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IL RESTAURO DEL PORTICATO DELL’ABBAZIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA DI LUCOLI

by Amministratore 23 Luglio 2013
Il Porticato come appare oggi
Tratto da il Centro: “Oltre quattromila firme raccolte per l’Abbazia di San Giovanni, a Lucoli, che risulta al 56esimo posto della classifica stilata dal FAI, il fondo per la tutela dell’ambiente, nell’ambito della sesta edizione di «I luoghi del cuore».

L’Abbazia di San Giovanni è risultata tra i luoghi di interesse culturale più votati in Abruzzo, insieme alla torre di avvistamento di Rosciano, alla biblioteca e archivio storico Ciccarone di Vasto, alla località Valle Fucero, piccola Svizzera, di Tagliacozzo e al convento di San Pasquale di Atessa.

L’antico edificio di Lucoli risale al 1077, ma nel corso dei secoli ha subìto importanti trasformazioni. Oggi si presenta così: un porticato, un convento e un chiostro, attraverso cui si raggiunge la chiesa. L’abbazia ha subìto gravi danni durante il sisma del 2009; la stima per il restauro dell’edificio è pari a circa 9 milioni di euro. E proprio per far tornare al suo antico splendore il gioiello architettonico di Lucoli, sono state raccolte 4.310 firme. Lanciata lo scorso maggio, la sesta edizione del censimento «I luoghi del cuore» promossa dal Fai, ha visto la partecipazione di un milione di persone, dall’Italia e dall’estero. La campagna promozionale chiedeva di segnalare luoghi da tutelare o, semplicemente, da non dimenticare.

E, in Abruzzo, un posto di primo piano è stato riservato all’abbazia di Lucoli, semidistrutta dal sisma, per il suo fascino mistico e architettonico. In quasi 5mila hanno chiesto, segnalandola tra i luoghi da tutelare, che il complesso monastico venga al più presto ristrutturato”.

La nostra Associazione, dopo aver raccolto le firme per segnalare al FAI l’Abbazia di Lucoli, intende proseguire nella lenta tessitura della tela di rivitalizzazione dell’interesse pubblico verso questo bene comune del territorio. Lo faremo scrivendo delle brevi monografie. 
In questo testo trattiamo del restauro del Porticato di ingresso.
Uno degli aspetti fondamentali nella ricostruzione della storia dell’Abbazia di San Giovanni Battista è costituito dal restauro del suo Porticato.
Il Porticato infatti, pose da subito, ai restauratori, il problema della giustificazione dell’asimmetricità del suo ritmo compositivo che imponeva una ricerca prodromica al restauro stesso. 
Il prospetto anteriore dell’Abbazia è composto di un porticato a tre archi di cui quelli laterali a sesto acuto e terminanti, all’estremo est, con una parasta svoltante, mentre in quello a ovest la stessa risulta mancante e con la muratura indefinita. Questa è la parte che da su uno slargo, ove, in origine, era posta una fontana, ora non più esistente. Dal Porticato (lato destro) si apre la porta di accesso al Chiostro ed ex Convento che si trova al di sotto della quota d’ingresso tanto da presentarsi con una scalinata a scendere, per accedere al porticato inferiore, e una gradinata a salire, per accedere alle celle dei monaci site nel piano superiore. 
Tutto l’impianto claustrale è stato composto in più ere e con materiale ritrovato sul luogo, con errori di ricomposizione architettonica e stilistica che sono stati evidenziati dal restauro.

Foto tratta dal libro di Renzo Mancini: San giovanni Battista di Lucoli. Ed. Japadre 2001.

Il Porticato, prospetto nord, fu costruito nella prima metà del 1800, precisamente nel 1837. 
Una lapide posta sul cervello dell’arco centrale ne ricorda l’evento:” I.D.N. Hanc templi frontem divo Jo, Bapt, Dicat cives benem lucui pub. Pec. Ex. Fundam erexerunt anno rep. Salutis MDCCCXXXVII”. 
Un’altra lapide, posta sopra a questa, contiene lo stemma abbaziale, compreso da un bastone pastorale a due lettere, L e A (LUCULANA ABATIA). 
Sul lato sinistro della Chiesa, prospetto est, è presente un’apparecchiatura lapidea poco squadrata. Questa parte della facciata risulta “offesa” dalla presenza di uno sperone di contenimento delle spinte delle volte interne ed appesantito dalla presenza di un muro di controspina del terreno di riporto naturale della collina sovrastante che, per la sua eccezionale pendenza, tendeva a scorrere e soffocare l’edificio, che risultava alla vista basso e tozzo. L’Abbazia aveva bisogno di una maggiore prospettiva ambientale ed è per questo motivo, che durante il restauro, fu asportato parte del terreno ampliando lo slargo laterale. 
Oggi la parte collinare, in parziale frana, andrebbe contenuta con un muro di pietre a giusto corollario dello slargo che apre la vista del campanile cinquecentesco.
Dalla vista del prospetto abaziale si comprende la differenziazione e il distacco stilistico e tecnologico del porticato dal complesso vero e proprio della Chiesa, infatti nella parte superiore e retrostante di questa è presente la copertura del tetto a “capanna” (a sole due falde) mentre dal muro del prospetto originale si vede il “castello” della navata centrale sopraelevata rispetto alle navatelle laterali e con bruttissime finestre rettangolari di produzione relativamente moderna. Questa problematica è determinata dalla successione dei periodi di costruzione delle due strutture: la sopraelevazione delle navate della Chiesa e l’apposizione del nuovo prospetto costruito nel 1837.

Veduta  odierna, dall’alto, delle coperture del tetto dell’Abbazia. Foto Roberto Soldati.

La realtà storica del monumento ebbe un’altra testimonianza importante dal rinvenimento, sulla parte interna del porticato, precisamente nel tratto di muratura comprendente l’arco centrale con quello di sinistra, di una colonna integrata totalmente nell’ambito della muratura a dimostrazione di una precedente realtà architettonica inglobata, nell’ottocento, nel “nuovo” porticato.

 
Un ipotetico esempio di come potesse essere l’impianto originale del Porticato, a seguito dei rinvenimenti descritti, potrebbe essere rappresentato dalla struttura di S. Panfilo di Tornimparte così come si presenta attualmente.
Molte furono le testimonianze storiche reperite in merito ai lavori di ammodernamento e manutenzione dell’Abbazia fino agli inizi del 1800, per le cronache recenti, invece, sembrava non esserci più stata la volontà di documentarne la vita sino all’assurdità di non conoscere quanto accaduto dopo la costruzione del portico: quindi, dal 1837 in poi. Molti documenti custoditi nell’Abbazia, infatti, furono trafugati da tale data.
Il restauro del portico consistette essenzialmente nel rifacimento degli intonaci della facciata interna, ponendo cura nella differenziazione degli intonaci di prospetto, lasciando sotto quadro la rivalutazione di alcuni tratti di muratura a faccia vista con pietra squadrata a dimostrazione dell’avvenuta variazione storica della stessa facciata. Valutando lo stato degli intonaci esterni e considerando la possibilità di reperire segni architettonici che potevano giustificare tali asimmetrie, furono eseguite al tempo del restauro, delle ricerche di cantiere sul muro, eseguendo una rete di saggi, con la certezza che, se presente qualcosa, questa sarebbe venuta alla luce.
Infatti, nella parte superiore della struttura, sul lato sinistro, si rinvenne un lacerto di affresco del tutto simile, per produzione e stile, a quelli interni, mentre, fatto importante, poco distante dal portale di accesso, sul lato sinistro, venne alla luce un tratto di arco, forse un altro portale, se non un arcosolio, dipinto a fresco e contenente un volto meraviglioso di Madonna della stessa mano dell’autore dell’altare di sinistra in contromuro dedicato alla Madonna del Rosario. 

