NOI X LUCOLI
  • Home
  • Chi siamo
  • Il Giardino della Memoria
    • Agricoltori custodi
    • I frutti antichi
    • Attività
    • Adozioni
  • territorio
    • Ambiente
    • Comunità
    • Archivio fotografico storico
  • Foto
  • Video
  • Blog
  • Contatti
Category:

Territorio

Territorio

Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza

by Amministratore 26 Settembre 2018
Il Dipartimento per il monitoraggio e la tutela dell’ambiente e per la conservazione della biodiversità dell’ISPRA, insieme a Donne in Campo della Confederazione Italiana Agricoltori, ha condotto un indagine sulla produzione eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero, filati da tessitura artigianale, tintura naturale e confezioni con materiali e metodi compatibili con l’ambiente.  I frutti dello studio sono contenuti nel volume di cui è indicata la copertina e visionabile in internet.

Uno degli autori è la nostra socia Beti Piotto già del Dipartimento per il monitoraggio e la tutela dell’ambiente e per la conservazione della biodiversità dell’ISPRA, Area per la conservazione e gestione di specie, habitat ed ecosistemi, l’uso sostenibile delle risorse agroforestali.

La ricerca ha fornito un panorama di attività e prodotti di eccellenza così marcatamente variato da risultare difficilmente incasellabile in settori. Sono state descritte alcune di queste realtà per lo più poco note al pubblico ma esempi viventi di sostenibilità, biodiversità ed economia circolare.
Una costatazione rilevante è che questi saperi, facenti parte della ricca diversità culturale italiana, raramente usufruiscono di una qualche agevolazione o finanziamento da parte dello Stato a supporto della loro importante attività.  Da sottolineare però che molti dei giovani contattati sono riusciti a rivisitare la tradizione con creatività sorprendente.
La storia ci dice che non è un caso che la filiera relativa alla filatura e tessitura, con numerose attività interconnesse, sia spesso in mano alle donne.  Questa “vicinanza” tra le donne ed il tessere è vivissima anche oggi a dirci del grande contributo del mondo femminile alla sostenibilità della filiera.
Vi raccontiamo la storia di due donne dell’Abruzzo: Assunta Perilli (nostra amica da tempo) di Campotosto e Valeria Gallese di Santo Stefano di Sessanio.
Assunta Perilli Archeologa-tessitrice custodisce una antica varietà di lino a Campotosto (AQ)

Assunta Perilli venuta più volte a Lucoli animatrice di nostre iniziative.

A Campotosto, paese sulle sponde dell’omonimo lago artificiale in provincia dell’Aquila, Assunta Perilli, archeologa e tessitrice, ha raccolto l’eredità di nonna Laurina. Morta nel 1995 a 101 anni, nonna Laurina custodiva un tesoro: semi di lino di un’antica varietà che aveva sempre coltivato, anche nei vasi davanti la sua abitazione. Conservazione è un sostantivo al femminile e al femminile è stata per millenni l’opera di difendere e conservare le sementi, il cibo, la terra, la pace. Ora, forse con ritardo, si capisce che è dovere di tutti conservare la diversità. Conservare ciò che esiste in tutte le sue forme perché la sopravvivenza e la naturale evoluzione di tutti noi si basa proprio su questa ricchezza: la grande e misteriosa eterogeneità della vita. L’omogeneizzazione delle colture, la riduzione di cultivar a disposizione, agisce in modo esattamente opposto. Proprio per questo motivo, per l’unicità di questa coltivazione di lino, le Università di Cambridge e di Copenaghen hanno iniziato a studiarla per capire se nel corso dei decenni le sue caratteristiche specifiche sono rimaste intatte o hanno subito modifiche sostanziali. Il progetto europeo TeSet, cioè Textiles in Southern Etruria, si è proposto di ricostruire le antiche rotte commerciali per individuare i mercati del lino da Oriente ad Occidente e per capire se sia possibile una distinzione tra le produzioni di lino in aree geografiche differenti e distanti. Gli studi continuano ora, affinando gli obiettivi, nel progetto “Il lino di Campotosto”, con il supporto del Parco del Gran Sasso ed i Monti della Laga che, tra l’altro, ha investito Assunta Perilli della carica di ambasciatrice del Parco nel mondo. In questa fase si vuole sottolineare gli aspetti naturalistici ed etnografici come lo studio e l’applicazione delle piante tintorie e la ricerca degli abbigliamenti tipici del territorio. Assunta ha messo un po’ da parte i suoi studi di archeologia per dedicarsi al recupero delle antiche tradizioni di tessitura e filatura, utilizzando tecniche e strumenti antichi dalla lana, che viene tinta in modo naturale, ai filati come il lino che appunto si ricavano da questa antica cultivar. Per l’iniziativa dell’associazione culturale Filo da Torcere, nel 2002 sono partite le semine di questo lino per procedere dopo con tutta la filiera fino alla tessitura. E’ stata di nuovo praticata con metodi tradizionali la trasformazione della pianta in filo: la 54 messa in ammollo nelle acque di un torrentello che si trova nei pressi del santuario della Madonna Apparente di Campotosto, a circa 1 Km dal paese, l’essiccamento e la lavorazione. Tutto ciò tenendo conto che la zona di Campotosto, già prima della creazione del bacino artificiale, era particolarmente adatta a questa coltura. L’archeologia è comunque sempre lì, molto presente nel mondo di Assunta perché gli strumenti per ottenere determinati tessuti sono fedelmente riprodotti da quelli antichi con la collaborazione di archeologi, antropologi ed esperti del settore per la tessitura, filatura e tintura. Oltre ad aver realizzato il kilt donato al principe Carlo d’Inghilterra dal sindaco di Amatrice in seguito al terremoto che stravolse il centro Italia, Assunta, insieme a molte donne di Campotosto, ha studiato e catalogato tutti i tessuti dell’alta montagna, dalla conca amatriciana al versante teramano fino a Scanno. Luoghi dove l’utilizzo della lana è tradizione antica.
Nome dell’azienda: AquiLANA Nome e cognome del titolare: Valeria Gallese.
Valeria Gallese con la sua famiglia
Quella di Valeria Gallese è una storia d’amore, nata dall’amore per suo marito e trasformata in amore verso un territorio, un popolo, un mestiere. Valeria, ex studentessa di veterinaria, conosce quello che sarebbe diventato il suo futuro marito durante una giornata di tosatura nell’azienda di un amico. “Ci siamo innamorati mentre raccoglievo i velli delle sue pecore” racconta Valeria. Il marito possiede un gregge di 400 capi, sono pastori da generazioni ma a prescindere dalla storia familiare, la sua è una vera passione. Valeria ha amato sin da subito il suo lavoro, seguendo il marito sulle montagne abruzzesi ma ha anche capito sin dall’inizio che il modo che avevano di utilizzare la lana non consentiva di avere un reddito aziendale sufficiente. Quello del pastore è un lavoro duro, faticoso e poco remunerativo e con la vendita della lana “sporca” (sucida) non si riesce nemmeno a recuperare i costi della tosatura. Allora si è proceduto a recuperare la lana “sucida” dalle pecore dell’allevamento del marito ed a mandarla per la trasformazione in filato ad un apposito consorzio tessile di Biella. La lana torna poi in rocche da un chilogrammo. Il suo osservare con attenzione, le ha fatto inoltre capire che bisognava investire per avere un prodotto di alta qualità. E’ stato così che ha trasformato la produzione filando i primi 200 chili di lana e tingendoli con prodotti naturali. Tramite un processo lungo e meticoloso, le lane vengono tinte a mano con fiori, cortecce e radici. Il giallo si ottiene dall’elicriso, dalla camomilla del tintore e dall’iperico. Il rosso viene dalle radici di robbia mentre il blu è tratto dal guado. Prima si fa macerare il materiale e poi con la mordenzatura si prepara la lana ad accogliere il colore, si sciacqua quindi la lana mordenzata e si mette nel decotto filtrato. La lana viene sobbollita due volte: prima in allume e poi nel decotto di tintura. Con la lana colorata si confezionano gomitoli e matasse da 100 grammi. Il vero pezzo forte è però la colorazione con il vino Montepulciano d’Abruzzo. Valeria fa sobbollire la lana nel Montepulciano rosso perché contiene antociani che mordenzano e tinteggiano la lana con un colore bellissimo che racconta la terra d’Abruzzo. Anche Oscar Farinetti di Eataly è stato attratto dalla procedura in quanto interessato a raccogliere tutti i possibili utilizzi di questo vino abruzzese. La sua capacità imprenditoriale, tutta al femminile, gli ha consentito di pubblicizzare i suoi prodotti che oggi vengono venduti in tutta Italia. Nel 2014 ha aperto la sua attività in uno dei borghi più belli d’Italia: Santo Stefano di Sessanio (AQ) perché voleva dare un’identità territoriale ai propri prodotti, un posto dove Valeria racconta la sua attività a chi la passa a trovare. Non vende semplicemente un articolo, ma con esso racconta la sua terra. La “signora della lana” come spesso viene chiamata collabora con l’Associazione Rocca San Vito di Tornimparte (AQ), partecipando al progetto interdisciplinare “Filalalana”, per portare nelle scuole la conoscenza dell’arte della lana e della tintura naturale. Gli alunni hanno imparato l’antico mestiere partendo dalla tosatura, poi la cardatura e la filatura ed infine la tintura con metodi naturali, cioè utilizzando la barbabietola per il rosso, il mirtillo per il blu ed il viola, la radice dell’iris per il grigio ed il nero. Con grande coraggio Valeria Gallese è riuscita a valorizzare la lana delle sue pecore e quella di tanti pastori, costretti spesso a regalarla perché rappresentava un problema per lo smaltimento. Nel 2014, infatti, si è costituita l’Associazione “Pecunia” per la valorizzazione della lana nell’ambito del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. L’associazione si adopera per tutelare e promuovere la valorizzazione della filiera della lana per restituirne il giusto valore commerciale e per incentivare e rivitalizzare la microeconomia e la diversificazione del reddito del comparto agropastorale e dell’artigianato rurale legato alla filiera della lana.
Per saperne di più:
http://www.isprambiente.gov.it/files2018/pubblicazioni/quaderni/Quad_AS_18_18.pdf
26 Settembre 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

