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CAMPO FELICE E’ PER LA PRIMA VOLTA NEI PERCORSI DEI “CAMMINI” DELLA RETE ITALIANA PER LA RICERCA ECOLOGICA DI LUNGO TERMINE (L T E R). LA TAPPA DI LUCOLI E’ PREVISTA IL 21 LUGLIO P.V.

by Amministratore 7 Luglio 2016

Sono diversi mesi che a Lucoli, gli Assessorati all’Ambiente ed al Territorio, cercano di immaginare una politica diversa per il Territorio, di più lungo termine, che accenda i riflettori sul patrimonio di biodiversità esistente, che riveste un’importanza non solo locale o regionale (Parco Velino Sirente e, per Lucoli, specificamente Campo Felice) ma che potrebbe averla anche in campo nazionale ed internazionale.
Si è quindi voluta coinvolgere la Rete LTER, costituita da ricercatori ed esperti di livello nazionale ed internazionale, al fine di sviluppare la conoscenza e la valorizzazione delle bellezze naturali di Campo Felice realizzando un “cammino” di portatori d’interesse attraverso le bellezze naturali del luogo. Si è pensato a documentare, a studiare ed a comunicare (con l’aiuto della Rete LTER) il patrimonio naturale di Campo Felice anche per attrarre, in un futuro prossimo, un turismo più consapevole. 

Lo studio ambientale del Territorio potrebbe avvalorare, per la porzione locale, il progetto presentato all’Unesco per il riconoscimento delle montagne abruzzesi. Un progetto pensato per valorizzare e tutelare la biodiversità presente, in ogni forma: dalla conservazione ai finanziamenti per le popolazioni del luogo, progetto che ha portato alla candidatura del Gran Sasso, della Majella, dei Monti della Laga e del Sirente-Velino a patrimonio dell’umanità. 
Il 2016 è l’anno dei Cammini e, come ipotizzato nell’incontro con le Associazioni del Territorio svoltosi al Civil Centre il 9 gennaio u.s., se ne è voluto organizzare uno in casa.
E’ per questo motivo che è stata prevista a Lucoli una tappa del Cammino Appenninico Edizione 2016, i partecipanti a questa iniziativa, infatti, arriveranno a Campo Felice il 21 luglio p.v. ed alloggeranno all’Hotel Tutto Sport.
I Cammini sono organizzati con il sostegno a livello nazionale del Consiglio Nazionale delle Ricerche, del Corpo Forestale dello Stato, della Rete LTER Italia e di LifeWatch-ITA. 

Campo Felice sarà “studiato” dai partecipanti e con l’ausilio degli esperti, si potrà riconoscere la vegetazione imparandone a valutarne lo stato, si potranno identificare gli animali, stimare il grado di biodiversità, determinare la qualità dell’ambiente. Sarà quindi possibile incontrare i ricercatori, partecipare ai lavori sul campo, capire l’importanza degli studi di lungo termine e attivare iniziative di “scienza dei cittadini”, la principale forma di ricerca scientifica condivisa, condotta cioè non solo da professionisti ma da chiunque lo desideri. Tutti i dettagli sono riportati sul sito web Cammini LTER-Italia 2016.
Questa, si rivela, come una iniziativa importante per Lucoli, che porterà a documentare le sue bellezze naturalistiche a livello nazionale ed internazionale.

Cos’è la Rete LTER-Italia?

La Rete Italiana per la Ricerca Ecologica di Lungo Termine (LTER-Italia) è una rete di siti terrestri, d’acqua dolce, di acque di transizione e marine, sui quali si conducono ricerche ecologiche su scala pluridecennale. Vi appartengono 25 siti (al 2015), distribuiti su tutto il territorio nazionale, gestiti dai principali Enti di Ricerca, Università e Istituzioni che si occupano di ricerca e monitoraggio ecologici in Italia.

LTER studia gli ecosistemi, le loro le dinamiche ed evoluzione, le relazioni tra biodiversità e funzionalità ecologica, la qualità delle acque, la produttività, il ruolo della disponibilità di risorse, gli effetti dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici. Molti siti forniscono prodotti e servizi di rilevanza economica (pesca, foreste, protezione delle acque, prevenzione dei dissesti):comprenderne le dinamiche ha un ruolo chiave per la sostenibilità ambientale nel nostro Paese.

LTER-Italia è una delle 22 reti nazionali della Rete LTER Europea, che accoglie oltre 400 siti di ricerca; afferisce anche alla Rete LTER Internazionale, distribuita in più di 40 Paesi sui 5 continenti, nata e guidata dall’esigenza di collaborazione, condivisione e integrazione delle informazioni ecologiche dalla scala locale a quella globale per comprendere e gestire l’ambiente e le risposte ai cambiamenti.

A livello nazionale la Rete LTER-Italia costituisce uno dei nodi principali dell’infrastruttura di ricerca sulla biodiversità LifeWatch, che mette a disposizione dei ricercatori strumenti per la gestione e l’elaborazione avanzata dei dati sulla biodiversità.

Quali obiettivi si propongono queste organizzazioni?

1) Promuovere la collaborazione e il coordinamento tra esperti nelle reti di ricerca a lungo termine sugli ecosistemi a scala locale, nazionale, Europea e globale;

2) Migliorare la confrontabilità dei dati ecologici a lungo termine relativi ai siti gestiti da ricercatori italiani e favorire la salvaguardia e lo scambio di tali dati;

3) Rendere disponibili a scienziati, amministratori e al pubblico informazioni scientificamente fondate e conoscenze predittive dei processi ecologici e socio-economici, che rispondano anche alle esigenze di chi deve prendere decisioni gestionali a livello politico;

4) Suggerire possibili soluzioni agli attuali e futuri problemi ambientali su scala locale, nazionale, europea e globale;

5) Facilitare la formazione scientifica della futura generazione di scienziati nel campo della ricerca a lungo termine.

Il Cammino 2016 identificato con il nome “il racconto della biodiversità dell’Appennino” (informazioni dettagliate possono essere trovate sul sito web Il racconto della biodiversità dell’Appennino) è quindi organizzato dal Corpo Forestale dello Stato, dagli Enti Parco Nazionale del Gran Sasso e della Majella e dall’Università del Molise e anche NoiXLucoli Onlus vi ha aderito, in qualità di Associazione ambientalista.


Il percorso intero delle sei giornate

Si attraverseranno aree ad alto valore ambientale e turistico, tre Parchi Naturali, uno Regionale (Sirente Velino) e gli altri due Nazionali (Gran Sasso e Monti della Laga, Majella), e quattro Riserve Naturali, una Regionale (Duchessa) e le altre tre Statali (Monte Velino, Orfento, Lama Bianca). Si partirà il 19 luglio con un evento di apertura presso il Centro Visite di Magliano de’ Marsi, si proseguirà con attività sul Monte Velino, sul Gran Sasso e sulla Majella, attraversando i Comuni di Magliano de’ Marsi, Lucoli, Borgorose, L’Aquila, Caramanico Terme e S. Eufemia a Maiella, con rilevamento della vegetazione e del microclima, nei siti di ricerca LTER, e osservazioni sugli ecosistemi, la geologia, la flora e la fauna lungo tutto il percorso. I partecipanti saranno accompagnati da esperti botanici, zoologi e geologi. La giornate del 22 (Gran Sasso) e del 23 (Majella), vedranno infine uniti ricercatori, naturalisti dilettanti e volontari in uno studio intensivo di 24 ore sul campo (un Bioblitz), teso a determinare tutte le specie vegetali e animali che vivono nelle rispettive aree, contribuendo così alla definizione dello stato della biodiversità.



Le tappe del Cammino Appenninico che si svolgeranno 

dal 19 al 24 luglio 2016


A – Magliano de’ Marsi (Velino)
B – Cartore (Velino)
C – Campo Felice (Velino)
D – Campo Imperatore (Gran Sasso)
E – Monte Portella (Gran Sasso)
F – Majelletta (Majella)
G – Bolckhaus (Majella)
H – S. Eufemia a Majella (Majella)

Per saperne di più:

LE IMMAGINI DEL CAMMINO APPENNINICO DEL 2015

http://www.lteritalia.it/cammini2016/biodiversit%C3%A0

http://www.lter-europe.net/

Per informazioni e iscrizioni: Majambiente, tel: 085 922343.
About LTER-Europe

LTER-Europe is the umbrella network for Long-Term Ecosystem Research (LTER) in Europe. It’s members are national networks of LTER sites.

Long-Term Ecosystem Research (LTER) is an essential component of world-wide efforts to better understand ecosystems. Through research and monitoring, LTER seeks to improve our knowledge of the structure and functions of ecosystems and their long-term response to environmental, societal and economic drivers.

LTER contributes to the knowledge base informing policy and to the development of management options in response to the Grand Challenges under Global Change.

Since its launch in 2003, LTER-Europe has sought to better integrate traditional natural sciences and holistic ecosystem research approaches that include studies of the human component.