Foto del lacerto di affresco forse attribuibile ad Andrea Delitio – foto Gianni Soldati


La colonna inglobata fu liberata e valorizzata, si ritenne che poteva essere il frutto di una “rapina” nella vicina zona amiternina. Nella sistemazione dell’intonaco e della muratura nella zona di accesso al Chiostro vicino al portico, si rinvenne un arco tamponato, eseguito con muratura a faccia vista, che ripropose il problema degli accessi all’Abbazia e della loro collocazione, problema tutt’ora non risolto e, che, rivelava una strana inconsistenza raziocinante, considerando l’attacco di un arco alla quota del pavimento attuale.
Tratto da: “San Giovanni Battista di Lucoli (Storia, Cronologia, Restauro)” di Renzo Mancini – Japadre editore 2001. Con contributi di Giovanna Di Matteo.

23 Luglio 2013 2 comments
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LUCOLI 2a FESTA DELLA MONTAGNA A PRATO CAPITO

by Amministratore 21 Luglio 2013

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WWF E ANIMALISTI ITALIANI VINCONO DI NUOVO AL TAR SULLA CACCIA.

by Amministratore 15 Luglio 2013
COMUNICATO STAMPA WWF DEL 13 LUGLIO 2013
Sentenza storica del TAR L’Aquila su caccia, orso e tutela della salute pubblica.
“Il Tribunale Amministrativo Regionale di L’Aquila giovedì 1 luglio ha pubblicato una straordinaria sentenza su caccia, orso, conservazione delle specie e tutela della salute umana. E’ una vittoria per KO quella che WWF e Animalisti Italiani ONLUS hanno ottenuto nei confronti della Regione Abruzzo sul ricorso presentato lo scorso anno contro il calendario venatorio 2012-2013 e ora deciso nel merito.
Il T.A.R., con commenti molto duri, ha censurato l’operato della Regione Abruzzo praticamente su tutte le sue scelte venatorie. Particolare rilevanza acquista il giudizio sulla tutela dell’Orso bruno. Il relativo paragrafo della sentenza si conclude con una frase inequivocabile “Da quanto sopra consegue quindi l’accoglimento della censura sulla mancata protezione dell’orso marsicano nell’intero areale di distribuzione individuato nell’accordo PATOM.”.
Dichiara Michele Pezone, legale delle due associazioni “Assieme ad Augusto De Sanctis, membro per il WWF della Consulta Venatoria regionale, abbiamo predisposto un ricorso a largo spettro su tutti i punti del calendario venatorio 2012-2013. Infatti, erano evidenti le gravissime lacune conoscitive da parte degli uffici regionali che avrebbero dovuto suggerire un atteggiamento molto più cauto da parte dell’ente nella redazione del Calendario al fine di garantire la conservazione della fauna. I giudici hanno riconosciuto la validità delle nostre ragioni. In primo luogo il T.A.R. ha chiarito che la Regione Abruzzo, al contrario di quanto sostenuto dalla Giunta, da anni non ha un regolare Piano Faunistico Venatorio, fatto che impedisce il corretto svolgimento della pratica venatoria. Inoltre, il periodo di caccia per quasi tutte le specie (tra queste Frullino, Codone, Mestolone, Canapiglia, Combattente, Germano reale, Alzavola, Fischione, Folaga, Gallinella d’acqua, Quaglia, Beccaccia, Tortora, Allodola), è stato ampliato a dismisura senza tener conto del parere contrario dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione dell’Ambiente. La regione ha altresì illegittimamente concesso la pre-apertura per alcune specie e l’addestramento cani in un periodo non idoneo. Non ha assoggettato come avrebbe dovuto il calendario venatorio a Valutazione di Incidenza Ambientale e non ha individuato nelle aree S.I.C./Z.P.S. i principali punti di migrazione in cui vietare la caccia. Ha varato il calendario venatorio ben oltre il 15 giugno, data stabilita dalla legge, a pochi giorni dall’avvio della stagione venatoria, rendendo così più difficile per le associazioni esercitare in tempo l’opposizione a tali scelte. Ha sub-delegato alle province la possibilità di allungare a febbraio la stagione venatoria violando così le normative che impongono una gestione coordinata del prelievo; ha reso possibile illegittimamente l’uso delle munizioni di piombo e, infine, ed è forse l’aspetto più grave, il T.A.R. ha evidenziato che la Regione Abruzzo ha mancato di tutelare la sua specie simbolo, l’Orso bruno marsicano, evitando di normare in maniera più stringente l’attività venatoria nelle aree di maggiore presenza della specie”.
Dichiara Dante Caserta, presidente f.f. del WWF Italia “Si tratta dell’ennesima vittoria giudiziaria ottenuta sul tema della caccia in Abruzzo. In questi anni abbiamo avuto ben due pronunciamenti favorevoli della Corte Costituzionale, di cui una, recentissima, che ha finalmente abolito il famigerato comparto unico, e una decina di sentenze e sospensive tra T.A.R. e Consiglio di Stato, tutte vinte. Purtroppo devo constatare che solo grazie al nostro sforzo l’attività venatoria viene ricondotta nel solco della legalità nonostante i ricorsi siano stati sempre preceduti da lettere, diffide e appelli pubblici, rimasti tutti inascoltati. Ora la Regione Abruzzo, anche in vista dell’ormai prossima decisione sulla nuova stagione venatoria, è completamente al tappeto tenuto conto che il T.A.R., entrando nel merito proprio per indicare la strada per il futuro, ha censurato praticamente l’intero contenuto del calendario venatorio 2012-2013. La parte più sconsolante della sentenza è quella relativa alla mancata tutela dell’orso perché arriva in un momento così difficile per la specie. Da un lato si ripetono sterili proclami da parte della Regione sulla necessità di tutelare la specie e dall’altro il severo giudizio del T.A.R. chiarisce che gli sforzi per la conservazione possono essere vanificati anche dalle scelte filo-venatorie dell’assessorato regionale e dello stesso tavolo tecnico che doveva essere costituito per tutelare la specie e non certo per favorire i cacciatori. Inoltre, voglio evidenziare l’incredibile caso dell’uso delle munizioni di piombo, i cui frammenti sono dannosi per l’uomo e per gli animali protetti in caso di ingestione. I proiettili al piombo sono stati reintrodotti con un tratto di penna sulla delibera di approvazione del calendario da parte della Giunta Regionale, contravvenendo, e cito le stesse parole del TAR, con una simile superficialità ad un profilo prescrittivo altamente delicato, che involge la (mancata) tutela della salute pubblica prima ancora delle specie protette.Ritengo che ormai sia indifferibile una completa inversione nella direzione di marcia di un assessorato che ha scommesso, sbagliando, sulla deriva filo-venatoria promossa dai suoi uffici”.
Dichiara Alex Caporale, vicepresidente degli Animalisti Italiani ONLUS “E’ evidente che solo le associazioni ambientaliste stanno combattendo strenuamente la lotta per la sopravvivenza dell’importantissimo patrimonio faunistico abruzzese. Con noi abbiamo la stragrande maggioranza della popolazione che è stanca di vedere morire uccelli e mammiferi. Decine di migliaia di animali sono stati uccisi grazie a provvedimenti che si sono rivelati del tutto illegittimi e per questo coinvolgeremo presto la Corte dei Conti, visto che la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato. Gli eventuali responsabili devono pagare direttamente per scelte totalmente difformi rispetto al dettato delle norme italiane e comunitarie poste a tutela della fauna”.
Campo Felice: PROVE CLASSICHE SU QUAGLIE PER RAZZE DA FERMA – CIRCUITO PROVE ENCI PIANURA E MONTAGNA – 6 luglio 2013.
6 luglio 2013 Campo Felice – Prove su quaglia per razze da ferma
 
