, a tre anni di distanza, ha già contribuito facendo ricrescere il manto erboso circostante. I responsabili parrocchiali, inoltre, hanno già iniziato un percorso "ecologico" coinvolgendo i bambini.

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