“LO VISCOVO E LO ABBATE, …..AMBO CON LE MITRE, STAVANO CANTU LATO”.

by Amministratore
SAN GIOVANNI BATTISTA DI COLLIMENTO DI LUCOLI DENTRO E FUORI LE MURA DELL’AQUILA: LUOGHI DEL POTERE E MAESTRANZE

di Chiara Marcotulli

La fondazione dell’Aquila rappresenta un grandioso processo di sinecismo iniziato in epoca federiciana e sostanzialmente definitosi con la “riforma angioina”, sancita dal diploma di Carlo II d’Angiò del 1294, seguito dalla distruzione operata da Manfredi nel 1266.
La civitas nova che ne deriva è topograficamente e fiscalmente organizzata in quattro quarti, a loro volta suddivisi in locali, così come il territorio del suo Comitatus. Tutto il “sistema città-territorio”, come tramandato dalle fonti scritte, ruota attorno allo stretto legame (sociale, giuridico, fiscale) fra castelli, chiese parrocchiali e comunità inurbane, intus ed extra civitatem.
La chiesa di origine, replicata nello spazio urbano, consentiva di testimoniare e mantenere salda l’appartenenza alle singole universitates: le chiese di locale e, ancor di più, le chiese capoquarto furono quindi il vero polo accentratore e organizzativo del nuovo nucleo urbano.
Lo studio dell’edilizia ecclesiastica di un territorio campione, il quarto di San Giovanni intus ed extra civitatem, ha consentito, attraverso il riconoscimento della circolazione delle maestranze, di mettere a fuoco, fra i molti aspetti del processo di inurbamento, il particolare caso del monastero di San Giovanni Battista di Collimento di Lucoli. Le sue vicende costruttive, fra XIII e XIV secolo, lo confermano, infatti, come singolare fenomeno di signoria abbaziale: “defilata” chiesa capoquarto nella civitas nova aquilana, ma vero luogo del potere nel Comitatus.
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La chiesa di San Giovanni Battista di Lucoli intus
La chiesa capoquarto di S. Giovanni di Lucoli intus venne demolita nel 1898 per lasciare posto alla nuova via XX Settembre e si conserva attualmente solo un bel portale romanico, rimontato sulla facciata della chiesa di S. Francesco di Paola.
Tradizionalmente si ritiene che questa traslazione abbia suggellato un lento declino della chiesa lucolana cominciato già dal XIV secolo: da molti attribuito ai numerosi sismi che colpirono, anche e in particolare, il locale di Lucoli. Infatti, benchè nel 1404 si deliberasse la realizzazione della bandiera del quarto di S. Giovanni, nella pianta urbana di Fonticulano del 1575- Taxatio dei confocolieri – figura come nuova chiesa capoquarto S. Marciano di Roio. Il quartiere, però, continuò a titolarsi a S. Giovanni fino all’elenco dei fuochi del 1712.
Questa dualità fra ruolo di capoquarto e titolazione del quarto stesso, è giustificabile perchè la chiesa di San Giovanni intus, molto probabilmente, non fumai concretamente attiva nel processo di inurbamento, dato che, si è visto, molte delle energie economiche e politiche del monastero di origine erano rivolte al contado. E’ quindi più corretto parlare, relativamente alla sostituzione della parrocchia capo quartiere, dell’affermazione di un dato di fatto che aveva visto la chiesa di S. Marciano, dai primi decenni della fondazione della città, sempre attivamente presente come polo accentratore locale. San Giovanni intus sarebbe stata invece una sorta di propaggine dell’abbazia benedettina extra.
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La tradizione storica locale vuole che il San Giovanni intus sia stato gravemente lesionato, e successivamente abbandonato, già dal XV secolo, a causa dei sismi del 1315 e del 1349, dato che, in quegli anni, non è certa la sua stessa esistenza. Fu invece il grande sisma del 1703 che causò il reale tracollo dell’edificio determinandone una rapida scomparsa dalla topografia cittadina. La pianta del Vandi del 1753 testimonia infatti il tentativo post sisma di arrangiare una piccola chiesetta nel luogo della parrocchiale originaria, tentativo evidentemente fallito se si decide nel XIX secolo di demolirla.
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Conclusioni
Concludendo vale la pena di richiamare altri particolari che concorrono a definire meglio la congiuntura politica che il monastero Collimentano si trovò ad attraversare fra il XIII e XIV secolo. L’abbazia, infatti, che agli inizi del XIII secolo si era trovata al centro di dispute fra ingerenze vescovili e rivendicazioni di autonomia – sempre risolte con una sostanziale posizione bipartisan dell’autorità papale (da cui dipendeva giuridicamente il monastero) – è oggetto verso la fine del Duecento di tentativi forzosi di conversione religiosa. Nel 1291 Niccolò IV, infatti, confermò l’elezione di un monaco cistercense ad abate del monastero Collimentano, che depose l’incarico dopo oli quattro anni. Nel 1294 Celestino V unì San Giovanni Battista al monastero celestiniano di S. Spirito di Sulmona ma, successivamente, Bonifacio VIII revocò la bolla.
Sembra abbastanza significativo che il tentativo di condurre il monastero di San Giovanni Battista di Collimento extra moenia sotto la dipendenza di uno di questi ordini fallisse, per ben due volte, nel volgere di pochi decenni (rimarrà benedettino fino alla sua secolarizzazione), proprio mentre fra XIII e XIV secolo all’Aquila si andava definendo la presenza di vari ordini religiosi: Cistercensi, Francescani, Domenicani e, soprattutto, riformati Celestiniani, questi ultimi così strettamente legati alla propaganda politico-religiosa di Celestino V e Carlo II. 
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Un ruolo, dunque, “controcorrente“, rispetto alla maggior parte della realtà ecclesiale del Comitatus, nel processo di urbanizzazione portato avanti con la “rifondazione Angioina”. Infatti, se in genere furono le collegiate aquilane ad assumere un ruolo predominante rispetto alle “gemelle” nel contado (S. Pietro di Coppito, S. Giusta, S. Biagio – fra le prime inurbatesi), divenendo le sedi esclusive anche delle parrocchie extra, nel caso di San Giovanni gli sfozi di aggiornamento edilizio delle strutture furono dedicati non alla chiesa di locale (anche capo quarto), ma alla chiesa-madre extra. Anzi da alcune fonti più tarde, si apprende che l’abate affiancava il vescovo in compiti di responsabilità e, quasi, compartecipazione amministrativa. Fino al XVI secolo, nonostante la soppressione della vita monastica, San Giovanni continuò a godere di privilegi abbaziali con giurisdizione sia nel Lucolano sia, soprattutto, nella chiesa intus.
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L’Abbazia di San Giovanni Battista di Lucoli oggi

Ringraziamo la Professoressa Chiara Marcotulli per averci concesso l’autorizzazione alla pubblicazione di questo estratto del suo articolo.

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