6 luglio 2013 Campo Felice – Prove su quaglia per razze da ferma, si possono vedere le autovetture sul manto erboso nella prima e nell’ultima foto.
Cogliamo l’opportunità del comunicato stampa del WWF per scrivere in merito alla gara cinofila svoltasi a Campo Felice lo scorso 6 luglio. 
La competizione riguardava PROVE CLASSICHE SU QUAGLIE PER RAZZE DA FERMA  (CIRCUITO PROVE ENCI PIANURA E MONTAGNA). L’evento al di là dell’aspetto competitivo è finalizzato ad allenare i cani, la caccia alle quaglie (quelle selvatiche) è un’ottima scuola, questo genere di pratica consente infatti, di sviluppare l’olfatto affinandolo, ma anche di regalare maggiore forma al cane che dopo i mesi di chiusura della caccia potrebbe essersi fatto maggiormente pigro.
Giugno e Luglio sono i mesi di maggiore nidificazione delle quaglie, anche se non mancano eccezioni. Infatti, è possibile trovare “covate” già a fine maggio e ancora agli inizi di settembre. Lo stesso maschio si accoppia con più femmine e la stessa femmina si accoppia con più maschi, le quaglie poligame. Gli organizzatori della competizione di Campo Felice lanciano animali di allevamento, ma ci chiediamo, in ottica animalista, se la data prescelta fosse realmente giusta per non disturbare il ciclo riproduttivo di questo animale e di tanti altri che vivono nell’area e ci chiediamo anche se gli organizzatori fossero in possesso di tutti i regolari permessi (procedimento di “VIA”) per realizzare l’evento in un Habitat Prioritario.
Magari qualche lettore del nostro blog potrà fornirci risposte.
La Quaglia è inclusa nella Lista Rossa italiana tra le specie minacciate “a minor rischio”. Sono necessarie misure di conservazione che coinvolgano i territori di nidificazione europei, in cui i fattori responsabili del declino numerico sono da ricercare principalmente nei cambiamenti avvenuti in campo agricolo. Sarebbero auspicabili azioni tra cui il mantenimento e la promozione di pratiche agricole tradizionali a basso impatto, in cui non siano praticati lo sfalcio o la mietitura nei periodi di nidificazione e di cova, unite al mantenimento di aree incolte ai margini dei campi e alla tutela delle siepi e dei filari. La pressione venatoria, enorme su questa specie, dovrebbe essere ridotta e maggiormente regolamentata, insieme all’introduzione di specie alloctone come la Quaglia giapponese e la Quaglia delle piogge. Le due specie esotiche interferiscono negativamente con la Quaglia, e bisognerebbe evitare ogni ulteriore liberazione di individui in natura (Tucker & Heath, 1994; Vigorita et al., 2003a).

LA SENTENZA INTEGRALE:
http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Laquila/Sezione%201/2012/201200499/Provvedimenti/201300719_01.XML
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Sito Internet dell’Ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del ‘cratere’, che si può raggiungere all’indirizzo www.usrc.it

by Amministratore 26 Giugno 2013
FOSSA – È online il sito Internet dell’Ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del “cratere”, che si può raggiungere all’indirizzo: www.usrc.it.
“Un ulteriore passo verso la trasparenza e la comunicazione diffusa nel territorio dei processi di ricostruzione e sviluppo seguiti dall’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere”, spiegano dall’ufficio, che ha sede nel Comune di Fossa (L’Aquila) ed è diretto da Paolo Esposito.

L’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dei Comuni del Cratere è stato istituito a seguito della “chiusura della gestione dell’emergenza determinatasi nella Regione Abruzzo a seguito del sisma del 6 aprile 2009”
D.L. 22-6-2012 n. 83 – Misure urgenti per la crescita del Paese. Pubblicato nella Gazz. Uff. 26 giugno 2012, n. 147, S.O. Articoli 67 bis, 67 ter, 67 quater, 67 quinquies, 67 sexies. Convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134
1. A decorrere dal 16 settembre 2012, la ricostruzione e ogni intervento necessario per favorire e garantire il ritorno alle normali condizioni di vita nelle aree colpite dal sisma del 6 aprile 2009 sono gestiti sulla base del riparto di competenze previsto dagli articoli 114 e seguenti della Costituzione, in maniera da assicurare prioritariamente il completo rientro a casa degli aventi diritto, il ripristino delle funzioni e dei servizi pubblici, l’attrattività e lo sviluppo economico-sociale dei territori interessati, con particolare riguardo al centro storico monumentale della città dell’Aquila. 
2. Per i fini di cui al comma 1 e per contemperare gli interessi delle popolazioni colpite dal sisma con l’interesse al corretto utilizzo delle risorse pubbliche, in considerazione della particolare configurazione del territorio, sono istituiti due Uffici speciali per la ricostruzione, uno competente sulla città dell’Aquila e uno competente sui restanti comuni del cratere. Tali Uffici forniscono l’assistenza tecnica alla ricostruzione pubblica e privata e ne promuovono la qualità, effettuano il monitoraggio finanziario e attuativo degli interventi e curano la trasmissione dei relativi dati al Ministero dell’economia e delle finanze ai sensi dell’articolo 13 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, garantendo gli standard informativi definiti dal decreto ministeriale di cui all’articolo 67-bis, comma 5, del presente decreto, assicurano nei propri siti internet istituzionali un’informazione trasparente sull’utilizzo dei fondi ed eseguono il controllo dei processi di ricostruzione e di sviluppo dei territori, con particolare riferimento ai profili della coerenza e della conformità urbanistica ed edilizia delle opere eseguite rispetto al progetto approvato attraverso controlli puntuali in corso d’opera, nonché della congruità tecnica ed economica. Gli Uffici curano, altresì, l’istruttoria finalizzata all’esame delle richieste di contributo per la ricostruzione degli immobili privati, anche mediante l’istituzione di una commissione per i pareri, alla quale partecipano i soggetti pubblici coinvolti nel procedimento amministrativo. 
3. L’Ufficio speciale per i comuni del cratere, costituito dai comuni interessati con sede in uno di essi, ai sensi dell’articolo 30, commi 3 e 4, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, previa intesa con il Ministro per la coesione territoriale, con il Ministro dell’economia e delle finanze, con il presidente della regione Abruzzo, con i presidenti delle province dell’Aquila, di Pescara e di Teramo e con un coordinatore individuato dai 56 comuni del cratere, coordina gli otto uffici territoriali delle aree omogenee di cui all’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 marzo 2012, n. 4013.
Art. 67-ter Gestione ordinaria della ricostruzione.
L’organigramma della struttura
I riferimenti per l’Area Omogenea 9 alla quale appartiene Lucoli sono: info@utr9.usrc.it – Via Principe Di Piemonte, 1 – 67048 – Rocca Di Mezzo (AQ)
26 Giugno 2013 0 comment
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IL RIFUGIO SEBASTIANI AL COLLETTO DI PEZZA e VINCENZO SEBASTIANI CHE GLI HA DATO IL NOME