IL SENTIERO MADONNA FORE A SAN GIULIANO

by Amministratore 17 Settembre 2018

Dalla pietra di Poggio Picenze sono usciti i corpi delle statue della Via Matrix che racchiudono e sprigionano una forza interiore che ti coinvolge. 

Figure che fanno immaginare un movimento che evocano forza quasi per non arrendersi, proprio come l’anima dell’Aquila.

Lo ricordiamo la Via Matris rappresenta i sette dolori della Madonna: la profezia dell’anziano Simeone sul Bambino Gesù, la fuga in Egitto della sacra famiglia, la perdita del Bambin Gesù nel tempio, l’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis, Maria ai piedi della croce, Maria che accoglie nelle sue braccia Gesù morto ed infine Maria al sepolcro.
Siamo veramente felici per il nostro amico scultore Walter di Carlo, dopo anni di lavoro e tanti pensieri…..le statue sono nel bosco, molte le persone all’inaugurazione. 
E’ un posto senz’altro da visitare!

 Foto di Marcello Marrelli

17 Settembre 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

OGGI L’INAUGURAZIONE DEL SENTIERO MADONNA FORE A SAN GIULIANO

by Amministratore 14 Settembre 2018

La nostra Associazione è molto legata allo scultore Walter di Carlo che ha ideato per noi il logo del Giardino della Memoria del Sisma:
Walter capì immediatamente il nostro progetto di memoriale e concepì quello che noi chiamiamo “l’uomo albero” che, nonostante sia trattenuto da pezzi di macerie delle case crollate, si libra verso il cielo fondendosi con un albero.
Il logo del giardino della Memoria del Sisma di Lucoli
Di Carlo ha lavorato per molti anni alla realizzazione delle sette statue per i sette dolori della Madonna: è stato un suo voto. 
Abbiamo letto innumerevoli dibattiti su questa sua attività. Qualcuno ha criticato il loro posizionamento e la grandezza delle sculture, veramente imponenti, che stonano con la natura circostante. Ancora, le polemiche alimentate dal nome del sentiero: per il Comune è il Sentiero dei Nove Martiri. Per il CAI è da sempre il Sentiero n°1. Per la Chiesa è per tradizione il Sentiero dei Sette Dolori, da cui appunto la scelta dello scultore aquilano. Storicamente, il sentiero della Madonna Fore è legato alla memoria dei Nove Martiri aquilani che percorsero realmente quel tratto di strada tornando da Collebrincioni alle Casermette, come ricordato dal cippo all’inizio della carrareccia.

Le statue dello scultore aquilano rappresentano i sette dolori della Madonna la profezia dell’anziano Simeone sul Bambino Gesù, la fuga in Egitto della sacra famiglia, la perdita di Gesù nel tempio, l’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis, Maria ai piedi della croce, Maria che accoglie nelle sue braccia Gesù morto ed infine Maria al sepolcro.

La Madonna Fore è la chiesa della Madonna dell’Addolorata e le statue rappresentano la passione di Maria. 
Sono in tema, sono fatte in pietra naturale, senza cemento, non deturpano nulla, questo il punto di vista della Confraternita dell’Addolorata che ha donato le statue all’Amministrazione Comunale.
Le statue sono state realizzate da Valter Di Carlo a spese proprie, si pensi ai costi degli enormi blocchi di pietra, e anche tutti gli altri costi, dal trasporto alla posa (in totale parliamo di circa 27 mila euro), sono stati coperti dall’artista e dalla Confraternita.

La natura è essa stessa Arte perché ancora prima dell’intervento dell’artista, il sentiero “Madonna Fore” era già una vera e propria opera d’arte, un luogo di una bellezza non rara ma unica che offre la possibilità di vedere i mille colori di cui si veste la vegetazione durante l’anno, le armonie cromatiche. Un luogo dove il cielo, il panorama circostante e i monti nutrono attraverso la cultura, la storia, e la spiritualità e l’anima di chiunque lo percorre. 

L’arte, attraverso la scultura, seppur di ispirazione religiosa, ben si inserisce nel contesto naturale, tutto si fonderà arricchendo di spiritualità l’esperienza del camminare. La tendenza ad arricchire con opere di arte contemporanea i sentieri della tradizione è una scelta importante, perché vuole sviluppare anche un turismo diverso, ecologico, quello di chi ama camminare, di chi si sposta in modo lento e consapevole, che esercita lo sguardo e rispetta la natura. È una forma di spiritualità non solo religiosa ma anche laica fatta di attenzione e di silenzio, di fatica e di contemplazione, grazie a questo fondo si stabiliranno delle tappe in corrispondenza delle sculture posizionate. Si tratta, anche, di far conoscere e apprezzare i linguaggi della pietra locale, non ancora pienamente legittimati dal tempo e dalla critica. Rappresenta un modo di sentire di più nostri i cammini, di arricchirli, sarà un modo di sentire più vicina e quotidiana l’arte contemporanea.
Auguriamo al nostro amico Walter di Carlo il pieno successo della giornata odierna: ha compiuto un lavoro ciclopico ed ha assecondato il suo voto.

14 Settembre 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

Franco Arminio su L’Espresso: salvare l’Italia dei paesi. Riproponiamo un articolo sempre valido per gli spunti che contiene lo dedichiamo agli amministratori che verranno…….