LTER-Europe was heavily involved in developing the concept of Long-Term Socio-Ecological Research (LTSER). As a result, LTER-Europe now comprises not only LTER sites but also larger LTSER platforms, where long-term interdisciplinary research is encouraged.

7 Luglio 2016 0 comment
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Territorio

“UNA SETTIMANA NON BASTA – VIAGGIO A L’AQUILA CITTA’ TERRITORIO”. NEI PERCORSI DI ARCHEOCLUB L’AQUILA C’E’ ANCHE LUCOLI.

by Amministratore 27 Aprile 2016
ALCUNE FOTO DELLA GIORNATA

La Dottoressa Di Matteo espone la storia dell’Abbazia di San Giovanni e la sua importanza nell’aquilano

A fine giornata il laboratorio di tessitura della Dottoressa  Assunta Perilli

La visita del Giardino della Memoria del Sisma

Il benvenuto a Vado Lucoli da parte dell’Associazione Amici di San Michele Onlus

Escursione alla Chiesa di San Michele Arcangelo

le panonte
Un momento del pranzo

“UNA SETTIMANA NON BASTA – VIAGGIO A L’AQUILA CITTA’ TERRITORIO” IV edizione                                                                                                            

Dal 24 aprile al 01 maggio 2016, si svolgeranno otto giorni di itinerari, incontri e laboratori attraverso il patrimonio storico-artistico e naturalistico della città di L’Aquila e del suo territorio.

In questi itinerari c’è anche Lucoli.

Il programma di quest’anno ha come tema-guida i monasteri e i conventi della città di L’Aquila e del suo contado: “Le vie dei monasteri aquilani” e “Monasteri e lavoro”.

Il progetto di Archeoclub dell’Aquila, in collaborazione con l’associazionismo locale, nasce con l’intento di creare itinerari di potenziale offerta turistica con la consapevolezza che a L’Aquila e nel territorio circostante le bellezze artistiche e naturalistiche sono tali per cui una settimana non è sufficiente per apprezzarle tutte. Archeoclub L’Aquila, insieme a “NoiXLucoli Onlus”, agli “Amici San Michele Onlus”, alle Parrocchie di Lucoli ed a Pro Natura l’Aquila, con il patrocinio del Comune di Lucoli, propone una porzione del programma complessivo di itinerari dedicata a Lucoli.
Ogni giornata che sarà organizzata prevede un programma delle visite guidate, escursioni, conferenze, laboratori e incontri accanto a manifestazioni artistiche quali ad esempio musica, teatro o poesia. Ogni giorno sia le persone del luogo sia i turisti potranno viaggiare per incontrare arte, panorami, paesaggi, storia, musica, poesia, luoghi di grande significato storico o religioso, coniugando tutto questo con escursionismo e passeggiate all’aperto.
“Una settimana non basta” è rivolta non solo ai residenti, che possono scoprire o riscoprire le ricchezze del loro territorio, ma anche ai turisti che per uno o più giorni volessero visitare e apprezzare il comprensorio aquilano e la sua potenziale offerta.
Sabato 30 aprile 2016 è prevista la visita al territorio di Lucoli con tappe presso l’Abbazia di San Giovanni Battista e la Chiesa di San Michele Arcangelo.
L’Abbazia attualmente è cantierata per le attività di restauro e non sarà visitabile, l’illustrazione dei suoi tesori avverrà all’esterno attraverso l’utilizzo di documentazione scritta.
Questo ex monastero venne fondato, o meglio, rifondato nel 1077 dal conte Oderisio di nazione franca, figlio del conte Berardo, appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi. La vita cenobitica ebbe luogo fino al 1456, anno in cui morì l’ultimo abate regolare eletto dai monaci. In relazione alle non buone condizioni spirituali, morali e materiali del monastero, fu soppresso il cenobio. Da quel momento gli abati elessero la propria dimora nella chiesa di San Giovanni di Lucoli a L’Aquila (ora non più esistente), anziché nella residenza monastica di Collimento, determinando quel distacco tra la popolazione lucolana da una parte e l’abate dall’altro. All’interno dell’Abbazia sono di grande importanza gli affreschi presenti (rinvenuti nell’ultimo restauro) di cui alcuni attribuiti al De Litio. Particolare interesse riveste l’Organo del Farina da Guardiagrele (1569) posizionato sulla parete d’ingresso della navata centrale, come pregevoli sono anche il soffitto ligneo e gli affreschi.
Il complesso di San Giovanni Battista, danneggiato dal sisma del 2009, ed ora in restauro, per le sue peculiarità architettoniche, le valenze artistiche e l’interessante lavoro di restauro a cui è stato sottoposto è risultato al secondo posto in Abruzzo tra i luoghi del Cuore FAI edizione 2012: l’Abbazia si è posizionata 55a su n° 10.173 Luoghi del Cuore rappresentati.
Di seguito il programma della giornata:

Il programma proseguirà con la visita del Giardino della Memoria del Sisma e l’illustrazione della ricchezza delle specie botaniche che vi vegetano utili alla biodiversità. A seguire un bellissimo cammino tra i boschi verso la Chiesa di San Michele Arcangelo a Vado Lucoli, che sarà visitabile per l’occasione.
A seguire il pranzo caldo ed il laboratorio di tessitura.
Ringraziamo i docenti che illustreranno nella giornata le bellezze di Lucoli in ordine di impegno:
  • Dottoressa Giovanna Di Matteo – Storica dell’Arte, già in organico della Soprintendenza BSAE dell’Aquila.
  • Dottoressa Beti Piotto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – Dipartimento Difesa della Natura NAT BIO www.isprambiente.it.
  • Dottoressa Assunta Perilli – Laureata in Archeologia e studiosa della tessitura http://tessituraamanodiassuntaperilli.blogspot.it/

27 Aprile 2016 0 comment
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Territorio

LA CURA DEL GUARDARE DI FRANCO ARMINIO. GUARDIAMO CON NUOVO SPIRITO LUCOLI

by Amministratore 14 Aprile 2016
La cura del guardare
Foto R. Soldati
Penso al guardare come una cosa da fare ogni giorno, anche sotto casa. Non c’è bisogno di un altrove per attivare la voglia di vedere. L’Italia è La Mecca dello sguardo. La sua forza è la sua disunità. Convivono in pochissimo spazio tanti luoghi assai diversi tra loro. Una città come Palermo basta cambiare strada e ti cambia sotto gli occhi. Questo è il tempo dei luoghi. Conta lo spazio più che il tempo. Non si sa se è finita la storia, di certo non è finita la geografia. Strabone nel suo antico Grand Tour ci ricorda “L’utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell’arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.” Quando pensiamo alla geografia, pensiamo all’aperto: monti, fiumi, pianure. E invece oggi la geografia è un riparo, un luogo in cui proteggersi dall’evanescenza digitale. La geografia al posto della psicologia, la percezione al posto dell’opinione. Andate in giro dove non va nessuno, turisti della clemenza, viaggiatori che non cercano solo la bellezza, l’armonia, la solarità, ma i posti più sperduti e affranti, i posti che aspettano qualcuno che li guardi, li riconosca, prima che diventino luoghi senza storia e senza geografia.
Foto R. Soldati
Con gli occhi di Leopardi e Pasolini Si potrebbe pensare che l’immiserimento della natura abbia riflessi anche sull’immiserimento della lingua. Oggi le immagini, le parole, i ritmi non sono più suggeriti dalla Natura, ma dalla Rete. E così abbiamo una lingua e una politica che sa di chiuso. Bello sfuggire alla tentazione dello sguardo apocalittico sull’Italia di oggi. Bello cercare i luoghi che non sono stati riempiti, i luoghi che non interessavano a nessuno, quelli poveri, impervi, fuori mano. In questi luoghi l’Italia si dà ancora. E allora ti puoi stupire guardando il muso delle vacche nel bosco di Accettura, guardando un vecchio in un orto del Salento o un contadino che ara in un pomeriggio sardo. Il viaggio in Italia va fatto senza ansie di compiacimento o di denuncia. Andare in giro, guardare come cambiano città e paesi, Torino oggi è molto diversa da come era negli anni settanta, l’Aquila è una città doppia: la città dei monumenti e quella delle rovine. E doppia è anche Taranto, città di mare circondata dalla città dell’acciaio. Nel guardare l’Italia tenere insieme l’occhio di Leopardi e quello di Pasolini, il Pasolini che teneva insieme Casarsa e Caravaggio, quello che scrisse nel 1959 La lunga strada di sabbia, un viaggio costiero da Ventimiglia a Trieste, un atto di amore verso un’Italia dalle cento province non ancora devastata dal “genocidio culturale” che ha prodotto il paesaggio italiano che attraversiamo adesso.
Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba,  concedetevi al silenzio e alla luce, alla muta lussuria di una rosa.
Foto R. Soldati
A dispetto degli scellerati decenni passati, dove l’Italia sembrava aver voltato le spalle alle corriere dell’arcaico, al Dio dei tratturi e dell’uvaspina, la campagna c’è ancora. Le nostre erbe, il miele, l’aria, il silenzio, le ceramiche, l’uncinetto: ogni cosa va accudita di queste nostre terre.