by Amministratore 22 Giugno 2013

Il rifugio Sebastiani al Colletto di Pezza ha avuto una storia travagliata: progetti, nascite, rinascite. 
La prima proposta venne avanzata in un’assemblea della sezione CAI di Roma il 18 maggio 1913, dove si propose la costruzione di un rifugio che facilitasse l’escursione sul Monte Velino. Nel 1914 si riparlò in concreto del rifugio quando i soci Gallina e Sebastiani, incaricati da un’apposita commissione, identificarono in un sopralluogo una posizione adatta vicino al Colle del Bicchero, crocevia di tre diversi sentieri. La grave situazione internazionale, le ostilità nell’estate del 1914 e il terremoto della Marsica nel gennaio 1915 portarono ad un’arresto della vita della sezione. La guerra coinvolse tutti i singoli soci: l’Ing. Vincenzo Sebastiani si distinse nelle azioni al fronte che gli procurarono due medaglie d’argento. Nel 1919 Ettore Sebastiani, padre di Vincenzo Sebastiani, con una generosa donazione riportò l’attenzione sul progetto, che nel frattempo aveva subito dei cambiamenti della posizione per via del difficile accesso nei mesi invernali. La nuova commissione propose il Colletto di Pezza come sito idoneo per la nuova costruzione il 24 giugno 1921. Il 22 ottobre 1922 alla presenza del sindaco di Ovindoli, dei consiglieri, di trenta soci di Roma ebbe luogo l’inaugurazione del rifugio dedicato a Vincenzo Sebastiani.
Ma chi era VINCENZO SEBASTIANI che ha dato il suo nome al rifugio del CAI?
Vincenzo Sebastiani
Vincenzo era nato a Roma il 26 ottobre 1885 da Ettore e Gaetana Manari. Fin da bambino si appassionò a tutti gli esercizi sportivi, preferendoli a qualsiasi altro passatempo, e mettendo fin dal principio in luce le sue doti atletiche. Negli anni dell’Università dimostrò un notevole impegno soprattutto sotto il profilo sportivo e sociale. Fondò “L’unione giovanile per la moralità”, allo “scopo di opporsi alla sfrenata licenza giovanile, combattendola con la rivista La Vita”, ma principalmente con l’esempio della sua instancabile attività nelle più disparate discipline sportive.  
Fu abilissimo nuotatore della “Società Romana di nuoto”, con la quale prese parte a diverse gare nel Tevere. Fu ciclista, socio della “Audax”, con la quale vinse una corsa di 400 km. Fu motociclista esperto ed utilizzava le ore libere per istruttivi o dilettevoli viaggi in moto, soprattutto verso l’Abruzzo, regione che amava particolarmente per gli ambienti ancora selvaggi, la natura incontaminata e, soprattutto, per le montagne.
Era infatti, la montagna, la sua più grande passione. “Egli soleva dire che sulle alte cime dei monti i pensieri divenivano più puri, più spirituali”. Consigliere del “Club Alpino Italiano”, fu anche primo delegato in Roma del “S.U.C.A.I.”, associazione di studenti universitari aggregati al “C.A.I.” . Con gli studenti del S.U.C.A.I. fu autore di incredibili scalate su alcune delle maggiori cime della catena alpina. Sempre sulle Alpi, in Val d’Aosta, fu autore, insieme ad altri due giovani studenti, di un’altra impresa, riuscendo a recuperare, passando per una via mai esplorata prima, gli oggetti e i reperti personali appartenuti ai giovani fratelli Segato, alpinisti e figli di un generale dell’esercito, precipitati, nel corso di un escursione, dalla cima del Monte Grivola.
Ma l’attività alpinistica di Vincenzo Sebastiani volgeva verso nuove mete. Nel 1906 aveva infatti ricevuto in dono gli allora quasi sconosciuti “Ski”.  Iniziò così, insieme ad un gruppo di amici universitari, ad esercitarsi in questa nuova disciplina sportiva, presso i campi di neve dell’Abruzzo. Divenuto ormai “skiatore” provetto, partecipò nel 1912 a Cappadocia (AQ) alle gare di “Ski” indette in occasione del “Congresso delle Società Abruzzesi”, e a Roccaraso (AQ) in quelle promosse dallo “Ski-Club”, dove vinse varie gare di velocità e di salto. Nel 1913 fondò il “Gruppo Romano Skiatori”, di cui fu eletto vice-presidente, e stabilì ad Ovindoli (AQ) la sede del gruppo.
Nel frattempo, già dal 1910, Sebastiani si era laureato in Ingegneria Civile nella “Regia Scuola di Applicazione di Roma”. Da ingegnere, altrettanto attivo che come sportivo, condusse diversi lavori, tra i quali: la costruzione della conduttura d’acqua potabile di Amatrice, il risanamento igienico della città di Leonessa, la costruzione, sempre in questa città, della centrale elettrica che illuminò la località e i suoi dintorni. Diresse alcuni lavori anche a Roma.
Il 5 agosto del 1914 venne assunto, con la qualifica di sottocomandante, al Corpo dei Vigili del Fuoco di Roma.
Il 13 gennaio 1915 una fortissima scossa di terremoto distrusse Avezzano e molti paesi della Marsica. Sebastiani, quel giorno, si trovava a Leonessa, e intuì che da Roma sarebbero state inviate delle squadre per coordinare e partecipare ai soccorsi. Cercò fin da subito di rientrare in Roma, ma la situazione dei trasporti, fu subito molto precaria e non riuscì a partire.
Sebastiani non si perdette d’animo, e anche in questo caso, per raggiungere la stazione ferroviaria più vicina, indossò le sue scarpe da alpino, le armò degli “ski”, e giù di corsa “skiando” per le pendici del Terminillo, fino ad arrivare nei pressi della ferrovia dove riuscì a salire su un treno tra Cittaducale e Rieti, e raggiunse Roma.
Vincenzo Sebastiani, riuscì a tornare ad Avezzano con una squadra di vigili del fuoco.
Il Comune di Roma, il Governo del Re e la Fondazione Carnegie conferirono al Sebastiani la medaglia d’argento per gli atti eroici e i salvataggi compiuti.
Il 19 agosto del 1917, mentre era intento a coordinare le squadre di soccorso impegnate a spegnere un grave incendio sviluppatosi in un palazzo a seguito di un bombardamento, lo scoppio di una granata gli provocò delle gravissime ferite.




La salma di Sebastiani

Morì il 20 agosto, all’età di trentadue anni.

La targa in memoria di Vincenzo Sebastiani pressola caserma dei pompieri di Via Genova

Oggi la gestione del rifugio Sebastiani è di Eleonora Saggioro che è presidente della cooperativa Equorifugio. 

Eleonora gestisce da 13 anni il rifugio e recentemente ha contattato altri 49 “colleghi”, da nord a sud, per racchiudere in un libro le loro storie e i loro segreti gastronomici. E’ nato così il libro “50 Ricette/50 Rifugi. 

Fatto di “pensieri mentre l’acqua non bolle” edito da Il Lupo, una guida che racchiude in 120 pagine l’amore per la montagna e la passione per la sana cucina. 

Come scrive Eleonora, “Il rifugio non è solo un ristorante sui monti”, ma un modo di accogliere e di vivere in alta quota. Vero, dannatamente vero…..

Di seguito alleghiamo il programma del rifugio Sebastiani per questa estate.

Per saperne di più:
info@rifugiovincenzosebastiani.it
http://gruppostoricovvf.netsons.org/web/?p=457
http://www.anvvf.com/roma/pages/memoria-storica/sede-centrale/i-personaggi-storici/vincenzo-sebastiani.php

22 Giugno 2013 0 comment
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LADRI DI RAME IN AZIONE NELLA NOTTE DEL 4 GIUGNO 2013 NELLA FRAZIONE DI COLLE DI LUCOLI

by Amministratore 4 Giugno 2013

Per staccare il discendente è stata rotta un’antenna e delle tegole del tetto

Qui c’era un discendente

Questa è una casa che non doveva essere ristrutturata
Il furto di rame all’Abbazia di San Giovanni

Il territorio di Lucoli e la Frazione del Colle, in modo particolare, restano sotto il tiro dei ladri a caccia, soprattutto, di rame. 

