Semi e Frutti Antichi

Temi tratti dagli atti del Convegno del Polo Universitario della Sabina Universitas - Rieti, 11 aprile 2019

by Noi x lucoli

Ringraziamo l’amico Kevin Cianfaglione ed il Dott. Tiberti per averci concesso il permesso di pubblicare i loro interventi che offrono spunti di riflessione in merito all’attività che svolgiamo con il Giardino della Memoria di Lucoli. Le cultivar del del Giardino sono state in gran parte recuperate in campi abbandonati dall’agricoltura, la coltivazione dei nostri frutti è “biologica” in ambiente salubre ed è un’interessante esperienza pur non essendo destinata alla commercializzazione.

Le antiche varietà ortofrutticole nei campi abbandonati. Valori e potenzialità.
Kevin Cianfaglione

Lo studio delle antiche varietà nei campi non più coltivati permette anche di studiare il paesaggio fossile, l’evoluzione delle successioni secondarie e per comprendere come le specie esotiche possano essere una risorsa ed un valore e non essere considerate sempre come delle specie problematiche od infestanti a priori. Vedi ad esempio la pubblicazione ISPRA “La conservazione ex situ della biodiversità delle specie vegetali spontanee e coltivate in Italia. Stato dell’arte, criticità e azioni da compiere”. Normalmente le nostre antiche varietà ortofrutticole sono tutte esotiche per il nostro suolo nazionale, nonostante esse spesso vengano ritenute indigene. Esse dovrebbero infatti essere considerate tipiche piuttosto che autoctone o endemiche. Questo, poiché il loro areale naturale non coincide con il nostro suolo nazionale, oppure perché di origine orticola (artificiale), Comunque sia, esse rappresentano una presenza storica, oppure un valore culturale, alimentare locale – pertanto sono tipiche di un territorio o di una cultura pur essendo esotiche. Questo, per l’appunto senza nulla togliere alla loro importanza, ci fa capire come bisognerebbe essere meno drastici sui giudizi verso le specie esotiche, contestualizzandole meglio nei loro determinati contesti. Ci sono poi alcune specie la cui origine non è nota o è dubbia, ma che comunque non esclude una certa esoticità, come possa essere per il mandorlo o il castagno ad esempio. Del resto va da sé che se si trattasse di varietà comunque selezionate e favorite dall’uomo, le varietà risultanti sarebbero comunque da considerarsi orticole anche se la specie fosse naturale, e quindi da considerarsi esotiche poiché artificiali o favorite (distribuite, espanse) dall’uomo. Del resto lo status di esotico piuttosto che autoctono, non può cambiare e non deve cambiare il valore intrinseco di queste specie, ad ogni livello. Anzitutto, questo non può che spingerci nel considerare più obbiettivamente e con meno estremismo le specie esotiche ed il loro valore. Non è un caso che nel nome scientifico di gran parte delle specie coltivate appaiano epiteti quali domestica communis, o sativa; contrapponendoli ad aggettivi quali sylvatica. Del resto non dobbiamo dimenticare che ogni antica varietà è stata una varietà moderna e selezionata di recente al suo tempo. Quindi ritengo sbagliato dover puntare solo sul conservare le antiche varietà se non ci si possa prefiggere nel
contempo anche una possibilità di selezionare nuove varietà; rendendo utili le antiche selezioni per produrne anche di nuove. Se per alcune specie comunemente è più facile discernere tra specie selvatiche e relativi domestici (es.: pruno e prugnolo). Altre volte è più difficile e si finisce per considerare selvatici esemplari domestici solo perché rinvenuti in situazioni considerabili naturali. Come osservato personalmente, la maggior parte dei meli considerati selvatici sono invece da ascrivere a Malus domestica, quindi da considerarsi come residui di vecchie coltivazioni o come scappati alla coltivazione. Inoltre molti esemplari selvatici sono stati favoriti come porta innesto di antiche varietà.
Altro elemento che andrebbe maggiormente dissacrato nell’opinione pubblica generale è che le antiche varietà siano standard e stabili sul territorio, perché al contrario delle concezioni e metodologie moderne, un tempo l’innesto era poco
noto e poco praticato se non da pochi esperti. Di norma la grande variabilità infravarietale e intervarietale è dovuta al fatto che la modalità di propagazione più diffusa (volontaria od accidentale) era quella gamica, per seme. Poi se le piante producevano caratteristiche interessanti venivano lasciate altrimenti innestate (se possibile) od eliminate. Questo se da un lato ha complicato le cose riguardo la catalogazione e la conservazione dei genotipi, è stata d’altro canto l’incredibile
fonte di diversità e differenziazione avvenuta nel tempo.  La maggior parte degli antichi esemplati ortofrutticoli rinvenuti, ho potuto rinvenirli in terreni non più coltivati piuttosto che su suoli in attualità di coltura. Questo perché a seguito dei cambiamenti nelle tecniche di coltivazione, cosi come a seguito dei cambiamenti socio-economici e della domanda del mercato, quelli che un tempo erano alberi importanti, sono poi divenuti alberi camporili qualunque, cioè di poca importanza per i contadini e proprietari fondiari, perfino malvisti come ostacoli all’aratura, etc. Finendo per essere abbattuti, sradicati o dissecati dalle pratiche colturali; finendo in sostanza come accaduto per tanti elementi tradizionali del paesaggio agrario come siepi, macerine, muri a secco, fossi, stradine, lemmeti, alberi camporili (es.: querce camporili, alberi maritati alle viti, aceri e olmi campestri), etc. In favore di un paesaggio e di un ambito agricolo più uniformato alle colture estensive, intensive e legate ai finanziamenti pubblici.