Foto R. Soldati
La sagoma di una tegola, il ritornello di una canzone, un nomignolo, una bevuta nei campi, l’inflessione di una voce, un sorriso, rughe e pianti, il grano falciato, l’uva sui tralci, sono cose che deperiscono prima di altre in un tempo in cui il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato quel mastice di confidenze e solidali sicurezze della vista e del sentire che già seppe rendere abitabili le campagne italiane. Capolavori a oltranza La bellezza dell’Italia è la bellezza delle sue piazze storiche. Ce ne sono migliaia, una diversa dall’altra, piccole e grandi, simili a un braccio, a una nuvola, a un imbuto, a una ciambella di pane. Medioevo e Rinascimento, e poi il Barocco e il Settecento: Siena e Volterra, Milano e Fabriano, Roma, Napoli, Pienza e tantissime altre, fino al capolavoro delle Piazze di Padova, una dopo l’altra, un’incredibile sequenza di bellezza ravvicinata in una città vicina al miracolo di Venezia e vicina a Treviso, a Vicenza, a Mantova. In altre parti del mondo ci sono città straordinarie, ma sono atti unici. In Italia i capolavori si danno a oltranza, si addensano in piccole galassie: pensate al triangolo Perugia, Arezzo, Urbino o alla sequenza di città magnifiche da Bologna a Parma. E poi ci sono i luoghi che hanno il vigore delle cose che hanno parlato poco, delle cose trascurate o malviste. Matera e un po’ tutta la Lucania sono l’emblema di questa Italia in cui l’Italia sembra anche altro: basti pensare ai castelli di Melfi e Lagopesole, a Venosa e alle Dolomiti lucane, al Pollino, alle rovine di Craco e ai calanchi di Aliano.
Roma è un grande corpo in dialisi, un sangue che si è fatto scialbo. La città non è più in grado di accogliere, di mescolare. I turisti vagano, gli indigeni pure, a ciascuno il suo percorso prestampato tra monumenti, ristoranti e uffici. Tutto questo non fa anima. Forse le rovine del grande impero non emanano più il fascino che emanavano ai tempi di Goethe. Una decadenza che non rilascia lirismo, che non si porta dietro nemmeno una striatura di sacro. Roma andrebbe aiutata. Deve ritrovare la capacità di filtrare la miseria spirituale che la circonda come una volta la circondava la natura. Ogni grande capitale dell’occidente ha glorie e miserie che subito saltano all’occhio. Forse oggi Goethe vedrebbe Roma corrosa dall’acido di un’umanità senza batticuore. Forse tutta l’Italia gli apparirebbe come la patria della scontentezza e del disincanto. Gli italiani guardano ai problemi dei luoghi in cui vivono più che alla solenne bellezza ancora diffusa quasi ovunque. Bisogna passare dagli sguardi scoraggiati agli sguardi incantati. Forse per questo sarebbe assai utile leggere il viaggio in Italia di Goethe, la sua pacata disposizione alla meraviglia.
Oggi la bellezza dei luoghi è diventata un farmaco per alleviare i dolori che ci vengono dai rapporti equivoci e dolenti con le persone.
Foto R. Soldati
Bisogna andare in giro per congedarsi dall’infiammazione della residenza, dalle muffe e dal sudore freddo che ci incollano addosso le abitudini, bisogna andare in giro perché i luoghi hanno ancora un’innocenza che le persone non hanno più. Oggi forse nessuno può concedersi il lusso di un Grand Tour, ma ogni giorno un Petit Tour possiamo concedercelo, magari nei dintorni. Invece di andare in farmacia o dall’analista, possiamo uscire e guardare. Esiste un voyeurismo buono, quello del paesaggio. Spiare come stanno, dove stanno le cose: quel cancello, quel vaso di gerani, il vecchio sulla panchina, la macchina parcheggiata, la ragazza col telefonino, la cattedrale e l’albero solitario. È la meraviglia del mondo esterno, e noi siamo animali che abbiamo bisogno d’aria per vivere, dovremmo ogni volta che è possibile fare solo due cose, camminare e guardare. C’è una clamorosa infermità che ci accomuna, è la schiavitù di noi stessi. Siamo diventati schiavi dei nostri affari e non conta che siano loschi o degnissimi. Siamo avvinti all’idea del ricavo e ci istighiamo a tutta una serie di obblighi che fanno parte della nostra vita attiva, obblighi da cui ci aspettiamo ricompense, profitti, un salario monetario o morale. La via per uscire da questa schiavitù di ricavare continuamente qualcosa da noi stessi è quella di osservare le cose che stanno sotto il cielo. Portare il mondo esterno dentro di noi è stata l’operazione che ha fatto nascere la lingua. Dal corpo alla metafora. Viene in mente la formula di Gian Battista Vico: il vivente sensibile che si trasforma in vivente linguistico. Sul grande storico partenopeo Goethe scrisse: “È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca”. Tra quelli che provano a cambiarla l’Italia, sempre meno per la verità, e quelli che fanno di tutto per conservarla, c’è una terza possibilità: il partito dello sguardo. Uno sguardo onnivoro, che raccoglie quello che era bello un tempo e quello che ci sembra bello adesso.
Foto R. Soldati
L’Italia del Grand Tour c’è ancora e vale la pena di visitarla, ma è venuta fuori un’altra Italia. Ai tempi di Goethe nessuno sapeva niente di Matera, Lecce, Cosenza. Oggi un paesaggio senza capannoni e officine e pompe di benzina ci sembra solenne, lirico. Ai tempi di Goethe tutta l’Italia era così. La pianura padana non era quello che è adesso, una grande azienda che include al suo interno paesi e città. Certamente Goethe farebbe ancora un salto nel Veneto, ma si stupirebbe non poco di trovare villette e capannoni ovunque. E a Firenze forse resterebbe ancora meno delle tre ore dedicate a suo tempo. Forse sarebbe affascinato da L’Aquila e da Taranto, per la loro bellezza coniugata allo sfacelo del terremoto e della fabbrica. Difficile capire l’effetto che oggi farebbe Napoli. A parte l’incredibile assedio alle falde del Vesuvio, Napoli è una delle poche città non globalizzate dell’Occidente Se l’Italia di oggi si caratterizza per l’adiacenza di fregio e sfregio, se gloriosa antichità e modernità incivile si contendono ogni spazio, Napoli è l’apoteosi di tutto questo. Se in Italia ci fosse un piano regolatore del silenzio avremmo sicuramente più turisti stranieri. E se Goethe volesse sfuggire al rumore delle città italiane dovrebbe rifugiarsi sui monti delle Alpi e dell’Appennino. Allora potremmo consigliargli un paese come Trevico dove la densità di silenzio è altissima, ma è un silenzio che fa bene solo a chi lo vive ogni tanto. Se non hai voglia di fare la fila per vedere la Cappella Sistina, se il tuo bar vicino alla campagna è più al centro di piazza di Spagna, trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole.
Foto R. Soldati
Guarda con dolcezza chi è fermo, chi cammina. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo, per tornare a casa aspetta che sia sera, usa il buio come un buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.
Lucoli una vecchia cartolina d’epoca

 

14 Aprile 2016 2 comments
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Territorio

SIAMO SICURI CHE L’OFFERTA TURISTICA DELL’AREA OMOGENEA VADA MIGLIORATA CON NUOVI IMPIANTI? SIAMO SICURI CHE IL PROGETTO DI SVILUPPO TERRITORIALE POST TERREMOTO SIA COERENTE PER LUCOLI?