Ladri che non si fermano più davanti a nulla. Nemmeno di fronte al culto dei defunti: anche il cimitero è stato  ripulito delle canali così come il muro laterale dell’Abbazia di San Giovanni Battista. 
Queste ruberie richiedono del tempo e l’utilizzo di un mezzo adeguatamente capiente, presumibilmente un furgone o un camion. Eppure nessuno si accorge di nulla, è facile nei paesi abbandonati. 
Sembra che neanche l’appello alle forze preposte al rispetto della legge serva più, gli agenti si sono assuefatti ai crimini divenuti di routine, sono come i medici che si abituano alla morte, senza più reagire con sentimento e magari pietà.
La vigilanza delle forze dell’ordine preposte per questo territorio, di notte, dovrebbe essere intensificata proprio in queste realtà abitative con pochi residenti.

In alcuni paesi dell’aquilano sono scattate le ronde di cittadini dopo l’emergenza dei furti che stanno dilagando nelle abitazioni abbandonate a causa del sisma di quattro anni fa, ormai una vera e propria piaga sociale.

I residenti hanno deciso di organizzarsi e cominciare a pattugliare a turno le proprie case per evitare altre razzie.
Tra questi centri ci sono Sassa, Tornimparte, Pizzoli, Barete e Scoppito, ma il fenomeno sta prendendo piede anche in altre zone.
Ma “non chiamatele ronde – hanno testimoniato alcuni cittadini ad AbruzzoWeb – il nostro intento è quello di segnalare alle forze dell’ordine tutto quello che è sospetto. Sappiamo che i tagli effettuati dal governo e altri problemi hanno ridotto il controllo delle forze dell’ordine perciò noi abbiamo deciso di farci passeggiate notturne, per cercare di evitare che si ripetano i furti”.
E a Lucoli cosa si può fare?
I residenti e tutti i proprietari degli immobili provino a pensare alle loro case finalmente riparate, quando ciò sarà possibile e dopo tempi interminabili, cosa accadrà quando verranno danneggiate e depredate di nuovo?
La piaga sociale va curata anche dal singolo, ognuno di noi potrebbe fare qualcosa: innanzitutto reagire……..

       

4 Giugno 2013 5 comments
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Territorio

SVILUPPO DEL TURISMO LA NASCITA DEI CONSORZI ED I BANDI PER DMC E PMC. LA NASCITA DEL CONSORZIO “AQ, ABRUZZO QUALITA’, L’AQUILA, VELINO-SIRENTE, MARSICA”.

by Amministratore 14 Maggio 2013

La Regione Abruzzo ha dato via libera ai bandi pubblici sulle destinazioni territoriali (DMC) e sulle linee di prodotto (Pmc) molto attesi dagli operatori turistici di ogni territorio e qualcosa di importante è stato recentemente realizzato anche vicino a Lucoli dal Parco Sirente-Velino. 
Quindi, le reti d’impresa debuttano anche nel settore turistico. 
E’ infatti, operativo il decreto 8 gennaio 2013 che stanzia un plafond di 8 milioni per finanziare fino a 40 progetti, ciascuno del valore minimo di 400mila euro, con una quota di 200mila euro. Come si legge in un documento della Presidenza del Consiglio dei ministri (Dipartimento per gli Affari regionali, il turismo e lo sport) che sintetizza le modalità operative di questo nuovo strumento di agevolazione degli investimenti, gli aiuti saranno destinati alle micro e piccole realtà raggruppate o che manifestino l’impegno a costituirsi in associazioni temporanee di imprese e consorzi con un “contratto di rete”. 
Tale contratto integra due concetti fondamentali – prosegue la nota – per l’innovazione e lo sviluppo dell’imprenditoria particolarmente efficaci nel settore turistico: la collaborazione sui programmi condivisi e il mantenimento dell’autonomia imprenditoriale: si crea così un’alternativa concreta per quelle aziende che vogliono aumentare la loro massa critica senza doversi necessariamente unire in una fusione o ricadere sotto il controllo di un unico soggetto. Gli ambiti di operatività del nuovo strumento sono molteplici: 
Marketing, valorizzazione del territorio, ottimizzazione dei costi di struttura, penetrazione dei mercati esteri sono alcuni tra i fattori di competitività e innovazione del settore turistico che dovranno caratterizzare i progetti ammessi. 
Saranno finanziate iniziative su tre fronti principali: 
1) interventi per mettere a sistema strumenti informativi di amministrazione, gestione e prenotazione di servizi turistici e per creare piattaforme per acquisti collettivi di beni e servizi, riducendo i costi;
2) promozione delle imprese sui mercati esteri con pacchetti turistici innovativi e strumenti di promo-commercializzazione condivisi fra le aziende della rete; 
3) iniziative di promozione attraverso le nuove tecnologie e il social marketing e iniziative per migliorare la fruibilità turistica del territorio, in particolare con sistemi online.
La pubblicazione di questo e di altri bandi segna il passaggio ad un nuovo modello organizzativo del turismo regionale, in grado di dare impulso alla costituzione di organismi privatistici di elevata professionalità per lo sviluppo delle destinazioni e del prodotto. Quindi l’intento è quello di ridisegnare completamente l’organizzazione turistica regionale segnando una decisa inversione di rotta nell’approccio culturale allo sviluppo del turismo stesso. Si guarda alla competitività, alla qualificazione e strutturazione dei servizi dell’ offerta per entrare nella logica degli investimenti per sviluppare il prodotto e commercializzarlo. Cioè per venderlo, tenendo conto delle esigenze dei mercati. La finalità della Regione è quella di costruire un progetto turistico che dovrà avere un durata pluriennale su cui, poi, saranno programmati gli investimenti.
Nelle intenzioni della Regione, gli operatori dovranno aggregarsi intorno all’unicità di un territorio o alle peculiarità di un prodotto turistico proponendosi sul mercato come una rete di imprese, senza più pensare al futuro rappresentando singoli servizi. Si vuole coinvolgere tutti gli attori economici che operano sul territorio per creare le condizioni ottimali affinché tutte le aree della regione possano esprimere ed esaltare le varie peculiarità. Molti Comuni hanno realizzato incontri divulgativi e di sensibilizzazione per promuovere la costituzione delle Compagnie di Destinazione ( DMC) che possono essere costituite da tanti soggetti, sia pubblici che privati, che operano nel settore turistico. Le DMC debbono essere vere e proprie agenzie che organizzeranno, promuoveranno e venderanno il territorio, ossia il prodotto turistico del territorio, la sintesi delle eccellenze e delle risorse che lo caratterizzano, rese disponibili attraverso gli operatori che partecipano alla DMC. 
Chi può costituire una DMC? Le strutture ricettive tradizionali, i B&B, gli agriturismi, gli artigiani locali, le aziende di prodotti locali, le agenzie di trasporto e tante altre realtà.
E’ nato un consorzio importante vicino a Lucoli “AQ, Abruzzo qualità, L’Aquila, Velino-Sirente, Marsica” che è costituito da 63 soci, 62 privati più il Parco Sirente-Velino. 
Alla guida del consorzio, per la fase di start up dei primi sei mesi, è stato designato Massimiliano Bartolotti (Monte Magnola impianti), affiancato dalla vice presidente, Silvia Cardarelli (Ambecò). Direttore è stato nominato Raffaele Siciliano. Completano la squadra Simone Angelosante (presidente del parco Sirente-Velino), Antonio Cicchetti (San Donato golf),Enrico Fraticelli (Sir-altopiano delle rocche), Domenico Iovannitti (Grotte di Stiffe), Luca Lallini (Campo Felice- Rocca di Cambio, Lucoli), Stella Marzolini (La nuova fattoria di Carsoli) e Alberto Sebastiani (La Baita immobiliare-Ovindoli). Quindi il territorio si è unito in un unico progetto di sviluppo che mette in rete le esperienze di servizi, in linea con le finalità dell’area protetta del Parco, per orientare le grandi masse del turismo verso la regione attraverso un’attenta azione di promozione e marketing. 
L’Area del Parco Sirente-Velino
Alla base dell’azione del consorzio i punti dell’innovazione e della formazione, la creazione di un portafoglio turistico del territorio, la promozione dell’offerta turistica attraverso canali classici e innovativi, la gestione del sistema di accoglienza e di informazione ai turisti e la creazione di pacchetti turistici tematici.
Sarebbe auspicabile che questo spirito imprenditivo possa essere interpretato anche dagli Amministratori e dagli operatori di servizi ed artigiani di Lucoli per cercare di costruire, insieme, un futuro per il territorio e la sua gente.
14 Maggio 2013 0 comment
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Territorio

