
I nostri soci sono “anziani” figli degli anni ’50. Anziani che si dedicano agli altri, ai beni comuni per ingannare il tempo?
Una ricerca testimonia che il volontariato è un concreto “biohacker”, un potente anti-ageing capace di contrastare l’invecchiamento nelle persone mature. A dirlo non sono i consueti questionari somministrati a chi pratica questo tipo di attività, da cui generalmente emergono numerosi benefici percepiti e dati di salute interessanti, ma l’analisi della metilazione del Dna, in altre parole di quel meccanismo epigenetico che regola l’espressione genica e agisce come un orologio biologico, influenzato da fattori ambientali che accelerano o rallentano l’invecchiamento cellulare. Ebbene, il volontariato rallenta i biomarcatori molecolari dell’invecchiamento, con effetti diversi tra chi è ancora attivo nel mercato del lavoro e chi è già in pensione. Lo mostra uno studio intitolato “Il volontariato riduce l’accelerazione epigenetica dell’invecchiamento tra gli anziani in pensione e quelli che lavorano?” (“Does volunteering reduce epigenetic age acceleration among retired and working older adults?”), pubblicato recentemente su Social Science & Medicine, che analizza come il volontariato influenzi l’invecchiamento biologico misurato tramite cinque diversi orologi epigenetici per misurare l’usura cellulare.
Da una prospettiva sociologica, i benefici del volontariato sono accessibili a tutti. Infatti, nonostante si possa pensare che dedicarvisi sia molto più facile se non si deve preoccuparsi di guadagnare in età avanzata, uno studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine ha scoperto che i volontari più anziani nella fascia di ricchezza più bassa hanno riportato maggiori guadagni dal volontariato rispetto a quelli più benestanti.
Infine, questa ricerca è solo l’ultima di una serie di studi secondo cui le persone di ogni età possono migliorare la propria salute concentrandosi non su di sé ma sugli altri; inoltre, una crescente numero di evidenze conferma che gli anziani che fanno volontariato hanno un rischio inferiore di infarto, una pressione sanguigna più bassa, meno sintomi di depressione e una maggiore soddisfazione di vita.
E quindi eccoci, attivi anche per il 2026 con iniziative volte alla socializzazione e all’ambiente.
Abbiamo ripreso l’attività del Giardino della Memoria che, con il suo orologio biologico, chiede cure stagionali.
Abbiamo ripreso gli incontri di “Cultura sotto gli alberi” spaziando su temi molto diversi tra loro: non vogliamo organizzare lezioni magistrali ma esplorare temi di interesse comune stimolando la partecipazione delle persone con domande e testimonianze.
Venerdì 20 marzo realizzeremo un nuovo incontro dal titolo “Il Cinema e l’Aquila”. Quando si pensa ai luoghi del cinema italiano, vengono subito in mente la Roma felliniana, la Sicilia del Gattopardo, la Napoli di Gomorra, il paesaggio padano di Antonioni. Accanto a queste geografie ormai canoniche esistono però territori la cui presenza sul grande schermo è stata intensa ma meno citata. L’Abruzzo è uno di questi. La regione ha ospitato produzioni per oltre un secolo: Campo Imperatore è diventato Far West, Tibet e perfino pianeta alieno; Rocca Calascio si è trasformata in un castello medievale fantastico; i borghi dell’entroterra hanno fatto da sfondo a commedie, drammi, storie d’amore, anche Campo Felice ha avuto il suo ruolo. L’argomento più importante che spesso è stato rappresentato è il senso della comunità: in Abruzzo esiste una comunità con una propria identità. Quella stessa comunità che vogliamo risvegliare e “frequentare” con le nostre iniziative alle quali invitiamo tutti a partecipare.



