by Amministratore 3 Marzo 2016
 
Leggiamo sui media locali: “l’ampliamento degli impianti sciistici ad Ovindoli può diventare realtà. L’obiettivo finale è l’unione con Campo Felice per la più grande stazione sciistica “a sud delle alpi” che consenta un collegamento sci ai piedi tra le stazioni di Campo Felice, Rocca di Cambio e Ovindoli Monte Magnola. Questa mattina il Presidente della Giunta regionale, Luciano D’Alfonso ha effettuato un sopralluogo nella stazione sciistica di Ovindoli, accompagnato dal consigliere regionale , Pierpaolo Pietrucci, presidente commissione Ambiente, Territorio e Infrastrutture e dai sindaci delle località interessate Pino Angelosante (Ovindoli), Mauro Di Ciccio (Rocca di Mezzo), Gennarino Di Stefano (Rocca di Cambio), Lucilla Lilli (Cappadocia) Gianluca Marrocchi (Sindaco Lucoli). “La finalità degli investimenti – ha commentato D’Alfonso – è quella di offrire un bacino sciistico sempre più grande ed articolato. Ci sono economie di risulta da recuperare ma ce ne sono anche altre che possiamo riscattare e che vogliamo utilizzare in questa realtà. L’intervento è ormai fotografato tra le priorità della Regione. Il sopralluogo di oggi è un sopralluogo verità: esiste un altro gioiello in Abruzzo ed è la vostra montagna che ci permette un fidanzamento, sempre più solido, con Roma. Dunque, – ha proseguito – dobbiamo attingere da questa miniera relazionale che è la capitale alzando un ponte formidabile che ci consenta, partendo dal cuore dell’Appennino Abruzzese e nella spettacolare cornice dell’Altopiano delle Rocche, di avere un rapporto privilegiato con Roma per il rilancio, lo sviluppo e la valorizzazione turistica”. Il progetto in questione immagina la realizzazione di nuovi impianti con sette piste (Costa della tavola piste 1 e 2, Valle delle lenzuola, pista della Genziana 1, 2, 3 e ski-weg Genziana Canalone) per dieci nuovi chilometri sciabili. La prima tranche dei lavori, che potranno partire entro la primavera, prevede la realizzazione di una seggiovia con due nuove piste già entro il 2016 e il potenziamento del sistema di innevamento artificiale. L’intervento economico complessivo è di oltre 12 milioni di euro“.

http://www.regioni.it/dalleregioni/2016/02/16/abruzzo-ovindoli-dalfonso-ampliamento-impianti-diventi-realta-444352/
Siamo convinti che la realizzazione di queste infrastrutture, di nessuna delle quali sono stati ancora valutati l’incidenza e l’impatto ambientale come prevede la legge, danneggerebbe irreparabilmente specie ed ecosistemi di alta montagna protetti a livello nazionale ed europeo. Abbiamo più volte rappresentato argomentazioni per commentare  questo modo irrazionale di gestire il territorio basato su interventi episodici che spesso non si riesce a portare a a buon fine (esempi: il trampolino vicino alla Vecchia Miniera, il “Ponte sul nulla” vicino al Rifugio Alantino). Il territorio ha bisogno di un  approccio integrato e scientificamente determinato, che consenta il tranquillo sviluppo delle attività turistiche e sportive nei luoghi opportuni, senza per questo determinare la perdita o il danneggiamento dei delicati ecosistemi delle nostre montagne.
L’intervento di potenziamento degli impianti interessa una vasta area posta proprio al centro delle maggiori aree protette a livello nazionale ed europeo (i Parchi Nazionali del Gran Sasso, della Majella e d’Abruzzo), con le quali il massiccio del Velino-Sirente compone una formidabile rete ecologica, un vasto territorio di quasi 100.000 ettari protetto a livello nazionale dalla Riserva Naturale Orientata Monte Velino, a quello regionale dal Parco del Sirente-Velino (oltre che dalla Riserva Naturale Gole di San Venanzio) in Abruzzo e dalla Riserva Naturale Montagne della Duchessa nel Lazio, ed anche a livello di Unione Europea attraverso due grandi Zone di Protezione Speciale e ben sette Siti di Interesse Comunitario.
Ricordiamo che a fronte di tanti interessi contrapposti il Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, istituito nell’ormai lontano 1989, non è mai entrato compiutamente nella necessaria operatività, comportando soltanto vincoli subiti passivamente dalla popolazione. Dopo quasi trent’anni, ancora non è stato approvato il Piano del Parco (nonostante sia stato redatto da decenni e sia anche stato successivamente aggiornato), che avrebbe potuto lanciare una gestione del territorio scientificamente fondata ed adeguata da un lato alle sue qualità ecologiche e dall’altro alle attività umane con queste compatibili. Si denota una incapacità di gestire quest’area così importante e vasta da parte dell’Amministrazione Regionale, ne sono stati più volte cambiati i confini senza seguire alcun criterio scientifico, in questo momento gli interessi soggettivi portano ad esternazioni come la seguente: 
“il vicesindaco di Ovindoli, Marco Iacutone,  ha lanciato un appello alla Regione, affinché «metta mano» presto alle leggi e ai regolamenti che interessano anche il Parco Sirente Velino, che potrebbero essere un rallentamento per il progetto dell’unione definitiva”.
http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2016/02/17/news/a-dicembre-pronte-le-nuove-piste-1.12977048
 
Ampliamento impianti: un progetto già datato ipotizzato nel 2007 (Programma quadro Ministero Infrastrutture, Regione Abruzzo, Anas e la Provincia dell’AQ).
La pubblicazione “Ricostruzione dei territori” (La Sapienza – Alinea Editrice – 2010) che sembrava voler costituire un piano territoriale per l’Area n° 9 ove il Comune di Lucoli è compreso, evidenziava delle problematiche di eccessiva stagionalità delle attrezzature sciistiche, la loro scarsa interconnessione e la mancanza di specificità e di rapporto con il contesto.  La stagionalità era un problema, non solo dovuta ai fattori climatici ma anche per carenze strutturali: le attrezzature sportive e turistiche vengono utilizzate solo in alcuni periodi dell’anno, a volte molto brevi (weekend, settimane di Natale, Pasqua e quelle centrali di agosto), oscillando tra condizioni di sovrautilizzo e congestione sovra-dimensionamento. Degli impianti di risalita di Campo Felice solo la seggiovia Brecciara e quella Campo Felice sono funzionanti in estate per accedere allo chalet di quota. Una maggiore articolazione dell’offerta di attività turistico-sportive avrebbe potuto consentire di utilizzare tutto l’anno le infrastrutture presenti.
E’ in questo studio che si sono teorizzate/ratificate delle maggiori interconnessioni tra le attrezzature e gli impianti invernali che al momento sono organizzati in due poli distinti per lo sci alpino: Campo Felice e la Magnolia e in tre aree del tutto separate per lo sci di fondo: Piani di Pezza, Prato della Corte e Val d’Arano. Anche il piano pluriennale di sviluppo socio economico della Comunità Montana Sirentina zona “C” del 2000 ipotizzava la predisposizione di un’unica stazione invernale delle Rocche.
Sembra che a febbraio del 2016 si sia giunti alla realizzazione concreta di questo ampliamento.

Ci chiediamo come mai, nonostante lo studio teorizzasse altri interventi e ipotesi di sviluppo che potrebbero costituire una valida offerta integrativa rispetto a quella rappresentata dagli impianti (ad esempio la carenza di attrezzature dedicate ad altre attività quali il ciclismo, mountain bike, equitazione e turismo a cavallo, ecc.) ci si concentri sempre sulla cementificazione. Sempre lo studio della Sapienza evidenziava la carenza nella comunicazione dei caratteri peculiari dei paesaggi dell’altipiano e della vallata, delle tradizioni culturali e gastronomiche. E’ possibile che pensando ad una disponibilità di 12 milioni di Euro non si voglia investire in servizi orientati alla conoscenza e alla fruizione delle risorse naturali e delle attività di promozione?

 

Rivolgiamo un appello agli Amministratori di Lucoli affinché si concentrino, nel momento delle scelte,  sulla resilienza del territorio proteggendo il suo sistema ambientale ed il fondamentale equilibrio tra le attività turistico-produttive (delle quali beneficiano maggiormente gli altri Comuni dell’Area) e l’ambiente.
Se lo studio della Sapienza, ampiamente finanziato dal Comune di Lucoli, costituisce una base programmatica teorica sulla quale si fonda l’ampliamento del bacino sciistico ed i progetti di sviluppo locale, ci permettiamo di criticarlo.
A fronte di grandi investimenti per gli altri Comuni dell’Area Omogenea, per Lucoli furono previste le seguenti progettualità per lo sviluppo post terremoto:

1) Un campo di volo;
2) l’albergo diffuso (con le case da ricostruire…);
3) il collegamento stradale Altopiano – Vallata di Lucoli.

 

 

3 Marzo 2016 8 comments
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Territorio

SE IL PARCO REGIONALE DIVENISSE NAZIONALE? Una proposta di nuovi confini e non solo, dell’Associazione Appennino Ecosistema.

by Amministratore 25 Febbraio 2016

Verso il Parco Nazionale del Velino Sirente

 
Verso il Parco Nazionale del Velino Sirente: appello per trasformare il desueto Parco Regionale del Sirente -Velino in un grande Parco Nazionale con confini, zonazione e regime di protezione scientificamente fondati. La nuova Associazione “Appennino Ecosistema” mette a disposizione le proprie competenze scientifiche per ridisegnare caratteristiche, territorio e modalità di gestione della più grande area protetta a livello regionale.
 