SI SALVI CHI PUO’…..SI APRE LA STAGIONE VENATORIA….UCCELLI DI LUCOLI….. FUGGITE!

by Amministratore 30 Agosto 2011
Orgelkonzert, Francis Poulenc. IAF Film: R. Soldati

Il filmato di Roberto Soldati vuole essere un deterrente per placare, attraverso l’arte e l’amore per la natura, gli istinti omicidi verso i tanto amati (da vivi) pennuti locali! http://www.youtube.com/watch?v=a4qaszQFntM

http://www.regione.abruzzo.it/caccia/index.asp?modello=calendarioVenatorio&servizio=xList&stileDiv=mono&template=default&msv=cacciato1

Alcuni animali del territorio che saranno cacciati….
GHIANDAIA
La sua dieta è composta da uova d’uccello, cuccioli, topi, grandi insetti e larve. Arricchisce la sua dieta anche con nutrimenti vegetali quali ghiande, noci, fagioli, piselli, patate, mele, fichi, bacche e cereali. In inverno raccoglie ghiande, fagioli, noci e castagne e nasconde le sue provviste nella corteccia degli alberi, nei ceppi o nel suolo del sottobosco. Grazie alla conservazione delle provviste in certi luoghi di raccolta è in grado per tutto l’anno di mangiare il suo cibo preferito, le ghiande.
Ghiandaia
Cesena
CESENA
Viene a svernare in Europa meridionale e è in quel periodo che è visibile in Italia. La cesena raggiunge un peso di 87-100 gr. Il colore del piumaggio è grigio sul dorso, ali marroni, e parti inferiori, chiare e punteggiate. La cesena frequenta boschi, macchia mediterranea oliveti, vigneti, parchi e giardini. Più di altri frequenta i frutteti. La cesena è gregaria nel periodo riproduttivo. Le covate annuali possono essere 2. L’alimentazione della cesena è frugivora ed insettivora ma predilige in particolare i frutti del sorbo, del melo e del pero.
ALLODOLA
Alauda arvensis – passeriforme, durante il periodo riproduttivo si nutre di insetti, mentre per il resto dell’anno mangia anche semi, germogli ed erbe. E’ un uccello monogamo e si riunisce in grossi stormi per emigrare. Quando l’allodola è agitata, solleva le piume del capo come una piccola cresta.
MERLO
merlo maschio
I tre giorni della merla – racconto popolare

Vi sono leggende che affondano le radici della loro origine nella notte dei tempi.