by Amministratore 7 Giugno 2018
Una cartolina di Lucoli trovata su Ebay
I Piccoli Comuni sono un tesoro nascosto, un patrimonio universale, un asso nella manica che colpevolmente l’Italia continua ad ignorare. Non un problema, come sempre più spesso certa politica miope o in malafede prova a raccontare, ma una mancata opportunità per il Paese. Ma è proprio per questo che c’è bisogno di politiche “alte” per l’Italia interna, per la montagna e la campagna, per il grande corridoio ecologico dell’Appennino, in particolare. C’è bisogno di fermare – come dice Arminio – “l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali”; occorre iniziare a parlare di scuola, sanità e trasporti di montagna, che evidentemente non possono essere uguali a quelli di città. E, quindi, è necessario un approccio diverso e forse opposto da quello dei “santoni della finanza”. Insomma, non tutto può essere trattato con la logica dei numeri e del mercato che, peraltro, finisce per guardare solo ai territori dove ci sono molti elettori. Al contrario, sostiene Arminio, è necessario ripartire dai luoghi e dallo straordinario patrimonio di biodiversità dei paesi italiani, gli unici al mondo a sembrare tutti capitali di un impero, con i loro castelli, le loro torri, le chiese e la storia.  Occorre far conoscere e rendere contagiose le buone pratiche, lavorare sull’infrastruttura più importante che è quella della fiducia, sbloccare l’immaginazione e cominciare ad essere “visionari”. 
Per fare tutto questo, dico io, deve finire il tempo dell’attesa e della timidezza. La tragedia di Amatrice può e deve rappresentare il punto di svolta del nostro mondo.  All’esperimento della Strategia Nazionale delle Aree Interne (nei Monti Dauni a me non sta piacendo), si devono aggiungere provvedimenti tanto coraggiosi quanto concreti in materia di autonomia dei Piccoli Comuni, di dignità istituzionale dei loro amministratori (senza risorse nessuna responsabilità), di superamento dei voti ponderati, di fiscalità locale in deroga, di patrimonio immobiliare da valorizzare e di gestione dei servizi pubblici che possono e devono avere modalità alternative e locali. Politiche specifiche, per realtà specifiche. Ed allora, il vasto mondo dei Piccoli Comuni d’Italia rompa gli indugi. Partendo dalle tante e positive esperienze, trovi il modo di coordinarsi e di fare sintesi attorno ad un Manifesto di valori e ad una Agenda di azioni e provi, come suggerisce Arminio, a contaminare le stanze della politica con dei “visionari” capaci di coniugare tradizione ed innovazione.  
L’articolo di Arminio 
 *Anche chi vive in città, chi vive sulle coste, dovrebbe sentire l’urgenza di politiche alte per le terre alte dell’Italia interna. La questione è l’altezza, lo sguardo verso il futuro. Costruire un grande corridoio ecologico lungo tutto l’Appennino è azione che non si fa in pochi anni, ma è quello che serve. I paesi italiani sono un patrimonio universale. Solo noi abbiamo paesi di mille abitanti che sembrano capitali di un impero. Come si fa a non vedere che la questione dell’Italia è la questione dei paesi? Per anni ci siamo attardati sulla questione meridionale e invece c’era una storia che riguardava tutta la penisola, era la storia dell’Italia alta, dell’Italia interna, una storia che va da Comiso a Merano. L’Italia ha un asso nella manica, i suoi paesi, e non lo usa. Speriamo che venga fuori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. È una delle poche cose buone avviate dal governo Monti, grazie a Fabrizio Barca, che allora era ministro per la coesione territoriale. Ora quel ministero non esiste più, ma Barca ha comunque fatto in tempo ad avviare un complesso meccanismo che attualmente coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa 1000 Comuni e 2 milioni di abitanti). La Strategia, attualmente guidata da Sabrina Locatelli, impegna una serie di giovani tecnici molto preparati e molto motivati, e vede tutt’ora impegnato Barca in veste di consulente a titolo gratuito. L’assunto è che l’Italia interna non è un  problema, ma una mancata opportunità per il paese. La missione è fermare l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali di cittadinanza: scuola, sanità, trasporti. A questa base si aggiungono le azioni di sviluppo locale che in tutte le regioni hanno come fuoco centrale il valore dell’agricoltura e del paesaggio. Si parla da più parti di accesso alla terra da parte dei giovani, ma le pratiche concrete sono ancora poche. A volte i gruppi di base sono più avanti delle istituzioni. Due buoni esempi vengono dalla Puglia: La Casa delle Agriculture nel Salento e l’esperienza di Vazapp nel foggiano, ma ce ne sono in tutte le regioni: fare in modo che si incrocino e lavorino assieme è uno degli obiettivi del mio lavoro e della Casa della paesologia, un’esperienza che mette insieme tante persone che incontro nei miei giri nell’Italia interna. Sull’Appennino negli anni scorsi sono arrivate le pale eoliche e sono andate via le scuole. Ora è il tempo di tornare a ragionare di servizi e di investimenti. In una logica di mercato e non di sussidio, ma senza dimenticare che al Sud negli ultimi anni sono state sottratte risorse preziose da governi centrati sui problemi del Nord. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche. L’Articolo 42 della Costituzione andrebbe inteso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari dovrebbero diventare beni comuni. Forse più che del teatrino della politica bisognerebbe parlare di scuole di montagna. Bisognerebbe riflettere sul valore di tutta una serie di mestieri che vanno perdendosi. Bisogna far conoscere la storia di Giovanni Cualbu, pastore sardo che si oppone a una multinazionale giapponese che vuole installare un gigantesco impianto per la produzione di energia solare lì dove pascolano le sue pecore. La Strategia Nazionale ha previsto di realizzare in Basilicata una Scuola della pastorizia. L’ottica è quella di rendere attrattiva l’Italia considerata più marginale. Ma ovunque ci si scontra con una burocrazia troppo lenta e con una politica dal fiato corto, attratta dalle azioni che fanno notizia e dai territori dove ci sono molti elettori. L’Italia dei paesi ha bisogno di un approccio radicalmente ecologista. Seguire più la lezione di San Francesco che quella dei santoni della finanza. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista-industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci. Ripartire dai luoghi significa ripartire da un patrimonio di biodiversità straordinario. Da questo punto di vista non parliamo di luoghi della penuria, ma di luoghi della ricchezza. E lo stesso vale per la sociodiversità. Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. I paesi italiani se non ricevono domande non hanno lavoro e senza lavoro il territorio deperisce. Si può immaginare che i paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro per via della loro diversità.  Pensiamo che oggi ci sia un bisogno di diversità. Il lavoro cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. Forse è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso. Ci vuole un’idea di sistema. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è dare forza a questa tendenza che è già in atto, è mettersi alle spalle l’idea che i paesi sono destinati a morire. Quella dei paesi in estinzione è una vera e propria bufala mediatica. In Italia non è mai morto nessun paese. Si sono estinte piccole contrade, ma i paesi non sono mai morti, al massimo sono stati spostati a seguito di terremoti o frane. Se l’Italia dei paesi non esce dal clima depressivo è destinata all’insuccesso qualunque strategia. La prima infrastruttura su cui lavorare è di tipo morale, è l’infrastruttura della fiducia: è il ragionameno da cui parte la festa della paesologia ad Aliano, una festa che mette insieme il meglio delle arti e dell’impegno civile al servizio delle piccole comunità e del mondo rurale, in conflitto con gli scoraggiatori militanti e con le vecchie equazioni: piccolo paese-piccola vita, mondo rurale-mondo arretrato. É importante dare alla parola contadino un prestigio che non ha mai avuto, riportandola all’antica funzione di custode del territorio, oggi più attuale che mai, soprattutto in prospettiva futura. Pensiamo agli artigiani del cibo, proprio per sottolineare la cura con cui si coltivano e si trasformano i prodotti. Il cibo che unisce bontà e qualità terapeutiche. È il lavoro che sulla scia Slow Food fanno tanti. Mi piace segnalare Peppe Zullo sui monti della Daunia e Roberto Petza che in Sardegna utilizza e rielabora i prodotti del territorio e della tradizione e li ripropone in forme originalissime. A Siddi si fa non solo ristorazione di respiro internazionale ma anche attività di formazione delle nuove generazioni rieducando al cibo e al gusto le persone attraverso una microfiliera locale del vino, dei formaggi, degli ortaggi e dei salumi. 
Bisogna uscire dalla dittatura del consueto che spesso caratterizza le piccole comunità. Una buona pratica per i nostri paesi è lo sblocco dell’immaginazione. In fondo la tradizione è un’innovazione che ha avuto successo. Troppo spesso nei piccoli paesi si ha paura di essere visionari, come se questo ci potesse assicurare un giudizio di follia da parte degli altri. Urge anche nelle stanze della politica la presenza dei visionari che sanno intrecciare scrupolo e utopia, l’attenzione al mondo che c’è col sogno di un mondo che non c’è. (Franco Arminio, L’Espresso, 11 settembre 2016).
http://www.melascrivo.it/franco-arminio-su-lespresso-salvare-litalia-dei-paesi/
7 Giugno 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