L’Aquila, 25/05/2016. Mentre vi si svolgono i Campionati mondiali studenteschi di sci, portando al centro dell’attenzione mondiale gli stupendi paesaggi appenninici, nuove minacce incombono sui delicati e intatti ecosistemi di alta quota del massiccio del Velino. Recentemente, infatti, il Presidente della Regione Abruzzo ha annunciato la prossima realizzazione di nuovi impianti sciistici nel comprensorio della Magnola-Ovindoli, verso le creste dei Monti della Magnola confinanti con i Piani di Pezza, con il non celato obiettivo di giungere progressivamente a collegare quel comprensorio con quello di Campo Felice. La realizzazione di queste infrastrutture, di nessuna delle quali sono stati ancora valutati l’incidenza e l’impatto ambientale come prevede la legge, danneggerebbe irreparabilmente specie ed ecosistemi di alta montagna protetti a livello nazionale ed europeo. E’ ora di interrompere questo modo irrazionale di gestire il territorio basato su interventi episodici ed annunci propagandistici, per passare decisamente ad un approccio integrato e scientificamente basato, che consenta il tranquillo sviluppo delle attività turistiche e sportive nei luoghi opportuni, senza per questo determinare la perdita o il danneggiamento dei delicati ecosistemi delle nostre montagne.
Ci troviamo in una vasta area posta proprio al centro delle maggiori aree protette a livello nazionale ed europeo (i Parchi Nazionali del Gran Sasso, della Majella e d’Abruzzo), con le quali il massiccio del Velino-Sirente compone una formidabile rete ecologica, un vasto territorio di quasi 100.000 ettari protetto a livello nazionale dalla Riserva Naturale Orientata Monte Velino, a quello regionale dal Parco del Sirente-Velino (oltre che dalla Riserva Naturale Gole di San Venanzio) in Abruzzo e dalla Riserva Naturale Montagne della Duchessa nel Lazio, ed anche a livello di Unione Europea attraverso due grandi Zone di Protezione Speciale e ben sette Siti di Interesse Comunitario.
Nonostante ciò, il Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, istituito nell’ormai lontano 1989, non è mai entrato compiutamente nella necessaria operatività, comportando soltanto vincoli subiti passivamente dalla popolazione. Dopo quasi trent’anni, ancora non è stato approvato il Piano del Parco (nonostante sia stato redatto da decenni e sia anche stato successivamente aggiornato), che avrebbe potuto lanciare una gestione del territorio scientificamente fondata ed adeguata da un lato alle sue qualità ecologiche e dall’altro alle attività umane con queste compatibili. Di fronte all’incapacità di gestire un’area così importante e vasta da parte dell’Amministrazione Regionale, che ne ha più volte mutato i confini senza seguire alcun criterio scientifico e che ripropone di volta in volta riforme peggiorative e parziali, l’unica via per garantire la necessaria protezione agli ecosistemi ed alle specie del grande massiccio del Velino-Sirente appare quella di trasformarlo in un grande Parco Nazionale.
Il nuovo Parco Nazionale potrebbe comprendere il territorio di tutte le aree protette del massiccio, a livello regionale, nazionale ed europeo, in linea con quanto richiesto dalla Strategia Nazionale sulla Biodiversità e dalla Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, per un totale di circa 100.000 ettari.
L’istituzione del Parco Nazionale del Velino-Sirente, oltre a garantire la conservazione del suo immenso patrimonio di biodiversità, consentirebbe di procedere alla gestione razionale del territorio, attraverso un’attenta zonazione che sottoponga alla massima tutela le aree A e B ove sono presenti ecosistemi e specie di elevatissimo valore e liberalizzi gli usi tradizionali e turistici (incluse le attività sciistiche) nelle aree C di “pre-Parco” ove gli ecosistemi sono meno sensibili e di minore valore.
Appennino Ecosistema rivolge quindi un appello a tutte le Associazioni ecologiste e a tutte le forze politiche rappresentate nel Consiglio Regionale Abruzzese affinché si facciano promotrici di una proposta compiuta in questo senso da sottoporre al Ministero dell’Ambiente, ed alle Amministrazioni Comunali di Lucoli ed Ocre perché la sostengano, in modo da includere le porzioni più integre del territorio di loro competenza nel futuro Parco Nazionale.
Appennino Ecosistema mette fin d’ora a disposizione le competenze dei 22 ecologi, geologi, giuristi e conservazionisti che compongono il proprio Consiglio scientifico, per ridisegnare caratteristiche, territorio e modalità di gestione della più grande area protetta a livello regionale.
http://appenninoecosistema.org/notizie/

UN ARTICOLO PER RIFLETTERE: “I parchi del futuro” secondo CIPRA Italia (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi).                   

nationalpark

In questi mesi nel nostro paese si susseguono le proposte di istituzione di nuovi parchi naturali, in Appennino come sulle Alpi e lungo le coste marine. Si tratta di un segnale culturale importante, che va raccolto e al quale vanno offerte risposte, anche istituzionali.

Anche lo scontro con altre categorie sociali è comunque forte, uno scontro che vede su posizioni opposte cacciatori e agricoltori, timorosi della imposizione di altri vincoli o ancora settori immaturi verso le attenzioni dovute all’ambiente e al paesaggio. CIPRA Italia propone una riflessione sul futuro delle aree protette portando forte attenzione alle possibili azioni che permettano una reale connessione, anche operativa, fra le tante azioni che i territori vanno sviluppando: tutto questo dovrebbe avvenire nel rispetto delle linee guida che ci sono proposte dal protocollo delle aree protette e del paesaggio della Convenzione delle Alpi recuperando verso le aree protette i contenuti strategici offertici dalla Carta Europea del Turismo sostenibile.

Va anche detto che oggi i parchi, specialmente regionali, sono portati all’asfissia operativa causa restrizioni economiche sempre più pesanti. In troppe realtà non si riesce a garantirne la gestione operativa, le azioni di conservazione, le occasioni di sviluppo.

Vanno poste alcune riflessioni anche sui diversi disegni di legge che intendono modificare l’attuale legge quadro nazionale, la 394/1991. Troppi indirizzi intendono affidare ai parchi nazionali obiettivi che riguardano più lo sviluppo economico dei territori interessati che attenersi ai valori propri di un’area protetta. Noi siamo convinti che mentre si incentiva il valore della biodiversità non vi è dubbio alcuno che si costruisca anche sviluppo economico oltre a progresso culturale e scientifico. Non va poi sottaciuto quanto sta avvenendo, in modo drammatico, attorno al Parco Nazionale dello Stelvio. Mentre ricorre la celebrazione dei suoi 80 anni dalla istituzione (24 aprile 1935) la Commissione dei 12 ed il Governo, sostenuti dall’azione diretta delle province autonome di Bolzano, Trento e dalla Regione Lombardia, hanno di fatto smembrato il parco nazionale in tre minime realtà regionali. Il più grande parco delle Alpi è stato così destrutturato nel più assoluto silenzio – assenso della politica nazionale e locale.
In questo contesto contraddittorio CIPRA Italia si chiede quale futuro possano avere le proposte di istituzione di nuovi parchi nazionali o regionali, come sta avvenendo attorno al Monviso, al Centro Cadore o al Cansiglio. Per fare questo deve esservi la consapevolezza che si dovrebbe riuscire a rispondere ad alcune domande sempre più presenti nel dibattito sociale leggendo le aree protette non come valore ideologico assoluto, ma come territori che hanno saputo e possono legare il dovere della conservazione a quello delle riposte economiche rivolte alle popolazioni che nei parchi vivono.
E’ utile chiedersi e rispondere se ad oggi le norme rigide e il controllo severo abbiano funzionato sul piano dei risultati della conservazione del territorio. In molte realtà questi vincoli non hanno funzionato perché in un paese come quello italiano le deroghe rivolte alla speculazione, anche dentro i parchi, trovano sempre deroghe devastanti. In altre situazioni l’assoluta rigidità vincolistica, non recependo le trasformazioni naturalistiche in atto, hanno portato anche a perdite di biodiversità. Un po’ ovunque, va detto con coraggio, dove non si è attuata una zonizzazione partecipata, il parco ha portato le popolazioni locali a deresponsabilizzazione totale verso il dovere della conservazione del territorio, del paesaggio, delle culture locali.
E’ quindi anche utile e necessario interrogarsi sul valore reale della istituzione di nuovi enti, se siano necessari per tutelare ambienti pregiati, quale risposta offrire alle tante aree SIC e ZPS diffuse sulle nostre montagne, le risposte da coordinare rivolte ai comitati, alle associazioni, alle istituzioni che hanno individuato sul territorio parchi locali, parchi fluviali, parchi agricoli, geoparchi, biotopi che poi vengono abbandonati, non gestiti, che si ritrovano ad essere isole chiuse destinate ad un veloce degrado o a subire modifiche che le snaturano o le impoveriscono del bene che andava tutelato. Siamo in presenza di un ambientalismo che deve reinventare la sua scatola degli attrezzi anche per rispondere in modo concreto ai troppi territori che vengono abbandonati o destinati ad allevamenti intensivi tipici delle grandi pianure. Fornire risposte a questi interrogativi significa investire in energie culturali e di lavoro giovani, in nicchie ancora poco esplorate, in ricerca e cultura.