Se è vero, come certamente è vero, che per creare un proverbio occorrono mille anni, molti, molti di più sono quelli necessari a far nascere, dall’anima collettiva dell’Umanità, una Vera Leggenda.
Né si può essere certi (ed è questa l’essenza vera del racconto leggendario), mai si può essere sicuri della veridicità assoluta del contenuto, tanto il passare “di bocca in bocca” può avere modificato, durante i secoli, piccole o larghe parti del dettato originale.
Così come sarà accaduto a tante altre, anche questa Leggenda antica, che parla dei tre giorni più freddi dell’anno e dell’uccello che, in circostanze così particolari mutò il colore del proprio manto di penne, anche questa ha sofferto la trafila di piccoli e grandi cambiamenti, dovuti al passare del Tempo, al mutare delle Epoche e al differente sentire delle Persone.
Ecco come andarono, in verità, le cose.
Primo giorno
Si svegliarono un merlo e una merla nel nido che si erano fabbricati sopra un ramo, un mattino che faceva un freddo cane.
Durante la notte era nevicato, e una spessa coltre bianca ricopriva ogni cosa: i tetti delle case, i rami intirizziti degli alberi, le siepi, i cespugli, ogni palmo di terra per miglia e miglia intorno.
Dopo l’abbondante nevicata della notte, ora brillava il sole, chè un vento teso e gelido aveva spazzato via le nubi che avevano portato così tanta neve.
Era un vento aspro, tagliente, che soffiava da Nord e si portava dietro il gelo penetrante del Polo, morsa di ghiaccio che faceva scoppiare i tronchi degli alberi e le pompe dell’acqua nei cortili, fasciate di stracci e di paglia. Insomma, faceva freddo.
Il pallido sole, per quanti sforzi facesse, non riusciva a sciogliere la neve né ad allentare la morsa di gelo che attanagliava, crudele, ogni cosa.
Oltre al freddo il merlo e la merla dovevano sopportare (e non era sopportazione facile) i morsi della fame.
Sì, della fame più nera, perché, come ben sanno tutti i bambini di tutte le epoche, dalla notte dei tempi ai giorni nostri, un’abbondante nevicata copre, e nasconde alla vista degli uccellini, tutto ciò che può costituire per loro un nutrimento: una bacca, un insetto, un pezzetto di pane, qualcosa di commestibile gettato via da chissachì.
Il merlo e la merla, in quel giorno di freddo e di fame, di tutto avevano voglia, tranne che di cantare.
“Anche per oggi non si canta!” disse il merlo alla merla.
“Anche per oggi non si mangia!” gli rispose la compagna, prima di piegare il capo sotto l’ala all’imbrunire, quando il sole stava ormai per tramontare, ed era giunta l’ora di dormire.
Se a quei tempi fosse esistito un calendario come quello dei giorni nostri, sarebbe stato il tramonto del Ventinove Gennaio.
Secondo giorno
Durante la notte era nevicato ancora.
Non molto, in verità, una nevicata leggera, ma quel tanto che bastava per coprire le tracce lasciate da qualche animale notturno uscito in cerca di cibo ed il becco giallo dei due uccellini che ora, stretti vicini vicini nel loro nido sul ramo, erano completamente invisibili, bianchi com’erano dal becco ai piedi.
Sì, bianchi bianchi perché dovete sapere che, in origine, i merli avevano avuto in dotazione da Madre Natura un bellissimo manto di penne bianche, candide e lucenti.
Il candore della loro livrea era tanto perfetto che d’inverno, quando tutto era coperto di neve, era quasi impossibile distinguerli dallo sfondo dell’ambiente circostante, e si poteva indovinare la loro presenza solo ascoltando il loro canto armonioso.
“Anche per oggi non si mangia!” disse la merla destandosi quel mattino, affamata più che mai e più che mai disperata di poter trovare, in tutto quel biancore, qualcosa da mettere nel becco.
“Anche per oggi non si canta!” le rispose il merlo che era ugualmente, se non di più, affamato, ma non tanto disperato quanto la sua compagna, e questo perché era, per natura e per carattere, un inguaribile ottimista.
“Non disperare, cara! Vedrai, vedrai che la neve si scioglierà e lascerà apparire qualcosa sul terreno, o su una siepe o su un ramo, magari una bacca o un vermiciattolo o un insetto, o un pezzo di pane caduto a qualcuno ed io, appena lo vedrò, mi ci precipito in un volo, e metà lo mangio io, metà lo porto qui nel nido, per te. Stai certa che di fame non moriremo!”
Rimasero così, i due merli, bianchi bianchi, stretti stretti, cercando di scambiarsi un poco di calore, scrutando con gli occhi affamati tutto quel biancore, attorno, finchè non arrivò la fine anche di quel giorno, fatto di neve, di freddo e di paura di morire.
Misero le teste sotto le alette bianche, e provarono a dormire.
Se avessero avuto il costume e l’abitudine di numerare i giorni alla stessa maniera di come usiamo farlo noi di questi tempi, avrebbero segnato quello come il Trenta di Gennaio.
Terzo giorno
Se si fossero numerati i giorni così come facciamo adesso noi, quello sarebbe stato il Trentuno di Gennaio.
Non nevicava più ormai da molte ore, e il sole del mattino sembrava, per la prima volta dopo tanto freddo, spargere attorno un fievole tepore.
Il merlo e la merla si destarono al primo albeggiare, più infreddoliti e affamati che mai.
“Sono tre giorni che non si mangia!” disse la merla, lamentosa ed aspra.
“E che non si canta!” rispose il merlo, con nella voce un’eco, seppur lontana, di speranza.
“E tu che non pensi ad altro che a cantare!” quasi gli inveì contro la merla.
“Guarda invece se vedi qualcosa da mangiare, per terra o sopra un ramo, o su una siepe! Un insetto, una bacca, una buccia di qualcosa, purchè sia! Sai bene che il giorno che si digiuna, non si canta!”
“Ha ragione!” pensò tra se e se il merlo “E’ noiosa e pedante, pessimista e avvilente con quel suo continuo criticare, ma stavolta, ed in questo, ha ragione: che se non si trova qualcosa da mangiare, e presto anche, qui si rischia davvero di morire. Altroché cantare!”
Ma anche questi pensieri, il merlo, li faceva senza rabbia né sconforto: in cuor suo, ottimista com’era, era ancora speranzoso di trovare qualche cosa da mangiare per se e per la sua acida compagna.
E così fu che, proprio poco prima del tramonto, forse per merito del suo giusto ottimismo, o forse a causa del suo eccessivo ottimismo, al merlo parve di vedere, lontano, nella neve, un punto scuro, qualcosa che spuntava dalla coltre bianca e che, forse, poteva essere qualcosa di commestibile, di nutriente, di vitale.
“Guarda là!” disse entusiasta alla compagna.
“Là, proprio in mezzo alla radura! Vedi quel punto nero che spunta dalla neve? Sarà di certo un fungo, od una bacca, o meglio un insetto morto; comunque sia, qualcosa da mangiare!”
“E se invece ti sbagli?” ribattè con fare cinico la merla che aveva dentro, anche più forte del freddo e della fame, un invincibile ed inesausto spirito di negazione.
“Se è un sasso, o un ramo o… peggio? Insomma, qualche cosa che non si può mangiare? Se non sei sicuro di che cosa è, chi te lo fa fare di volare fino là, che poi se non è commestibile rischi di non avere nemmeno la forza di tornare, e va a finire che muori tu e lasci qui anche me, senza mangiare!”
“E’ vero” pensò fra se e se il merlo “Se volo fino là, e poi non è una cosa che si mangia, di certo non avrò le forze per tornare al nido. E già si fa la notte.”
E lo fece tanto intensamente che, per la prima volta in vita sua, non pensò a cantare.
“Comunque sia”disse alla merla “io vado! Restando qui sono certo comunque di morire, e io invece scelgo di vivere, e rischiare!”
E, detto ciò, volò con le sue ali bianche sopra la neve bianca e contro il cielo fatto nuovamente bianco di nuove nubi cariche di neve.
Con l’ultimo barlume di energia posò le zampe sopra quel rilievo scuro che spuntava dalla coltre bianca e subito si accorse, con grande dispiacere, che si trattava proprio di quello che si era persino rifiutato di pensare.
Di cane no, perché era troppo grossa, ma di cavallo, di mucca o di orso: sicuramente roba di un animale che, per sua fortuna, lui sì che aveva avuto, e in abbondanza anche, da mangiare.
“E ora, che faccio?” pensò fra se e se il merlo che, ottimista e positivo com’era, si rifiutava di pronunciare, anche soltanto di dire, di quella cosa, il nome.
“Se non la mangio, muoio di certo qui, che non avrò la forza di levarmi in volo. E poi, fredda com’è, quasi gelata, può darsi che non si senta neanche tanto il sapore. E un poco di energia me la può sempre dare. Se non altro, metterò qualcosa nello stomaco!”
E senza altro pensare, decise di provare a dare un primo colpo con il becco. Per assaggiare.
Mangiato che ebbe, il merlo speranzoso, sentì crescergli dentro nuova fiducia, e vita.
Buona non era, ma gli riempiva lo stomaco, e sentì che l’insolito cibo gli infondeva un po’ di calore ed energia.
Si alzò in volo e tornò dalla compagna, sull’albero, nel nido, deciso più che mai a convincerla a fare lo stesso volo, e a mangiare anche lei qualcosa.
“Buona non è” le avrebbe detto col tono più convincente che avrebbe saputo trovare “ma almeno, per oggi, di fame non dovrai morire!”
Non si era accorto, il merlo, che nell’affaccendarsi attorno a quello strano e inusitato cibo, le penne gli si erano sporcate tutte, cambiando il loro bianco candido in un colore scuro, e che da uccello colore della neve si era trasformato in merlo nero.
Non lo sapeva, e un po’ per la soddisfazione di avere la pancia piena, un po’ per l’entusiasmo di condividere con la sua compagna una speranza di salvezza, fattostà che nel volo si mise a cantare.
Un cacciatore, udita la sua voce, notò l’uccello nero che si stagliava in volo contro la neve bianca, bersaglio nitido che non si può mancare.
Un lampo, un tuono, e il merlo cadde colpito dritto al cuore.
La merla, da stare dentro il nido, vide la scena e non potè, nemmeno in questo tragico momento, trattenersi dal parlare con rancore.
“Stai morendo?” disse al merlo che giaceva nella neve. “Ebbene, ti sia di insegnamento, così impari!”
“Imparo cosa?” disse il merlo, che faceva ormai fatica anche soltanto a respirare.
“Che il giorno che si mangia merda, non si canta!”
Era cinica, la merla, cinica e crudele, ed acida e maligna, e senza amore.
Però, pur non avendo un cuore, pensò che non sarebbe stato bello se l’Uomo, con il suo vizio di crearsi di ogni cosa un Mito e una Leggenda, avesse, nel futuro, legato il nome ed il colore nero di ogni merlo a un episodio davvero così poco edificante.
“Andrò a ripararmi sotto un comignolo” decise. “Così, col fumo, anche le mie penne diventeranno nere, ed il colore della nostra livrea sarà associato al gran freddo di queste tre giornate e non alla robaccia immonda che si è mangiato quello sciocco sognatore!”
E così fece.
E così fu che, da allora, merito o colpa di questa saggia o astuta decisione, a questo si attribuisce il fatto che i merli hanno le penne nere: al riparo che cercò, in un comignolo, dal freddo di quegli ultimi tre giorni di Gennaio.
Giorni che da quel tempo sono chiamati, appunto, i Giorni della Merla.
E forse, piuttosto che in un altro modo, è davvero meglio che vengano chiamati così.
30 Agosto 2011 0 comment
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Territorio

L’ATERNO: IL FIUME CHE UNISCE.

