Querce e betulle: ecco gli alberi che abbatteranno l’effetto serra.

by Amministratore
Lo studio.
Dall’800 a oggi piantate in Europa più conifere che latifoglie: una scelta, rivela una ricerca, che ha aggravato il riscaldamento globale di ANNA LOMBARDI.
La grande quercia che vive, probabilmente piantata nel 1921, davanti all’Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli
Per fare un albero ci vuole un fiore. Ma se il fiore non è quello giusto e negli ultimi 200 anni abbiamo piantato gli alberi sbagliati? Sì, sbagliati: perché a causa del colore delle loro foglie, accumulano più calore e rilasciano più anidride carbonica: contribuendo al surriscaldamento globale, anziché diminuirlo. Lo sostiene una ricerca appena pubblicata su Science realizzata da un team di studiosi internazionali guidati da Kim Naudts del Laboratorio di Scienze su Clima e Ambiente di Gif-sur-Yvette, in Francia. Studio che analizza com’è stato sfruttato il terreno in Europa negli ultimi 260 anni – a partire cioè dalla rivoluzione industriale e dallo sfruttamento intensivo del legname – fino a sviluppare un modello in grado di calcolare la quantità di carbone, energia e acqua intrappolata o rilasciata dalle foreste.
I risultati sono sorprendenti. Soprattutto perché, in una certa misura, mettono in crisi il concetto dato per assodato, che le foreste mitigano sempre gli effetti del riscaldamento globale. “Le cose”, scrivono gli studiosi nella prefazione della ricerca, “sono più complesse. I risultati positivi si ottengono solo a patto di piantare gli alberi giusti e gestire poi in maniera corretta”. Lo studio parte da un confronto: fra il 1750 e il 1850 la deforestazione legata alla rivoluzione industriale ha portato alla perdita di 190mila metri quadri di superficie boschiva europea: un’area, per intenderci, più grande della Grecia. Ma nei 160 anni successivi, la tendenza si è invertita. E fra il 1850 e il 2010 si è addirittura riforestato più territorio di quello distrutto: ripiantando 386mila chilometri quadrati di alberi, un territorio grande quanto la Germania. Peccato che le scelte fatte all’epoca, oggi si rivelino sbagliate. Perché alle autoctone latifoglie (querce, roveri, betulle) si sostituirono conifere (pini scozzesi, abeti rossi e faggi). “Una scelta per l’epoca comprensibile”, dice Giuseppe Barbera, professore di Colture Arboree all’Università di Palermo, autore del saggio Abbracciare gli alberi. “Le conifere crescono rapidamente anche su suoli molto sfruttati. E poi hanno un buon valore commerciale. Era però implicito che dopo aver piantato le conifere andava fatto un “latifondamento”: inserendo, cioè, piante autoctone. E questo si è fatto poco”.
 Ma perché quelle scelte influiscono sul surriscaldamento globale? “Preferire le conifere”, ha commentato la dottoressa Naudts alla Bbc , “ha avuto un impatto significativo sull’albedo*, ossia su quel processo che permette alle radiazioni solari di riflettersi anziché restare intrappolate al suolo”. E qui entra in gioco il colore del legno e delle foglie: “Le vecchie latifoglie avevano colori più chiari”, spiega Paolo Trost, professore di Fisiologia vegetale all’Alma Mater di Bologna. “Erano dunque ecologicamente più efficienti delle scure conifere”. Che in pratica assorbono più calore, emettono meno vapore acqueo e contribuiscono così ad alterare le escursioni di temperatura fra giorno e notte. Per questo, concludono gli autori della ricerca, anche se la superfice dei boschi è aumentata, la scelta di piantare conifere ha contribuito al surriscaldamento globale, piuttosto che mitigarne gli effetti, dello 0,12 celsius. Pari cioè al 6% dell’incremento dovuto ai combustibili fossili. Questo perché dal 1850 a oggi si è accumulato un debito di carbonio, cioè uno sbilanciamento tra emissioni e assorbimento di CO 2 , pari a 3,1 milioni di tonnellate che ha determinato lo squilibrio energetico che ha incrementato le temperature. “Sono risultati da tenere in considerazione in vista di future politiche di riforestazione”, conclude Trost. “La conservazione delle foreste resta un obiettivo primario, ma la loro gestione va affrontata basandosi sulle nuove conoscenze”. Imparando, cioè, a scegliere il fiore giusto.
*L’albedo (dal latino albēdo, “bianchezza”, da albus, “bianco”) di una superficie è la frazione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che viene riflessa in tutte le direzioni. Essa indica dunque il potere riflettente di una superficie. L’esatto valore della frazione dipende, per lo stesso materiale, dalla lunghezza d’onda della radiazione considerata.

http://www.repubblica.it/ambiente/2016/02/10/news/alberi_effetto_serra-133085700/?ref=HREC1-28

You may also like

3 comments

Anonimo 22 Aprile 2016 - 7:02

Difatti si dovrebbero piantare betulle nella zona più alta verso Campo Felice e querce nella zona di Lucoli fino ai 1200 metri

MARCO

Reply
amministratore 22 Aprile 2016 - 8:14

Grazie della risposta Marco,
L’analisi qualitativa dei boschi abruzzesi riferita alle diverse varietà di essenze forestali risale al 1800. Tuttavia la distinzione della vegetazione arborea per specie era necessariamente approssimativa. Dati analitici erano forniti in relazione a tipi particolari di bosco, di speciale interesse per il governo. La presenza di abeti era scrupolosamente segnalata dalle Amministrazioni forestali; quest’essenza costituiva una risorsa fondamentale per l’arsenale del Regno e concentrava così interessi di natura economica e militare. Anche le querce godevano di un particolare interessamento del governo: si trattava di una risorsa-prodotto dai molteplici impieghi, con una forte duttilità merceologica che ne consentiva diverse utilizzazioni. Il faggio, che nutriva mandrie di maiali con i suoi frutti e alimentava fornaci e camini con il suo legno, risultava dominante su gran parte dell’Appennino abruzzese, misto alla quercia e all’abete. Olmi selvatici, frassini, aceri, carpini e tigli costituivano
la rimanente vegetazione arborea dell’interno; nell’Abruzzo marittimo si segnalavano agrumeti, zappini, carrubi, pini marittimi.
Per festeggiare la Giornata della Terra domani pianteremo con altri volenterosi, che hanno avuto l'idea, dei FRASSINI a San Menna. Hanno generalmente una crescita rapida, riuscendo a sopravvivere in condizioni ambientali difficili con forte vento, resistendo bene anche alle basse o elevate temperature, saranno della tipologia del Fraxinus excelsior conosciuto col nome comune di Frassino maggiore.
Tutto rigorosamente autoctono.
Vienici a trovare….le previsioni danno pioggia ma noi ci saremo lo stesso….così risparmieremo l'irrorazione!

Reply
Anonimo 23 Aprile 2016 - 6:06

ottima iniziativa … non credo di poterci essere ma fa piacere ci siano queste iniziative

Reply

Leave a Comment