L’esempio del Trentino forse ci può aiutare. In Provincia è stata istituita una rete delle riserve. Si tratta di un investimento culturale, partecipato, che ha messo attorno ad uno stesso tavolo comuni, parchi, agricoltori, cacciatori, ambientalisti, operatori sociali ed economici.

Questi, guidati dalla Provincia, hanno saputo varare dei piani di gestione del territorio che prevede attenzioni, azioni di recupero, di investimento nella biodiversità unendo fra loro, in veri e proprio corridoi ecologici e paesaggistici, parchi fluviali con geoparchi, parchi locali con parchi agricoli, aree SIC e ZPS con singoli biotopi. Accordi volontari, a tempo determinati, vincolati da un piano di gestione che promuove lavoro e nuove occupazioni. La condivisione dei progetti è stata il motore reale di questi progetti. Ad oggi le reti di riserve istituite sono 8, altre sette sono in cantiere. Dalla Marmolada all’Adamello si sarà così costruito un ponte ecologico fino ad ieri impensabile, capace di legare i fondovalle alle vette più impervie.
Questo impegno oggi permette al mondo agricolo, agli stessi cacciatori, agli operatori turistici maggiore consapevolezza del valore del loro territorio e li porta ad un investimento di responsabilità diretta nella gestione di questo bene. Sarà un investimento che sarà allargato, man mano che maturerà, a tutta l’area di Dolomiti UNESCO e probabilmente anche nelle regioni limitrofe, dalla Lombardia al Veneto. Con questo innovativo strumento la conservazione da passaggio passivo si tramuta in azione, quindi in occasione di lavoro per più operatori del territorio, in formazione, in superamento di conflitti, in nuova pianificazione paesaggistica e urbanistica.

Con il documento proposto CIPRA Italia rinnova l’importanza strategica che le aree a parco, sia queste nazionali o regionali, rivestono nella politica della conservazione della natura e del paesaggio nel nostro paese. E si chiedono, da parte delle istituzioni, passi concreti:

  • Il rifinanziamento diretto delle aree per permetterne l’azione specifica diretta alla conservazione dei beni comuni;
  • il recupero reale e l’attuazione dei contenuti del protocollo della Convenzione delle Alpi “Protezione della natura e del paesaggio” specialmente nei passaggi che invitano alla definizione certa di connessioni fra aree meritevoli di pregio e di attenzioni conservazionistiche.
  • l’investimento in accordi transfrontalieri tesi alla istituzione di parchi europei (Alpi marittime Mercantour, oppure Stelvio Engadina con il parco PEACE).
  • l’esempio della provincia di Trento sulle reti di riserve può essere diffuso in tutto il paese;
  • Riprendere e rivedere le zonizzazioni in modo tale da permettere di raccogliere anche le legittime esigenze di chi nei parchi vive: rete dei servizi, possibilità di lavoro, sviluppo di sinergie fra i diversi settori economici.
  • Implementare in tutte le aree protette le certificazioni di profilo internazionale investendo anche nella Carta Europea del Turismo Sostenibile e il potenziamento delle filiere economiche e conservazionistiche;
  • I Piani di Sviluppo Rurale (PSR) dovrebbero incentivare in modo prioritario chi lavora i territori dei parchi e dell’insieme delle reti delle riserve. Le aree protette sono luoghi di sperimentazione di buone pratiche e sono un investimento dell’intera umanità rivolto alla conservazione dei beni comuni per le future generazioni;
  • La pianificazione deve essere costruita con il protagonismo attivo delle istituzioni locali e dei portatori di interessi collettivi, nel rispetto del mondo scientifico e della ricerca naturalistica e ambientale e deve prevedere tempi certa nella attuazione;
  • Ogni percorso deve essere partecipato offrendo agli stakeholders possibilità anche di controllo nel percorso attuativo.

Oggi, conclude CIPRA nel suo documento, ci aspetta un passaggio culturale importante: avere la capacità di unire in un unico disegno di gestione le aree delle alte quote ai fondovalle, costruire sinergie operative fra i bisogni, i lavori, i servizi delle popolazioni di montagna con quelli delle pianure e delle aree metropolitane.
Un simile processo non può trovare successo attraverso politiche centralistiche e impositive, ma solo con la costruzione di apposite reti che riescano a fare sintesi di alto profilo fra le esigenze della conservazione dei beni naturali e quelli dello sviluppo economico delle popolazioni che vivono la montagna ed i suoi ospiti.
Il Consiglio Direttivo di CIPRA Italia
(rivisto da Luigi Casanova vicepresidente di CIPRA Italia)

 

25 Febbraio 2016 2 comments
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Territorio

Costituita all’Aquila la nuova Associazione ecologista “Appennino Ecosistema”: pilastri delle future attività la protezione degli ecosistemi montani su basi scientifiche e legalitarie.

by Amministratore 22 Febbraio 2016
E’ stata costituita a L’Aquila da circa 150 soci fondatori provenienti soprattutto dalla zona dell’Aquilano la nuova Associazione ecologista “Appennino Ecosistema”. Si tratta della prima entità associativa che si propone come scopo fondamentale quello di proteggere ecosistemi e specie montane con base all’Aquila. I pilastri delle attività di Appennino Ecosistema saranno la base rigorosamente scientifica e la pretesa del rispetto e dell’attuazione di tutte le normative in campo ambientale, a livello internazionale, europeo, nazionale e regionale. Scopo fondamentale di Appennino Ecosistema sarà infatti la protezione degli ecosistemi e delle specie montane, con priorità assoluta rispetto alle attività umane nelle aree protette, utilizzando le migliori conoscenze scientifiche nel campo della ricerca ecologica. Tre gli scopi primari dell’Associazione:
1) ribaltare l’attuale modello di gestione del territorio basato sul concetto di “riserve” protette in un territorio ampio e mal gestito, per affermare un nuovo modello di gestione razionale e integrata di tutto il territorio, applicando le migliori conoscenze scientifiche nel campo della ricerca ecologica, le conoscenze di base sulla biodiversità, nonché le misure previste dalla Strategia Nazionale sulla Biodiversità e dalla Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (adottate ufficialmente dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, e quindi vincolanti per tutti gli organi dello Stato a partire dal 2010 e dal 2014);
2) lanciare un grande piano di ripristino ambientale e risanamento di tutto il territorio, per aumentarne resistenza e resilienza (anche in termini di politiche di adattamento all’impatto dei cambiamenti climatici);
3) promuovere l’applicazione di un nuovo modello di gestione del territorio partendo dall’area Appenninica, una delle “eco-regioni” con le più alte concentrazioni di valori ecologici, di biodiversità, di ecosistemi ancora in parte integri ma, allo stesso tempo, fortemente minacciata da devastanti progetti infrastrutturali. Tra le prime iniziative che saranno lanciate nei prossimi giorni, nuove proposte sulla  gestione delle risorse ecologiche del Gran Sasso e del Velino-Sirente. Per raggiungere i propri scopi, Appennino Ecosistema può contare sul solido supporto di un Consiglio scientifico di alto profilo, composto da 22 esperti nel campo dell’ecologia, della botanica, della zoologia, della geologia, delle scienze forestali e di quelle giuridiche.
Scopi primari dell’Associazione
leafRibaltare l’attuale modello di gestione del territorio basato sul concetto di “riserve” protette in un territorio ampio e mal gestito, per affermare un nuovo modello di gestione razionale e integrata di tutto il territorio. Estendere quindi il modello di gestione delle aree protette (a livello europeo, nazionale e regionale), a tutto il territorio nazionale, applicando le migliori conoscenze scientifiche nel campo della ricerca ecologica, le conoscenze di base sulla biodiversità, le misure previste dalla “Strategia Nazionale sulla Biodiversità” (adottata ufficialmente dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, il 7 ottobre 2010, nonché quelle contenute nella “Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici” (adottata ufficialmente dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, il 30 ottobre 2014, http://www.minambiente.it/pagina/adattamento-ai-cambiamenti-climatici-0). Occorre procedere al riassetto completo del territorio, con priorità al ripristino di condizioni ambientali di equilibrio, riorganizzando la destinazione d’uso del territorio, utilizzando la rete delle aree protette attuali come sistema intorno al quale far crescere l’estensione del territorio gestito con criteri razionali.
leafLanciare un grande piano di ripristino ambientale e risanamento di tutto il territorio, per aumentarne resistenza e resilienza (anche in termini di politiche di adattamento all’impatto dei cambiamenti climatici). L’adattamento al cambiamento climatico dei nostri ecosistemi può essere ottenuto soltanto migliorando e mantenendo lo stato di salute e di vitalità dei sistemi naturali. Solo sistemi naturali in condizioni di salute e vitalità possono aiutare i processi di adattamento ai mutamenti climatici e costituire la base fondamentale per il “ben-essere” dei sistemi umani. Dove i sistemi naturali sono degradati e vulnerabili, si abbassano significativamente le capacità di reazione anche da parte dei nostri sistemi sociali. Ciò significa soprattutto, prima di impostare qualsiasi approccio tecnologico-infrastrutturale come reazione all’adattamento, favorire la tutela e corretta gestione del nostro patrimonio naturale, “ricollegandolo” ad operazioni di ripristino ecologico, realizzare un sistema di reti ecologiche che possano favorire le capacità di resistenza e resilienza dei sistemi naturali. È necessaria una sola “grande opera pubblica”: il risanamento di tutto il territorio. Un’opera simile lo renderebbe meno vulnerabile ai mutamenti climatici e rafforzerebbe le nostre capacità di resistenza ad essi.
leafPromuovere l’applicazione di un nuovo modello di gestione del territorio partendo dall’area Appenninica, una delle “eco-regioni” con le più alte concentrazioni di valori ecologici, di biodiversità, di ecosistemi ancora in parte integri ma, allo stesso tempo, fortemente minacciata da devastanti progetti infrastrutturali, terremoti, frane e altri dissesti idrogeologici.