Semi e frutti antichi a tutela dei consumatori
Marco Tiberti (European Consumers)

Il Dott. Tiberti insieme ad Enzo Sebastiani nel Giardino della Memoria

Uno dei problemi maggiori nella scelta dei consumatori è la conoscenza dei rischi che derivano da un ambiente insalubre e contaminato e da una scelta non attenta dei prodotti di maggior consumo, in particolare alimentare. In un epoca di degrado a livello biosferico è importante considerare che le scelte di consumo hanno tutte effetti sull’ambiente, che possono essere notevolmente ridotte attraverso scelte sostenibili negli acquisti. Queste scelte determinano vantaggi a scala locale, a livello personale e a scala globale. Le scelte dei consumatori sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo
sostenibile. L’economia non ecocompatibile, che comincia dalle scelte del consumatore, realizza il massimo squilibrio e la massima trasformazione dell’ordine dei sistemi biologici in energia termica ed in disordine contribuendo in nome del profitto alla contaminazione ambientale e al deterioramento delle condizioni di salute di uomo e animali.
In campo alimentare i prodotti non biologici e provenienti da zone contaminate rappresentano una delle più serie minacce per la salute, in sinergia con l’aria tossica di molte città e gli intensi campi elettromagnetici. I prodotti provenienti da zone lontane al rischio sanitario aggiungono anche i consumi di carburante per il trasporto aumentando notevolmente l’impronta ecologica del consumatore che li acquista.
Inoltre le vitamine presenti nella frutta e nella verdura iniziano a deteriorarsi dal momento in cui vengono raccolti e il processo di deterioramento qualitativo aumenta nel tempo e con la distanza dal luogo di produzione. Molti prodotti delle
filiere industriali sono raccolti acerbi e trattati con modulatori della maturazione. Nelle filiere corte il prodotto può essere scelto direttamente al momento della raccolta stagionale. Inoltre molti prodotti locali sono stati selezionati proprio per
le loro qualità sia nutraceutiche che culinarie oltre che per il loro adattamento alle condizioni ambientali. I semi e i frutti antichi, le varietà locali e, più in generale, l’agrobiodiversita, spesso sacrificate da un economia attenta solo al profitto, sono, altresì, un presidio per il futuro e un vantaggio presente per le popolazioni locali e i consumatori. Molte aziende locali sono impegnate nella conservazione di germoplasmi locali e numerosi sono gli agricoltori «custodi» di antiche varietà. Scegliendo aziende agricole compatibili con l’equilibrio degli ecosistemi circostanti, si favoriscono modelli agro-ecologici e sostenibili. Con le nostre scelte d’acquisto possiamo supportare le aziende agricole e i piccoli produttori locali.
Per questi motivi European Consumers favorisce i consumi biologici a chilometro zero e le filiere corte di prodotti locali ritenendole un presidio per la salute, per l’ambiente e, naturalmente, per l’economia.

Per saperne di più: https://www.europeanconsumers.it/wp-content/uploads/2019/04/abstract_convegno_agrobiodiversita%CC%80.pdf

 

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