Coltivare memorie: la Storia dopo il terremoto di Silvia Mantini

by Amministratore 22 Maggio 2018

Individui, comunità e istituzioni in emergenza


“Il sisma del 2009 ha imposto all’Aquila, e alle sue generazioni, una sparizione improvvisa della vita e delle tracce del suo centro storico, fulcro, sin dalle origini della città, della convivenza, della concentrazione delle attività economiche, della sociabilità. Per questo è diventato essenziale, nel processo educativo condotto all’indomani dell’evento, nelle scuole e fuori dalle scuole, sin dall’infanzia, cercare di trasmettere ai bambini, nati dopo il 2009, la storia di qualcosa che non hanno mai visto, ma che rappresenta la scenografia del mondo in cui vivono e di cui ascoltano la storia narrata dai loro nonni e dai loro genitori. Trasmettere, poi, il sapere storico agli adolescenti, che hanno un ricordo vago del loro prima e del loro dopo il 6 aprile, diventa fondante al fine di consolidare la consapevolezza di una identità che non deve essere sbiadita, ma che concorre a rappresentare il raccordo tra un passato, da rivivere nelle attuali ricostruzioni di tracce architettoniche e urbanistiche, e un presente. Molti giovani hanno, in questi anni post-sisma, reinventato un loro luogo e sono convissuti, in nuove percezioni, con la loro città “puntellata”, nella quale hanno immaginato normalità originali, come fare parkour sulle rampe dei cantieri, o scrivere brani con protagoniste le gru, diventate oggetto dei loro racconti e documentari d’amore. Coltivare la memoria è poi l’impegno dei giovani che dovranno scegliere il loro futuro di permanenza o di emigrazione. 
La nostalgia del futuro: è possibile convivere con il terremoto? Avevano 9 o 10 anni o 13 la volta dello scorso terremoto, il 6 aprile 2009 all’Aquila. Hanno capito quel che stava avvenendo e hanno perso l’adolescenza “normale”, quella delle abitudini: la cameretta, la squadra, la danza, la casa della nonna, la scuola. Piccoli cittadini italiani diventati diversamente adolescenti, separati dai loro tanti giochi per i quali non c’era più spazio, tra tende, traslochi, progetti-case, scuole-musp, parrocchia-map. Con gli altri aquilani, e non solo, hanno dimostrato tanta forza e resilienza, sapendosi reinventare nuovi destini, con i magoni e la nostalgia del futuro, apparso sempre più impossibile. Poi sono arrivati per tutti, o quasi, luoghi nuovi, a volte apparentemente più belli, che hanno preso il posto delle precedenti abitazioni. Ragazze e ragazzi hanno inventato la loro città mezza rotta. Hanno tirato un sospiro, guardato il Gran Sasso e pensato che dovevano andare avanti, ma che non dovesse mai succedere ad altri. Poi, in una notte d’estate, durante la Perdonanza di Celestino V e con una città in festa, piena di giovani, musiche straordinarie e sapori di possibile, si sono messi a letto ed è tornato il mostro con tre minuti di ritardo, alla stessa ora di sette anni prima, non alle 3,32, ma alle 3,36. Loro, 17 anni oggi, o 19 o 21, i “piccoli” di allora che sono stati gli ultimi a ricordare L’Aquila “di prima”, sono saltati terrorizzati. Hanno tirato i genitori in strada, per uscire fuori e non cascarci più nella storia che è normale così e tutto è sicuro. Hanno seguito sui social tutte le notizie in diretta, hanno pianto, hanno visto montagne di smarrimenti e dolori noti: poi hanno passato il loro pomeriggio aquilano, colpito da un pugno nello stomaco, a fare scatoloni per Amatrice, togliendo dall’armadio tutti gli abiti più cari, quelli conservati anche di nascosto. Ne è nato un filo di partecipazione commovente che porta direttamente tra altri terremoti, per smaltire la paura e immaginare giovani amici di esperienza comune, con un segno della loro Storia addosso. Le città dei terremoti non vivono con la paura di una damnatio memoriae che può essere procurata dall’uomo, come nelle guerre, ma con la paura di un ignoto in agguato. Le città dei terremoti risorgono come prima, senza essere le stesse, o più belle, ma in un tempo così lungo da perdere gli abitanti e avere gli acquirenti. Le comunità economiche, i tessuti sociali dilaniati da questi eventi meritano sicurezza. 
Convivere con il terremoto cambia la lettura del presente: per questo molti giovani vanno via dall’Aquila e dalle terre dei sismi, perché scappano dal peso di non voler affrontare questo presente pesante. 
E quindi come pensare le città post-sisma? Di acquirenti e non di abitanti? Il terremoto induce i singoli a contare il tempo avanti, a voler pensare a una normalità immediata, a contare quanto si è perso e si sta perdendo e a essere insofferenti all’attesa di qualcosa che verrà, che sarà più bello, come dicono i turisti e chi non vive nelle città colpite. Per difendere la possibilità di vivere nell’Italia dei terremoti non bisogna aspettare che il terremoto ci restituisca città antisismiche che perdono, tuttavia, i loro originari abitanti. 
Si può sperare in città sicure da subito, con interventi mirati e diffusi, in zone individuate come a rischio. Sono necessarie operazioni che insegnano alla cittadinanza ad avere un ruolo attivo nel recupero della propria identità di territorio sismico, per fugare rassegnazione e attesa, implementando una partecipazione diversa alle dinamiche della propria città e della sua storia. 
È un percorso lungo, che deve iniziare subito. Quale è il ruolo della Storia quando un centro storico resta congelato per circa un decennio? 
Certamente quello di restituire le memorie ai luoghi che, nel tempo, tornano ad essere vissuti”.
Questo interessante articolo dell’amica Silvia Mantini offre degli spunti agli Amministratori (futuri) di Lucoli, al corpo docente delle Scuole locali e a tutte le Associazioni del territorio che vogliano coinvolgersi nella “ricostruzione della memoria” per non perdere gli originari abitanti.
NoiXLucoli Onlus ha  “fissato” nel 2010 l’attimo post terremoto con i lavori degli alunni della scuola Pietro Marrelli, che avevano dai 5 agli 11 anni: i loro mosaici sono in un monumento all’interno del Giardino della Memoria del Sisma. 
La speranza era ed è raffigurata in quelle immagini, i lavori realizzati artistici furono realizzati con i pezzi di vita andati in frantumi: tazze, piatti, materiali ceramici vari. 
Il sole che splende c’è in tutte le opere.
La costruzione del Giardino della Memoria del Sisma nel 2010 un gruppo di amici che hanno lavorato tanto
I bambini di Lucoli di allora sanno di aver “lasciato il loro segno” in quel luogo per poter tornare a ritrovarlo.
***
Tratto da:

22 Maggio 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

LA LUNGA MARCIA NELLE TERRE MUTATE

by Amministratore 18 Aprile 2018

La Lunga Marcia nelle Terre Mutate. A piedi da Fabriano a L’Aquila per costruire un cammino solidale nel cuore dell’Appennino

by SALVIAMOILPAESAGGIO 

Sono trascorsi nove anni dal sisma dell’Aquila e sono ancora vive le immagini dei terremoti che nel 2016 e 2017 hanno colpito quattro regioni del Centro Italia. Per dare un contributo concreto alla rinascita delle aree maggiormente colpite, una rete di organizzazioni ed Enti promuovono la Lunga Marcia nelle Terre Mutate, un viaggio evento che partirà da Fabriano il 27 giugno per arrivare a L’Aquila l’8 luglio con l’obiettivo di promuovere il Cammino nelle Terre Mutate, un nuovo itinerario di turismo lento da percorrere a piedi e in bicicletta in tutte le stagioni dell’anno.
12 giorni di marcia, oltre 200 km di cammino per conoscere le storie, i protagonisti e i progetti di rinascita delle comunità locali che resistono e intendono ricostruirsi un proprio futuro. Una lunga sequenza di passi per promuovere un turismo sostenibile e contribuire al rilancio economico e sociale delle Terre Mutate, favorendo così una “ricucitura” dei territori nel lungo arco di tempo necessario alla ricostruzione.
L’itinerario si snoda attraverso dodici comuni delle regioni del Cuore d’Italia (Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo) e percorre i sentieri escursionistici di due importanti Parchi Nazionali (Parco Nazionale dei Monti Sibillini e Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga).
La Lunga Marcia 2018, organizzata da Movimento Tellurico e APE Roma ha il patrocinio di FederTrek, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Touring Club Italia, Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università Tor Vergata di Roma, Comune di Fabriano, Comune di Matelica, Comune di Fiastra, Comune di Camerino e può contare anche sull‘adesione di numerose associazioni di carattere nazionale e locale.
L’evento aderisce e collabora con IT.A.CA’  migranti e viaggiatori: festival del turismo responsabile (10°edizione 2018), il primo e unico festival in Italia che si occupa di turismo responsabile e innovazione turistica.
Programma della Lunga Marcia 2018:
27 Giugno Fabriano (MC) – Matelica (MC)
28 Giugno Matelica (MC) – Camerino (MC)
29 Giugno Camerino (MC) – Fiastra (MC)
30 Giugno Fiastra (MC) – Ussita (MC)
1 Luglio Ussita (MC) – Campi di Norcia (PG)
2 Luglio Norcia (PG) – Castelluccio di Norcia (PG)
3 Luglio Castelluccio di Norcia (PG) – Arquata del Tronto (AP)
4 Luglio Arquata del Tronto (AP) – Accumoli (RI)
5 Luglio Accumoli (RI) – Amatrice (RI)
6 Luglio Amatrice (RI) – Campotosto (AQ)
7 Luglio Campotosto (AQ) – Collebrincioni (AQ)
8 Luglio Collebrincioni (AQ) – L’Aquila (AQ)
Le iscrizioni apriranno il 15 aprile 2018 e sono previsti un numero massimo di 60 partecipanti per ogni giornata di viaggio.
Per maggiori informazioni: http://www.movimentotellurico.it
Tel. 339 2287563 – info@movimentotellurico.it
Tante sono le organizzazioni che partecipano alla realizzazione e alla promozione del Cammino nelle Terre Mutate:
Organizzazioni di livello nazionale:
Abruzzo Lento, ActionAid, Associazione Italiana Turismo Responsabile, Brigate di Solidarietà Attiva, Cantiere TerreDonne, Ciclica, Cittadinanza Attiva, Centro Turistico Giovanile, Cooperaction, La Compagnia dei Cammini, CSEN, Garden Sharing, ITACà Festival del turismo responsabile, La Terra e l’Altalena, Legambiente, Lo Stato delle Cose, Mandala Organic Tour, Movimento Lento, Quattro Vacanze, RRTrek – Rifugio Roma, SloWays, Terre di Mezzo, Vivilitalia
Organizzazioni delle Terre Mutate:
Amici Cammino di San Benedetto, Archeoclub L’Aquila, Arquata Potest, Bibliobus L’Aquila, Associazione Capodacqua Viva, Associazione Monte Vettore, C.A.S.A – Cosa Accade Se Abitiamo (Ussita), Circolo Arci di Collebrincioni, Circolo Arci Querencia, Circolo Naturalistico Novese, In Cammino per Camerino, IoNonCrollo, Italia Nostra Sezione L’Aquila, Kindustria, La Fonte della Tessitura – Campotosto, Laga Insieme, Quinta Giusta, RicostruiAMO Fiastra, Panta Rei L’Aquila, Pie Vettore (Pretare), Pro loco Campi di Norcia, Pro loco Campotosto, Pro loco Ussita 7.1, Sibillini Lab, Tenuta Scolastici, Terre in Moto Marche, Un Aiuto concreto per i Sibillini, Villanova di Accumuli Onlus, We Are Norcia.
18 Aprile 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