CONSIGLIO SCIENTIFICO
Nome 
Titolo 
Paese 
CV
Acosta Alicia
ecologa
Italia
CV link
Agostini Silvano
geologo
Italia
CV link
Boero Ferdinando
ecologo
Italia
CV link
Bologna Marco
zoologo
Italia
CV link
Bulgarini Fabrizio
naturalista
Italia
CV link
Canullo Roberto
ecologo
Italia
CV link
Conti Fabio
botanico
Italia
CV link
Di Plinio Giampiero
giurista
Italia
CV link
Ferri Vincenzo
zoologo
Italia
CV link
Graziani Carlo Alberto
giurista
Italia
CV link
Krause Kinga
ecologa
Polonia
CV link
Matteucci Giorgio
naturalista
Italia
CV link
Nimis Pierluigi
ecologo
Italia
CV link
Pedrotti Franco
botanico
Italia
CV link
Pezzotta Marco
geologo
Italia
CV link
Pignatti Sandro
ecologo
Italia
CV link
Pugnetti Alessandra
ecologa
Italia
CV link
Stanisci Angela
ecologa
Italia
CV link
Tassi Franco
conservazionista
Italia
CV link
Theurillat Jean-Paul
ecologo
Svizzera
CV link

NoiXLucoli Onlus ha aderito alla nuova Associazione nel rispetto del seguente articolo del suo statuto:
 http://www.rete8.it/cronaca/231associazione-ecologista-appennino-ecosistema75472/
http://appenninoecosistema.org/ngg_tag/majella/nggallery/slideshow
22 Febbraio 2016 0 comment
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Territorio

Human behaviour can trigger large carnivore attacks in developed countries. In Lucoli there are wolves but there were no problems with humans

by Amministratore 18 Febbraio 2016
Molise a wolf cub hit by a car saved by the State Forestry Corps
The media and scientific literature are increasingly reporting an escalation of large carnivore attacks on humans in North America and Europe. Although rare compared to human fatalities by other wildlife, the media often overplay large carnivore attacks on humans, causing increased fear and negative attitudes towards coexisting with and conserving these species. Although large carnivore populations are generally increasing in developed countries, increased numbers are not solely responsible for the observed rise in the number of attacks by large carnivores. Here we show that an increasing number of people are involved in outdoor activities and, when doing so, some people engage in risk-enhancing behaviour that can increase the probability of a risky encounter and a potential attack. About half of the well-documented reported attacks have involved risk-enhancing human behaviours, the most common of which is leaving children unattended. Our study provides unique insight into the causes, and as a result the prevention, of large carnivore attacks on people. Prevention and information that can encourage appropriate human behaviour when sharing the landscape with large carnivores are of paramount importance to reduce both potentially fatal human-carnivore encounters and their consequences to large carnivores.
During the last few decades, large carnivore attacks on humans in developed countries have increased over time. This is expected to increase people’s apprehension and reduce their willingness to share the landscape with large carnivores. Unfortunately, such rare events are usually overplayed by the media. Indeed, media coverage of such attacks generally includes sensational texts and dreadful pictures, appealing more to the public’s emotions than their logic. Denominator neglect is a well-studied phenomenon leading humans to overestimate the risk of rare events that evoke strong emotions. Overestimating the risk of large carnivore attacks on humans irrationally enhances human fear and triggers a vicious cycle that may affect the increasingly positive conservation status of many of these contentious species. With an increasing number of large carnivore attacks on humans there is, now more than ever, a need for objective and accurate information regarding not only the long-term trend and underlying mechanisms of large carnivore attacks on humans, but also potentially risky situations and risk-enhancing human behaviours. Surprisingly, the few available studies focus on attacks by single carnivore species and thus they do not provide a comprehensive perspective concerning the pervasiveness and socio-ecological correlates of this phenomenon in developed countries.
Our main hypothesis is that lack of knowledge of people about how to avoid risky encounters with large carnivores engenders risk-enhancing behaviours, which can determine an increase in the number of attacks if more humans are sharing landscape with large carnivores. Three main predictions arise from this hypothesis: (1) an increased number of people are engaging in outdoor leisure activities in areas inhabited by large carnivores; (2) many people are not prepared to safely enjoy outdoor activities or they behave inappropriately in the countryside; and (3) large carnivore attacks are influenced by the interaction between several human- and animal-related factors.
Although large carnivore attacks on humans are influenced by the interaction between multiple human- and animal-related factors, adapting our own behaviours when coexisting with large carnivores has the potential to reduce the number of attacks to about half of today’s level. The examples provided by the numerous cases of children injured/killed while left unattended by their parents, attacks on people jogging/walking alone at twilight and during hunting, should make us reflect on our responsibilities, the possibility of decreasing the number of these tragic events and changing the observed trends. Understanding the circumstances associated with large carnivore attacks should help us to reduce them and thereby minimize the role that fear and supposition may play in large carnivore management and conservation.
We did not include the wolf in Europe, because predatory attacks on people have been extremely rare during the last six decades, with the last recorded predatory attack occurring in 1974 in Spain.


How to cite this article: Penteriani, V. et al. Human behaviour can trigger large carnivore attacks in developed countries. Sci. Rep. 6, 20552; doi: 10.1038/srep20552 (2016).

Vincenzo Penteriani1, 2
María del Mar Delgado2, 3
Francesco Pinchera4
Javier Naves1
Alberto Fernández-Gil1
Ilpo Kojola5
Sauli Härkönen6
Harri Norberg6
Jens Frank7
José María Fedriani1, 8
Veronica Sahlén9, 10
Ole-Gunnar Støen9
Jon E. Swenson9, 10
Petter Wabakken11
Mario Pellegrini4
Stephen Herrero12
José Vicente López-Bao
http://www.nature.com/articles/srep20552?WT.ec_id=SREP-20160209&spMailingID=50656345&spUserID=ODQyNzU5ODE0NQS2&spJobID=861104215&spReportId=ODYxMTA0MjE1S0
http://www.lastampa.it/2015/10/03/societa/lazampa/animali/il-corpo-forestale-salva-un-cucciolo-di-lupo-investito-nel-molisano-MEaKGxvuWWgnpomBx3SoaJ/pagina.html
18 Febbraio 2016 0 comment
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Territorio

CAMPIONATI MONDIALI STUDENTESCHI DI SCI A CAMPO FELICE CON ANNULLO FILATELICO

by Amministratore 5 Febbraio 2016
Campo Felice – Foto Roberto Soldati

Mondiali di sci con annullo filatelico

04 febbraio 2016

I Campionati mondiali studenteschi di sci entreranno anche nella storia di Poste Italiane. In occasione della cerimonia di apertura della manifestazione, che si terrà all’Aquila, il 23 febbraio, in piazza Duomo, Poste Italiane ha concesso uno speciale annullo filatelico. Gli appassionati potranno ottenere il timbro speciale sulle cartoline dalle 15 alle 20 recandosi nella postazione di Poste Italiane che sarà allestita in piazza Duomo all’Aquila. I Campionati , si disputeranno sulle nevi di Campo Felice, Ovindoli-Monte Magnola e nel Centro Fondo Cento Monti di Lucoli, dal 23 al 27 febbraio. Per avere maggiori informazioni sui Campionati è possibile accedere al sito ufficiale ISF all’indirizzo www.isfsport.org,

al sito web attivato per l’evento: www.isfski2016.org.

«Prevediamo l’arrivo di circa mille persone fra atleti e accompagnatori», ha spiegato il coordinatore del comitato organizzatore, Antonello Passacantando.

AL 23 AL 27 FEBBRAIO

Mondiali studenteschi di sci sulle 

nevi di Campo Felice

I Campionati mondiali Studenteschi di sci saranno disputati dal 23 al 27 febbraio 2016 sulle nevi di Campo Felice, Ovindoli-Monte Magnola per lo sci alpino e, al centro Fondo Centomonti di Lucoli, per lo sci nordico. La manifestazione internazionale è organizzata ogni due anni dall’International Sport Federation (Isf) e dal Miur. Partner Regione e Comune dell’Aquila. Coinvolti i Comuni di Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Lucoli e Ovindoli. Sono 18 le nazioni partecipanti. Il 23 febbraio alle 17 cerimonia di apertura con l’accensione del Tripode all’Aquila in piazza Duomo. Chiusura a Rocca di Mezzo. 