by Amministratore 22 Febbraio 2011
Sandro Cordeschi, ha presentato sabato 19 febbraio u.s. a Casa Onna il libro che ha scritto con i contributi di David Maria Adacher, Antonio Porto e Giordano Silvetti.
Il libro contiene un grande messaggio politico, che tutti noi condividiamo: l’Aterno è un fiume che unisce, che scorre dalle montagne al mare, da L’Aquila a Pescara. Scrivere questo libro è stato per gli autori, tutti aquilani, un gesto di grande riconoscenza per la gente della costa che tanto ha aiutato le persone colpite dal sisma nei momenti difficilissimi del post-terremoto.
Bellissimo il senso del percorso narrativo del libro che consigliamo a tutti di leggere: lungo le rive (e dentro le acque) dell’Aterno-Pescara e dei suoi affluenti si cammina a cercare identità, memoria, segni di bellezza troppo spesso nascosti. Il viaggio, ripetuto più volte dagli autori nel corso di molti anni e con mezzi ed intenti diversi, si trasforma in storie, che trovano contatti sorprendenti con la il presente ed il senso dei tempi che stiamo vivendo.
Si scoprono sentieri, realtà vive, possibilità, verità prima sconosciute alimentate ora dai sentimenti di sofferenza scatenati dal sisma. Si comprende che insieme all’acqua scorrono infinite vite e visioni, di cui le persone, che ora abitano questa terra, sono parte. Nell’acqua e sulle rive dell’Aterno non si incontrano soltanto ricordi e nostalgie, ma si gioca parte del futuro di molte persone di l’Aquila. Il sistema-Abruzzo è caratterizzato da un rapporto complesso tra zone interne e zone costiere. I fiumi che solcano le vallate, per quanto di ridotte dimensioni, offrono radici e opportunità, legano in modo indissolubile la montagna al mare. Tra essi, l’Aterno è la vena centrale, addirittura il cuore.
Fratello Fiume racconta allora, nello spirito del viandante e del viaggiatore sentimentale, ma anche in quello dello studioso e dell’economista, del rapporto che esiste tra l’Aterno-Pescara e la gente d’Abruzzo, con un percorso diviso in differenti sezioni: nella prima oscilla tra la realtà dei luoghi e l’immaginazione che li riproduce; nella seconda documenta epoche storiche e vite vissute; nella terza getta uno sguardo, analitico ed appassionato al tempo stesso, sulle forme in cui l’eco-nomia legata al fiume può sposarsi con l’eco-logia e lo sviluppo di un territorio che vuole e deve rinascere.

La pubblicazione del libro è inserita nel progetto Tesori Liquidi del Laboratorio Autonomo di Studi Antropologici – LHASA ed è volta a valorizzare gli aspetti naturalistici, storici ed artistici della valle del fiume e dei suoi principali affluenti, senza dimenticare la tradizione culturale ed economica nel suo sviluppo fino al periodo attuale.
Accogliendo appieno le motivazioni degli autori, contribuiamo nel nostro ambito sociale a divulgare il lavoro scientifico svolto, affinchè i Tesori liquidi d’Abruzzo non rimangano nascosti ai viaggiatori ed agli appassionati come noi, ma alimentino anche con il “passa parola” la volontà della scoperta e l’amore per il territorio.
Un grazie a Sandro, nostro socio, per essere riuscito a darci quest’opera scientifica e di sentimento, in questo momento della nostra vita di donne e uomini volenterosi che, per dirla con le parole del libro, ha bisogno di una “ineguagliabile spinta all’ottimismo della volontà….”.
22 Febbraio 2011 2 comments
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Territorio

PERCHE’ NON CI OCCUPIAMO DI FUTURO?

by Amministratore 4 Febbraio 2011

Ci occupiamo di futuro. Un po’ tutti. Ognuno di noi lo sta costruendo il futuro, anche senza volerlo, anche inconsapevolmente, con ciò che dice e ciò che fa.
Ma il futuro non si riproduce, non si produce per replica.
Per una rinascita su basi nuove del nostro territorio di Lucoli (e perché no?) dell’Italia tutta, abbiamo bisogno di res novae, di un’atmosfera che rifletta l’energia positiva che troppo spesso è assopita e che pure esiste in ogni individuo.
Per questo non basta occuparsi solo della propria attività personale né di curare il “Sistema-Lucoli” pensando ognuno al suo ambito di interesse soggettivo, mantenendo i propri confini e magari combattendo chi vuole provare ad agire con schemi autonomi e diversi.

Occorre a nostro avviso anche ragionare in termini di costruzione della “Comunità di Lucoli”.

Per ripartire, in un comune del cratere, per provare a rilanciarne la crescita, generale (non solo legata al settore edile), occorrono delle “discontinuità”. Se giocassimo una partita a scacchi, servirebbe la capacità di “fare la mossa del cavallo”. Ovvero la mossa imprevedibile.
Per ripartire, per promuovere la crescita, occorre un progetto territoriale. Condiviso da tutti i portatori d’interesse. Occorre fare un’agenda delle azioni e delle iniziative necessarie per ripartire collaborando. Potremmo dire una reagenda, che strutturi le modalità per reagire, per agire in modo nuovo, tenendo conto delle lezioni che possono aver suggerito questi 19 mesi del dopo terremoto. Per ripartire, per rilanciare la fiducia verso il coinvolgimento dei singoli (che magari potrebbero firmare i loro scritti sul blog) in un clima positivo e non contrapposto occorrerebbe un nuovo consenso, un sentire comune che favorisca il convergere delle energie, il superamento delle posizioni di clan e di campanile, senza perdere la ricchezza e la positività della dialettica, occorrerebbe riscoprire la necessità di fare sistema plurale all’interno di una Comunità.
Forse occorrerebbe pensare a rifondare la Comunità di Lucoli.
Occorrerebbe accettare, non solo con le parole ufficiali, la “biodiversità” (consentiteci il termine provocatorio) rappresentata da NoiXLucoli Onlus e la voglia di impegno di molti “non residenti”.
Sarebbe ora di sentirci tutti responsabilizzati in un “cantiere” (con una metaforica legge per la ricostruzione condivisa e con necessarie le sole ricchezze degli animi e la buona volontà) che possa ricostruire il domani di Lucoli.
Senza Comunità non c’è “cantiere”, ci sono solo singole iniziative.
Senza Comunità non c’è futuro, perché questo è sempre più frutto della capacità di fabbricare insieme idee, progetti, realizzazioni.
Il “Fare comunità” e “promuovere comunità” (come senso di appartenenza, come reti fiduciarie di operatori locali ed enti pubblici e morali che costituiscono un’unica filiera, come “capitale sociale locale”) ci sembrano allora priorità fondamentali per la rinascita del territorio di Lucoli.

Queste riflessioni a noi donne ed uomini consociati in una Onlus ci sono scaturite prepotenti, come possibile lenimento del rammarico che abbiamo provato leggendo sul Blog “Ricostruire Lucoli” tanti scritti aggressivi e contrapposti, carichi di risentimento e faziosità a tutto campo, di voglia di rivalsa e di annullamento dell’”avversario”. Qualunque esso sia: la Pro Loco di Lucoli o la nostra Associazione NoiXLucoli Onlus.
A tutti coloro che hanno contribuito a questo dibattito che ha fornito un quadro preoccupante del livello di pacificazione di quella parte della Comunità che si è espressa, lanciamo questo spunto di riflessione: crediamo che la crescita del “sistema territorio” (e non del sistema di interessi soggettivi) non può essere stabilmente assicurata senza una riflessione circa le regole dello stare insieme su base plurale e responsabile.

La cooperazione e la sussidiarietà sono il punto di forza.

La coesione intorno a valori condivisi offre la garanzia circa la stabilità di lungo termine del nostro agire in un territorio che tutti abbiamo nel cuore.
Ci piacerebbe che l’Amministrazione Comunale e tutti i suoi Consiglieri riflettessero su questi pensieri e sulle dinamiche e posizioni personali che li hanno originati. Un’Amministrazione ne dovrebbe cercare i significati più profondi ed i possibili rimedi politici e sociali pensando al futuro di Lucoli e della sua Comunità.

Questo testo vuole offrire riflessioni serene che potrebbero essere condivise in un incontro tra chi nell’associazionismo lucolano incarna il “vecchio” e chi si presenta come “nuovo” (citazioni fornite in uno degli scritti del Blog) a patto che si liberino le menti dai pre-giudizi.

NoiXLucoli Onlus
Emanuela Mariani

4 Febbraio 2011 0 comment
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