MA LUCOLI SI TROVA NEL SUD? L’OSSERVATORIO DEL SUD

by Amministratore 16 Aprile 2018

Un Osservatorio del Sud

Documento finale approvato dall’Assemblea di intellettuali, operatori e uomini di cultura sul Sud oggi e sulle sue prospettive [1^ bozza – Lamezia Terme del 2 dicembre 2017] 
  1. Da troppo tempo il Mezzogiorno reale è senza voce e rappresentazione. Sulla stampa e nel discorso pubblico dominano narrazioni superficiali, stereotipate, sommarie, manipolate e più di recente addirittura “neoborboniche”. Nell’opinione pubblica prevale un’idea di Sud economicamente e civilmente arretrato, impermeabile alla contemporaneità capitalistica, pervaso da particolarismo, inefficienze, corruzione, criminalità. Il Sud come un’”altra” Italia, con meccanismi di regolazione politico-sociale dissonanti rispetto a quelli dominanti, come l’area che deprime le potenzialità di sviluppo e innovazione dell’intero paese. La “costruzione” caricaturale di un Sud altero e inguaribile offre un duplice alibi alle classi dirigenti del Nord: da un alto, attribuire interamente al Mezzogiorno la responsabilità degli affanni del Paese, che senza il Sud sarebbe più ricca e crescerebbe più velocemente, e, dall’altro, invocare sistematici tagli ai trasferimenti pubblici, correnti e in conto capitale, verso le regioni meridionali considerate congenitamente incapaci di farne un buon uso. 
  1. Le analisi basate su fatti, dati e osservazioni scientifiche mostrano tuttavia che i problemi e i bisogni del Mezzogiorno reale non siano dissimili da quelli del resto del Paese (deindustrializzazione, denatalità, disoccupazione giovanile, imprese sottodimensionate e familistiche, povertà e vulnerabilità sociale crescenti, bassa capacità burocratica, dissesto idrogeologico, evasione fiscale), anche se al Sud si presentano con maggiore intensità, diffusione e persistenza. Le indagini più accurate evidenziano pure che tra Mezzogiorno e Centro-Nord esistono dense complementarietà socio-economiche e ampie sfere di integrazione funzionale, che tendono a configurare una nazione ben più integrata di come viene rappresentata correntemente. Gli studiosi più avvertiti inoltre hanno dimostrato che l’accentuazione recente delle difficoltà del Sud è in larga parte il frutto di politiche economiche sbagliate, come quelle di austerità basate su drastici tagli di spesa pubblica, in particolare sanità, scuola e università, che hanno colpito in modo particolare l’area più debole del Paese, e della forte caduta degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno lungo l’intero decennio della grande crisi post-2007, che non solo ha inibito l’aumento del capitale pubblico meridionale ma non ha neppure consentito di compensare la sua obsolescenza. 
  1. Il Mezzogiorno non è un blocco di indistinta miseria, familismo, sottosviluppo, mafia. Da decenni è caratterizzato da una moderna stratificazione sociale, anche se in un quadro di persistente deficit di borghesia produttiva. Il Sud soffre innanzitutto per la ristrettezza storica della sua base produttiva, in particolare manifatturiera, che determina allo stesso tempo asfissia dei processi di sviluppo endogeni, disoccupazione strutturale e dipendenza dall’esterno. Ma il Sud soffre con pari intensità di una modesta dotazione di servizi pubblici di qualità, vale a dire di ciò che lo Stato dovrebbe garantire con criteri omogenei e paritari. Tutto nel Mezzogiorno, per risorse e per standard, è di qualità inferiore rispetto al resto del Paese: la sanità, la scuola, gli asili nido, l’università, i trasporti, l’assistenza agli anziani, i servizi idrici. Il Sud mostra come le politiche neoliberistiche creano non solo disuguaglianze economiche tra le classi, ma anche tra i territori, nella  qualità del welfare locale, nei diritti di cittadinanza fondamentali.  
  1. Il Sud non è solo arretratezza economica e civile, immobilismo e declino. Nei suoi territori sono attivi imprenditori dinamici, imprese ad alta tecnologia, università, scuole, istituti di ricerca, centri culturali e artistici di prim’ordine, presìdi ospedalieri e istituti di cura qualificati, una gioventù studiosa che aspira a essere valorizzata e a operare utilmente per il proprio Paese. Si tratta spesso però di “eccellenze” isolate, di punti vitali che riescono ad affermarsi nonostante le esternalità negative ma che non hanno la forza di contaminare e trasformare il contesto. Al Mezzogiorno odierno non servono dunque gli “interventi straordinari” del passato, perché non è più una società “straordinaria”, e neppure cieca fiducia nei meccanismi di mercato, perché il liberismo ha accentuato le disuguaglianze e le debolezze anziché attenuarle e risolverle. Al Mezzogiorno servono le stesse politiche e gli stessi interventi che servono all’Italia.  
  1. Il Sud ha bisogno di una strategia e di progetto politico e sociale, nazionale e locale, che valorizzi i soggetti all’interno dei singoli luoghi, con investimenti pubblici non assistenziali; ha bisogno di politiche per legare e federare le esperienze eccellenti, per dare massa critica agli innovatori, per incoraggiare la valorizzazione delle risorse locali e contrastare gli adattamenti regressivi, per interconnettere imprese, persone e comunità del Sud con imprese, persone e comunità di altri luoghi italiani e non.  
  1. Il Sud, in virtù del clima, della biodiversità agricola, della ricchezza impareggiabile della tradizione alimentare, può rilanciare le sue economie valorizzando il proprio territorio, le sue culture, le sue comunità e il proprio paesaggio in maniera originale. Nel Sud ci sono occasioni formidabili di lavoro per le sue popolazioni nei campi della rigenerazione urbana, della cura e manutenzione del territorio, dei servizi avanzati della ricerca applicata, dell’arte, del turismo, della manifattura artigianale e industriale dei suoi beni agricoli e non solo, un potenziale di risorse enorme che può essere valorizzato a vantaggio dell’intero Paese. Senza trascurare che migliorare la sua attrattività civile ed estetica richiama economie, lavori e investimenti utili per il Mezzogiorno e per l’Italia, alimenta aspettative positive.  
  1. Il Sud non ha bisogno di un nuovo partito ma piuttosto di partiti profondamente rinnovati nei contenuti programmatici e nelle forme di funzionamento, nella cultura politica e nella capacità di radicamento nei contesti territoriali, del Sud e del Nord. Il Sud ha piuttosto bisogno di una nuova visione e di un nuovo linguaggio. Ha bisogno di un radicale ripensamento della crescita economica fine a sé stessa, della concorrenza come gara distruttrice nel lavoro e nella produzione, rammendando che lo sviluppo economico deve oggi tener conto dei limiti ambientali del pianeta. È tempo di dare spazio a nuove parole, che guardino alla qualità dei beni e della vita: ai termini benessere e felicità collettiva, all’economia dei luoghi e della conoscenza, alla cooperazione, alla condivisione, al tempo liberato, alla creatività, alla cura del territorio e della natura come beni comuni e nostra casa. Siamo immersi in società opulente e che solo l’abissale iniquità con cui è distribuita la ricchezza ci costringe a vivere come se fossimo agli esordi della prima rivoluzione industriale.  
  1. Il primo compito degli intellettuali è contribuire alla costruzione di un’immagine non stereotipata della società e delle condizioni di vita nel Sud d’oggi; raccontare e analizzare ciò che si muove e cambia e ciò che frena il cambiamento; i percettori di rendite che alimentano intenzionalmente l’immobilismo e i ceti che innovano produzioni, servizi, istituzioni; chi beneficia dell’arretratezza e chi la combatte; il Mezzogiorno buono da quello cattivo. Compito degli intellettuali è anche quello di proporre scenari e indicazioni di prospettiva sostenibili per il Sud, rispondenti ai bisogni reali delle comunità locali, favorendo la loro diffusione nella vita pubblica in modo da influenzare e condizionare positivamente i decisori politici e non. Oggi che i partiti non sono più “intellettuali collettivi” in grado di produrre progettualità sociale e visione di lunga lena, è più che mai urgente attrezzare “forze terze” in grado di farsi ascoltare, di incidere nel dibattito pubblico e nelle dinamiche politiche, di influenzare le scelte di governo.  
  1. Per iniziare questo nuovo e lungo cammino, l’Assemblea avanza l’idea di dare vita ad un Osservatorio del Sud, uno strumento “leggero” ma stabile, rivolto a rappresentare, in termini analitici e culturali, le ragioni del Sud, ma senza mai perdere di vista quelle dell’intero Paese. In particolare, si propone la costituzione di un Osservatorio sotto la forma di un sito on line finalizzato a sollecitare e raccogliere contributi di analisi e di proposte sul Sud d’oggi, nonché a segnalare eventi, opportunità, iniziative, lotte, esperienze e pratiche politiche e culturali innovative che si realizzano nelle regioni meridionali. L’Osservatorio dovrebbe aspirare a rompere il lungo silenzio sul Sud da parte di forze politiche e sociali dando “voce” a chi studia e analizza con rigore i problemi del Mezzogiorno; ai gruppi che al suo interno combattano battaglie quotidiane per affermare diritti civili negati, per contrastare criminalità, clientelismo, rendite e status quo; a chi pratica e alimenta innovazione sociale e istituzionale; a chi si dedica con gratuità alla cura delle persone e della natura; a chi non ha perduto il gusto della denuncia informata di disuguaglianze inaccettabili, sprechi, brutture, soprusi, inefficienze pubbliche e private; a chi continua a credere nell’azione collettiva e nel conflitto come fattori determinanti del cambiamento e della trasformazione degli assetti sociali dominanti; a chi non ha perduto la speranza che un mondo migliore sia possibile e perseguibile.

Ci è sembrato interessante questo documento l'”Osservatorio del Sud” è stato lanciato dallo storico Pietro Bevilacqua, che afferma: “Serve un comitato scientifico che metta i puntini sulle i e rompa gli stereotipi sul Mezzogiorno”. “Senza il Sud l’Italia crescerebbe molto più velocemente, questo ci dice la stampa. Il Sud è il luogo della malattia, ci sono le eccellenze, ma sono vacche bianche che non si vedono nel buio”. L’arretratezza di cui il Sud è vittima dipende dalla sua classe dirigente, una convenienza dunque al suo sottosviluppo. “Un bambino che nasce al Sud è destinato a campare cinque anni in meno del Nord, al Mezzogiorno serve ciò che serve al paese, non è speciale il Sud”. 
Abbiamo voluto pubblicarlo perchè ci sono degli spunti interessanti e proprio nel momento in cui a Lucoli ci saranno a breve le elezioni: occorre guardare alle politiche prima ancora che alla politica, poiché sono le politiche che hanno a che fare con la gente. 
https://manifestblog.it/2017/12/lanciato-osservatorio-del-sud-dallo-storico-piero-bevilacqua-serve-comitato-scientifico-che-metta-i-puntini-sulle-i-e-rompa-stereotipi-sul-mezzogiorno/

16 Aprile 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

Unesco, l’Italia candida la transumanza a patrimonio culturale dell’umanità

by Amministratore 28 Marzo 2018

Avviato a Parigi l’iter per la valutazione sulla proposta partita dal ministero e dal Molise ed alla quale si sono unite Austria e Grecia. Dalle valli dell’Alto Adige al Tavoliere ed alla Sardegna, una ricchezza tenuta in piedi da 60 mila allevamenti che ora cerca riconoscimento internazionale per la sua tradizione che lega comunità e territorio
La Transumanza, antichissima pratica di allevamento preservata dalle comunità dei territori rurali, è candidata a diventare patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco. La richiesta è stata presentata ufficialmente oggi a Parigi dall’Italia, Paese capofila della proposta insieme alla Grecia ed all’Austria. Il ministero delle Politiche agricole, che ha coordinato la redazione del dossier di candidatura, ha fatto sapere che è stato formalmente avviato il processo di valutazione internazionale che porterà alla decisione da parte del Comitato di governo dell’Unesco nel novembre 2019. 

“Ci riempie di orgoglio questa candidatura – ha detto il vice ministro alle Politiche Agricole da oggi con le deleghe del settore, Andrea Olivero – in quanto è l’unica per quest’anno del settore agricolo e valorizza una pratica che rinnova il profondo legame tra uomo, prodotto e paesaggio”. Soddisfatto della candidatura il primo vicepresidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro, che ricorda il ruolo di capofila dell’Italia nella difesa di una ricchezza fondata su tradizioni, cultura, sapori e conoscenze, dopo i riconoscimenti della Dieta Mediterranea, dell’arte dei pizzaiuoli napoletani e la candidatura delle Colline del Prosecco. 
La Transumanza, pratica di migrazione stagionale di greggi, mandrie e pastori in differenti zone climatiche lungo le vie semi-naturali dei tratturi, in Italia viene praticata ancora nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno; e quindi da Amatrice, dove si svolgeva la grande festa dei pastori transumanti e Ceccano nel Lazio, da Aversa degli Abruzzi e Pescocostanzo in Abruzzo, da Frosolone in Molise al Gargano in Puglia. Al Sud le greggi si spostano in orizzontale. Ma pastori transumanti sono ancora in attività anche nell’area alpina, in particolare in Lombardia e nella Val Senales in Alto Adige dove lo spostamento avviene in verticale, col cambio di quota dell’alpeggio, a differenza di quanto avviene in genere nel Mezzogiorno. 
La Coldiretti  definisce la candidatura “un passo importante che va accompagnato da un impegno concreto per salvare i pastori in Italia, un Paese dove ci sono 60 mila allevamenti spesso concentrati nelle aree più marginali del Paese, per un patrimonio 7,2 milioni pecore”. Soddisfazione è stata espressa anche dal Centro di ricerca Biocult dell’Università del Molise che ha appena presentato una pubblicazione sulle potenzialità socioculturali ed economiche della transumanza nell’Appennino, parlando di “valorizzazione e rivitalizzazione degli spazi dedicati, così come delle pratiche e dei prodotti che ne derivano”. 
L’iconografia classica della transumanza rimanda generalmente all’Abruzzo, regione di tratturi ed alle immagini immortalate da Gabriele D’Annunzio nei suoi versi. Sul piano economico, però, nel presente i numeri dicono che il 40% del patrimonio ovino italiano è rappresentato dalla Sardegna, con circa 12 mila piccole aziende che danno lavoro a circa 25 mila persone e un comparto che vanta 3 formaggi Dop, e l’Igp dell’agnello. 
“Questa candidatura è un passo importante che va nella direzione del riconoscimento di un patrimonio culturale, sociale e ambientale – afferma il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu -. Un patrimonio internazionale che vede tra i protagonisti proprio la Sardegna dove si alleva circa il 40% delle 7,2 milioni di pecore italiane”. Un settore quello della pastorizia che gode già del riconoscimento per il Pastoralismo, nato su iniziativa della Provincia di Nuoro. Non solo. La Sardegna è anche la prima regione del Mediterraneo in cui si pratica l’allevamento degli animali al pascolo (il 70% della superficie isolana). Le pecore si nutrono per l’80% dalle essenze foraggere spontanee o coltivate e questo rende inscindibile il legame dell’elevata qualità dei prodotti caseari e delle carni dalle forme paesaggistiche in cui sono ottenuti. “La transumanza è storia, tradizione, cultura, ambiente – rimarca il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba -, per questo sosteniamo con convinzione questa candidatura e rivolgiamo un appello anche ai cittadini affinché sostengano il comparto non solo pastorale ma agricolo con l’acquisto di prodotti locali”. 
Il progetto di candidatura della Transumanza è iniziato nel 2015 per iniziativa di un gruppo di azione locale del Molise che ha riunito tutti i pastori transumanti locali, cui si sono aggiunti colleghi campani, laziali, pugliesi e abruzzesi. Nel 2017 il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha iscritto nel Registro nazionale della pratiche agricole storiche e delle conoscenze tradizionali la pratica della Transumanza e dopo l’avvio della pratica si sono aggiunte all’iniziativa l’Austria e quindi la Grecia. 
La Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco conta ad oggi 399 elementi culturali in 112 Paesi. L’Italia è presente con 8 elementi: il Canto a tenore sardo (2008), l’Opera dei Pupi siciliani (2008), il Saper fare liutaio di Cremona (2012), la Dieta mediterranea (2010 con Grecia, Marocco e Spagna, nel 2013 “allargata” a Cipro, Croazia e Portogallo), le Feste delle Grandi Macchine a Spalla (2013), la Pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello nell’Isola.
http://www.repubblica.it/cultura/2018/03/27/news/italia_candida_transumanza_a_patrimonio_culturale_dell_umanita_unesco-192388096/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

28 Marzo 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

NON C’E’ LIMITE……

by Amministratore 3 Marzo 2018

Comunicato stampa – La Regione Abruzzo finanzia la distruzione di aree naturali

Nuovo attacco al cuore del Parco regionale Sirente Velino: la Regione Abruzzo finanzia con 6 milioni di euro la distruzione di vaste aree naturali.
La classe dirigente regionale si ostina nel finanziare con milioni di euro di denaro pubblico (le tasse che noi tutti paghiamo…) il turismo invernale all’interno del Parco regionale Sirente Velino, in aree di primaria importanza per habitat, fauna e flora in barba a precisi vincoli nazionali ed europei .
l governo della Regione Abruzzo con DGR n. 83 del 20.02.2018 avente per oggetto “Opere strategiche di completamento di infrastrutture riferite alla trasportistica portuale, ferroviaria, funiviaria, stradale nonché di valorizzazione economico-turistica, finanziate su richiesta della Regione con Fondi per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) del Ministero delle Infrastrutture” ha ufficializzato al punto 2, lettera c “l’intervento volto al completamento infrastrutturale dei bacini sciistici di Ovindoli, Monte Magnola, di Rocca di Mezzo e Campo Felice, che prevede opere di mobilità multimodale per il miglioramento dell’accessibilità alle località turistiche per euro 6.000.000,00”.
Nell’allegato alla suddetta delibera, a firma del segretario della Giunta, al punto 5, pag,.2.3, è specificato il collegamento funiviario tra gli attuali impianti sciistici di “Ovindoli Monte Magnola, Rocca di Mezzo e gli impianti sciistici di Campo Felice con impianto per la risalita di forti pendenze e per il superamento di discontinuità naturali, dotato di veicoli sospesi a cavi per il trasporto dei passeggeri”.
Non c’è pace per il Parco regionale Sirente Velino che puntualmente ogni anno vede politici locali e regionali proporre progetti di riperimetrazione dei confini, di lottizzazioni di intere aree naturali, di affidamento della gestione del territorio a fantomatici consorzi venatori, di immaginari stadi dedicati allo sci nordico per finire al devastante collegamento tra le stazioni sciistiche di Ovindoli e Campo Felice attraverso i Piani di Pezza, una delle aree naturalisticamente più importanti del Parco regionale e dell’ Abruzzo intero, corridoio faunistico strategico per la fauna ed in particolare per l’orso bruno marsicano abituale frequentatore dell’area protetta.
Un sogno nel cassetto, irrealizzabile, che periodicamente viene riproposto e che non tiene conto della sempre più grave crisi del turismo invernale, dei cambiamenti climatici e dei moniti del Ministero dell’Ambiente che ha più volte scritto alla Regione Abruzzo rammentando i vincoli esistenti nel Parco regionale e quelli europei ben più stringenti di SIC e ZPS che fanno parte della Rete Natura 2000 e che, se infranti, porterebbero inevitabilmente ad una procedura d’infrazione europea con costi insostenibili per la comunità abruzzese.
Tutto cio avviene nelle nostre aree montane con strade dissestate e senza servizi primari per i cittadini, dove da anni l’Ente Parco regionale non riesce a dotarsi del Piano del Parco a causa della colpevole inadempienza dei politici di turno, dove spesso si fa fatica a gestire l’ordinario, dove non si riesce neppure a realizzare in tempo utile la rinnovata seggiovia delle Fontari al Gran Sasso e dove vengono gettati al vento 3,5 milioni di euro per gli impianti sciistici e le relative piste di Camporotondo che puntualmente sono rimasti chiusi per problemi tecnici nel periodo delle feste natalizie.
Tutto questo accade in Abruzzo, purtroppo, dove ci si ostina a proporre “investimenti a perdere” di milioni di euro di denaro pubblico in progetti faraonici che non vedranno mai la luce e contro i quali daremo battaglia a difesa dell’ ambiente naturale, unica vera risorsa della nostra regione e patrimonio comune dei montanari e di tutti i cittadini abruzzesi.
Mountain Wilderness Delegazione Abruzzo – Responsabile Marano Mario Viola. Pro Natura Abruzzo – Pierlisa Di Felice
Salviamo L’Orso onlus – Stefano Orlandini
ALTURA – Fabio Borlenghi
Appennino Ecosistema – Maria Di Gregorio LIPU Abruzzo – Stefano Allavena
WWF Abruzzo – Luciano Di Tizio
L’Aquila 27 Febbraio 2018
3 Marzo 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Territorio

10 reasons to visit Abruzzo, Italy’s new hot destination

by Amministratore 19 Gennaio 2018

Well-kept secret: Abruzzo has been largely overlooked in the past, but tourism operators and trailblazers are working hard to turn this around.

Manuel Santoro

(CNN) — Central Italy‘s Abruzzo has always attracted visitors thanks to its enviable snow season, but up until recently the majority were European.

Now the region, a world away from modern Italy, could be on the verge of an international tourism boom.

With incoming travel numbers on the rise in the country, visitors are increasingly searching for lesser known and undiscovered regional destinations — and Abruzzo has it all.

This includes lakes, the Adriatic coastline, national parks, imposing mountain ranges, UNESCO heritage sites, some of the most beautiful medieval towns in the country, and an eclectic and diverse cuisine that changes from the beach to the mountains.

Many tourism operators and trailblazers are working hard to put central Italy’s green region on the map.

The Region of traditions – Museum Art and Popular Tradition


Campo Felice – Lucoli (AQ) – Foto Roberto Soldati
In the province of L’Aquila, Sulmona locals Katy Gorman and Susanna Iraci run the Welcome to Sulmona project, the only English guide of its kind to the area.

Beyond tips and advice, they offer a range of visitor services including a walking food tour.

“Abruzzo takes you by surprise,” says Gorman.

“It represents what most people expect from an Italian vacation experience but simply cannot find in the more well-known destinations.

“In Sulmona, we like to think we are the jewel in Abruzzo’s crown and perfectly located within reach of the mountains, the Adriatic coast and an enviable number of national parks and protected areas.”

With no crowds, easy access from Rome and its own airport in Pescara (servicing some major Italian, UK and European cities), Abruzzo has something for everyone, from the food and wine traveler (and don’t expect to pay what you would in the big cities) to the adventure and sports traveler.


1. Abruzzi cuisine

With mountains and sea as its strategic borders, fishing and farming are this region’s lifeblood.

The cuisine therefore varies significantly from the coast, where seafood dishes are prominent, to the inland areas where legumes and meat — especially mutton and pork — reign supreme.

Arrosticini, thin mutton skewers, are one of its most famous dishes. Simply salted and flame-grilled, they are ordered at family dining tables in the hundreds.

Abruzzo also has a long history of pasta-making and has produced handmade spaghetti alla chitarra for more than 200 years.

This variety of egg pasta is pushed through a wooden contraption that has stainless steel guitar-like strings.

Antico Pastificio Rosetano (Via Salara 9, Roseto degli Abruzzi) is one of several historic pasta production houses in the region that have been producing the pasta since the late 1800s.

It makes the popular Verrigni brand with water from the Gran Sasso mountain ranges, and exports across Italy and beyond.

Owners Francesca Petrei Castelli and Gaetano Verrigni welcome guests for visits in which they can learn about the production process.

2. Culinary courses

Visitors to the region have the option to sign up for a cooking school or even turn their trip into a full-blown culinary one.

Boston-based chef Ezio Gentile runs three-day and even one-week long cooking vacations in Prezza, a tiny medieval town in the mountain ranges of L’Aquila province.

Prices start at $935 for three days and $2,549 for a week.

Then there’s Rosaria and her mum Annabella, who run cooking classes (Cooking by Rosie) by the sea in a small town near Pescara. Here guests are taught how to make at least two types of traditional pasta, then there’s the local wine to wash it down with.

Three-hour classes followed by a big lunch start at 70 euros ($81) per person and customized activities can be arranged on request.

Meanwhile Giulia Scappaticcio runs a stay-and-cook style programme at Casale Centurione Abruzzo, a country house in a lush green setting with mountain views in Manoppello in the province of Pescara.

3. World-renowned wine

Abruzzo native and founder of the Abruzzo4Foodies blog, Emiliana Dell’Arciprete says food and wine tourism is key to positioning Abruzzo as a destination of choice.
“Historically, any tourism here has been because of the national parks and for skiing in winter. So food and wine is another, and perhaps unexpected, drawcard for visitors and one which Abruzzo is slowly beginning to capitalize on.”
When it comes to wine, Abruzzo is famous for its red Montepulciano d’Abruzzo, produced with the Montepulciano grape, distinct from the Sangiovese grape used to make the Tuscan Vino Nobile di Montepulciano.
The majority of the region’s wine production is in Chieti province and some of the first bottles of Montepulciano that received the coveted DOC ( denominazione di origine controllata) quality assurance label are on display at the EnoMuseo wine museum in Tollo (Via Cesare Battisti, Tollo).
Some notable local producers that have cellar door openings include Cantina Cerretano who produce organic and vegan wine varieties (Via Ortonese, Orsogna), the Trappeto di Caprafico (Località Caprafico, 35, 66043 Casoli), who also produce award-winning extra virgin olive oil, and Villa Carrene, a family-run vineyard and cellar located a few miles from Sulmona in the medieval town of Prezza, offers wine tasting by appointment (Via San Rocco, 2/A, 67030 Prezza).
Related content
6 of the most romantic towns in northern Italy’s lakes region

4. Idyllic beaches

Abruzzo may never have the beach reputation of the Amalfi Coast, Sicily or Sardinia, but it holds its own in terms of long stretches of sandy beach along the Adriatic.
The ones that consistently receive the Italian blue flag rating for pristine waters are in Chieti or Teramo province.
Ortona is popular with locals and boasts many beach clubs and Pineto is another resort town with sandy beaches shaded by pine trees that give it its name.
To the south, Vasto was a famous Roman fishing village and boasts a sandy stretch, and the characteristic medieval town is perched high with lovely sea views.

5. Beautiful lakes and natural springs

The natural beauty of Abruzzo rivals every region across the boot-shaped peninsula.
Many of its seven picturesque lakes have nearby camp sites or accommodation options as well as water sports like rafting and canoeing.
Lake Bomba has tourist resorts in its vicinity and Lake Scanno and Barrea are some of the prettiest, encircled by mountains and winding roads on approach.
The Sorgenti del Pescara (natural reserve with crystal clear springs) by the small town of Popoli is another favorite with locals, particularly on hot summer days.

6. Spectacular skiing and hiking trails


With their mountain landscape, it’s no wonder towns like Roccaraso, Castel di Sangro, Ovindoli and Campo Felice are magnets for avid skiers from Italy and other parts of Europe.

Campo Felice Lucoli (AQ)

The area gets a heavy and lasting snowfall each year and with the Cinquemiglia (a five-mile long, 1,200-meter-high plain), Abruzzo gives other Alpine destinations a true run for their money (at a fraction of the cost).

A third of the region is made up of national parks, making it the most rural region of Italy.

In the warmer months, hiking trails in many of these towns are perfect for those who love the great outdoors. Some of the best are in the Abruzzo National Park and the Majella National Park.


7. Preserved medieval towns

Rocca Calascio, which dates back to the Middle Ages, is the highest mountaintop fort in Italy.
Luigi Selmi / Flickr, Creative Commons
Away from the crowds of more famous medieval towns like Tuscany’s Siena or San Gimignano, places like Pescasseroli, Tagliacozzo and Santo Stefano di Sessanio provide even more authentic regional experiences and stunning scenery (some even with castles).
One of the most distinctive is Rocca Calascio, which boasts a watchtower from the 10th century and remains the highest fort in all of Italy, at nearly 1,500 meters above sea level.
Abruzzo is touted as the greenest region of Italy due to the number of national parks within its borders and most towns sit off dramatic cliff faces or with imposing mountain ranges as their backdrop.
Marianna Scoccia, mayor of Prezza, one of many small towns dotted along the mountain ranges, says these medieval gems must be protected.
“Our region is known for its medieval hamlets and towns. Many of them, including Prezza, remain relatively untouched,” she explains.
“Here in these towns you can walk the streets and enjoy the tranquility of a world gone by and it’s where century-old traditions are honored, like the Malmozzetto medieval festival held in Prezza each August.”
Colle di Lucoli (AQ): Cats – Foto Fabrizio Soldati
8. Italian confetti


Sulmona is famous for being the capital of sugared almonds, known as “confetti” in Italian, and torrone, classic Italian nougat. The city sits within a UNESCO-protected valley, once a lake that disappeared in prehistoric times.

The streets here are lined in floral creations made up of confetti covered in colored paper and bunched into bouquets.

You can buy these beauties in any flavor imaginable — Nutella, tiramisu, ricotta and pear, fruits of the forest, hazelnut, the list goes on.

Guardiagrele in Chieti province is fast developing a local reputation as a foodie town. It even has its own sweet, Le Sise delle Monache, which literally translates as “nun’s breasts”, so named for its rounded, perky shape.

This chantilly cream-filled bun of sorts is most commonly eaten at Pasticceria Emo Lullo(Via Roma 105, Guardiagrele).

9. Top restaurants

As the Italian food sector consistently looks to innovate and honor historic traditions and local customs, quality dining establishments continue to pop up in the Abruzzo landscape.

One of Italy’s most famous chefs, Heinz Beck is at the helm of Café Les Paillotes (Piazza le Laudi 2, Pescara). The eatery is situated on the seafront in Pescara overlooking the Adriatic and now has a Michelin star.
Meanwhile Niko Romito has been running Reale (Piana Santa Liberata, Castel di Sangro) with his sister Cristiana since 2000.
The self-taught chef was awarded three Michelin stars in 2013 — there are only eight restaurants in Italy with this title.
Located within a 16th-century former monastery in Castel di Sangro, Reale’s menu combines haute cuisine with the best of Abruzzo produce and beyond.

10. The Trabocchi Coast

Trabocchi Coast Photos via: www.rete.comuni-italiani.it; www.paesaggidabruzzo.com; www.fotocommunity.it


This UNESCO World Heritage-protected 70-kilometer coast stretches from Ortona to San Salvo in Chieti province. Its most striking sight is a collection of fishing net structures known as trabocchi.

Historically the trabocchi were used by fisherman to avoid deep waters and collect varieties like anchovies, sardines, sea bream and sea bass.

While many are no longer in use because they can’t compete with modern-day fishing technology, some are still managed by generations of fisherman and have branched out, now operating as restaurants.

Maria Pasquale is an Italian-Australian travel and food writer based in Rome. Founder of popular lifestyle blog www.heartrome.com, her adventures can be followed on Instagram @heartrome.

http://edition.cnn.com/travel/article/italy-abruzzo-best-things-to-do/index.html
19 Gennaio 2018 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • …
  • 14

Articoli recenti

  • UN NUOVO EVENTO DI CULTURA SOTTO GLI ALBERI
  • I BENI COMUNI CHE VENGONO DANNEGGIATI
  • Conservazione agrobiodiversità – banche del germoplasma
  • IL SESTO APPUNTAMENTO DI CULTURA SOTTO GLI ALBERI
  • GIORNATA NAZIONALE DELLA BIODIVERSITA’ DI INTERESSE AGRICOLO E ALIMENTARE

Commenti recenti

  1. Noi x lucoli su CIELI BLU DOMENICO
  2. Noi x lucoli su “Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro”: il Giardino della Memoria di Lucoli è questo luogo
  3. fabrizio soldati su NON ESISTONO IL BUONO NE’ IL CATTIVO, SIAMO TUTTI MARTIRI E TUTTI BOIA. E’ L’UMANITA’ CHE E’ FATTA COSI’.
  4. Unknown su GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL MELO A CIPOLLA
  5. amministratore su PER LA RICORRENZA DEL DODICESIMO ANNIVERSARIO DEL SISMA DEL 2009 FESTEGGEREMO CON IL RICONOSCIMENTO DEL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI COME SITO DI CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITA’ DI INTERESSE AGRICOLO ED ALIMENTARE

Categories

Designed by moidesigner.com


Back To Top
NOI X LUCOLI
  • Home
  • Chi siamo
  • Il Giardino della Memoria
    • Agricoltori custodi
    • I frutti antichi
    • Attività
    • Adozioni
  • territorio
    • Ambiente
    • Comunità
    • Archivio fotografico storico
  • Foto
  • Video
  • Blog
  • Contatti