Sarà l’edizione più Sud d’Europa e vedrà la partecipazione di circa 500 atleti, nati fra il 1998 e 2002, ossia alunni delle scuole secondarie di primo grado (categoria C1) e delle scuole secondarie di secondo grado (categoria C2). Al suo esordio nel mondiale laCina; primato per il Cile invece, quale Nazione più lontana. 
Gli Atleti si daranno battaglia nelle specialità di sci alpino (Slalom speciale e Slalom gigante) e sci nordico individuale su un anello di 5 chilometri, per le categorie medie e superiori femminile e maschile e 6-8 chilometri per la categoria 2 maschile. La staffetta sarà riservata soltanto alla categoria 2. I Campionati studenteschi si svolgono ogni due anni ed assegnano i titoli di campioni del mondo di sci alle migliori squadre in assoluto nelle diverse discipline e categorie. L’evento mondiale si è svolto già quattro volte in Italia: nel 1977 e 1983 a Cortina, nel ’95 a Tarvisio, nel 2010 in Trentino e nel 2012 in Valle D’Aosta che passa il Testimone all’Abruzzo.


Auguriamo agli Amministratori ed agli operatori di servizi di Lucoli un buon lavoro per la realizzazione di questo evento che richiederà attenzione e professionalità nella gestione delle presenze sul territorio anche al fine di costruire una immagine positiva della ricettività locale.

5 Febbraio 2016 0 comment
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Territorio

COLTIVARE LE ECONOMIE MONTANE: IL TARTUFO

by Amministratore 5 Febbraio 2016

Riflettere sulle possibilità di rivitalizzazione economica e sociale del territorio di Lucoli all’indomani di un terremoto rovinoso come quello abruzzese del 2009 non sembra una operazione facile: pur esistendo una fortissima domanda di futuro, sembrano venute meno prospettive realistiche, fiducia nelle Istituzioni e consapevolezza delle possibilità di questo bellissimo territorio montano. Ci ha provato il gruppo di ricerca universitario della Sapienza che certo non si è potuto sostituire alle Istituzioni, ma ha analizzato, suggerito ipotesi, mettendo a disposizione conoscenze e punti di vista, delineando limiti da rispettare e opportunità da cogliere. Nello studio riguardante l’area 9 del cratere si delineavano  politiche di intervento mirate al contesto locale, azioni auspicate per avviare nuovi cicli evolutivi e immaginare un futuro, tra queste c’era anche lo sviluppo della raccolta del tartufo. Le varie ipotesi sono contenute in una pubblicazione dal titolo: “La montagna resiliente sicurezza, coesione e vitalità nella ricostruzione dei territori abruzzesi”.

A settembre 2015 in Abruzzo sono state approvate importanti modifiche alla legge che regola e disciplina il settore dei tartufi. Insieme ad una nuova normativa per la raccolta del tartufo è anche nato il logo “Tartufo d’Abruzzo”. Gli interventi normativi sono stati il frutto di un’attenta analisi delle problematiche messe in evidenza dalle associazioni di categoria e hanno apportato modifiche necessarie ed urgenti in rapporto al quadro evolutivo del settore tartufo della Regione Abruzzo. Le modifiche apportate da un lato, tutelano e preservano il patrimonio tartufigeno della Regione e, dall’altro, valorizzano la produzione locale sui mercati nazionali ed europei. Tra le novità più significative, c’è l’istituzione del logo distintivo ‘Tartufo d’Abruzzo’, l’estensione dell’orario di vendita del tartufo fresco e ancora più rilevanti gli interventi sul calendario per la raccolta, che si è voluto rendere maggiormente compatibile con il processo naturale del tartufo cosi da valorizzarne le proprietà organolettiche.
Il provvedimento si proponeva anche di proteggere i tartufi abruzzesi che spesso sono “spacciati” per prodotti dell’Umbria o del Piemonte e venduti in altri angoli del mondo.
C’è un interessante recente studio dell’Arssa che cataloga e descrive ciascuna zona abruzzese, ciascun ambito in ragione dell’associazione fungo-bosco fungo-essenza, alla fine di questo testo vi proponiamo il link per consultarlo.
La pubblicazione rappresenta un sussidio che mette insieme elementi conoscitivi che spaziano dalle nozioni di micologia, alla descrizione delle specie, alle caratteristiche forestali.
Il testo è completato da una raccolta di norme legislative e regolamentari per finire con gli adempimenti per i raccoglitori nonché le indicazione utili per esercitare tale attività in coerenza con le disposizioni normative in vigore.
La raccolta del tartufo è una nuova occasione per la montagna, insieme alla disponibilità di tipicità e di specialità, per sviluppare opportunità di lavoro e creazione di valore aggiunto a vantaggio delle comunità locali. Raccogliere il tartufo, per professione a tempo pieno o part time, in alternativa per
hobby, all’atto pratico può rivelarsi molto remunerativo, il costo del tartufo nero pregiato si aggirava sui 128,00€ l’etto nel 2015.

Con le caratteristiche che la legge consente ai raccoglitori, di poter vendere i tartufi senza emettere alcuna fattura al grossista. Alcune quotazioni di tartufi, una per tutte, la qualità più pregiata di tartufo bianco, può avere un prezzo di alcune migliaia di euro al chilo.
Una ricerca del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di L’Aquila ha analizzato la figura del tartufaio Abruzzese (ridale al 2009) mettendo a disposizione alcuni dati numerici relativi alla sua diffusione, ve ne riportiamo la sintesi e qualche dato su Lucoli. L’analisi è stata condotta, dal punto di vista demografico e sociologico. L’indagine è stata condotta nel contesto della Regione Abruzzo (Italia centrale) ed i dati presi in esame sono riferiti al 2008, a venti anni dall’entrata in vigore della LR 22/1988. Dalla indagine è emerso che l’attività di raccolta interessa lo 0,44% della popolazione abruzzese con 5.420 “tartufai”, dei quali 122 donne, muniti di permesso di raccolta valido. La maggior parte dei raccoglitori (70%) si colloca nelle fasce di età tra 41 a sopra 60anni, con pochissimi minorenni. Sono ancora in attività 73 raccoglitori che operano con i permessi della legge 568/1970, mentre il 51% degli attuali tesserini è stato rilasciato nel solo triennio 2001-2003. La presenza dei tartufai è stata esaminata anche a livello provinciale che comunale. Da ciò emerge che la provincia con maggiori permessi è quella dell’Aquila con oltre il 48%, mentre il 51% dei tartufai si concentra in 25 dei 305 comuni della Regione, che ad eccezione di Pescara, si trovano all’interno delle maggiori aree tartuficole. Esaminando la distribuzione per età dei tartufai dei comuni a più alta numerosità si evidenza che nell’area metropolitana Pescara-Chieti, la maggior parte dei tartufai ha un’età superiore a 60 anni. Da ultimo furono esaminate le forme associative che in Regione sono poche e che aggregano circa il 9% dei raccoglitori.



Nel 2008 risultavano iscritti 20 tartufai a Lucoli
Con decreto L.R. n° 66/2012 recante “Norme in materia di raccolta, commercializzazione, tutela e valorizzazione dei tartufi in Abruzzo”, è stata riconosciuta l’iscrizione all’elenco Regionale delle Associazioni Tartuficole dell’Associazione Tartufai di Lucoli. Questa potrebbe essere una opportunità per i giovani del territorio. 

Per saperne di più:
https://www.iltartufo.com/
http://www.planum.net/journals-books/la-montagna-resiliente_caravaggi
http://www.ansa.it/abruzzo/notizie/gusta/2015/09/28/nasce-il-logo-tartufo-dabruzzo_7532c9cc-bd12-424e-af23-7625409e2754.html
http://www.tartufoetartufi.com/it/news/14-news-4
http://umi.unibo.it/magnatum/13%20Indagine%20sulla%20figura%20del%20tartufaio%20in%20Abruzzo.pdf

5 Febbraio 2016 0 comment
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Territorio

IL 2016 E’ L’ANNO ONU DEI LEGUMI. L’ABRUZZO HA UNA IMPORTANTE NICCHIA DI RIFERIMENTO

by Amministratore 28 Gennaio 2016

L’ONU ha deciso che il 2016, per tutto il mondo, sarà l’anno internazionale dei legumi. Un prodotto della terra, questo, che ha molte potenzialità e che non tutti conosciamo veramente. Per esempio, quanti di noi pensano che tutti i fagioli siano in genere dei legumi? E invece non è vero, non lo sono. I legumi sono: lenticchie, ceci e fagioli grossi (della specie Phaseolus Vulgaris). Non rientrano nella categoria, invece, fagioli freschi e piselli nè i famosi semi di soia che tanto vanno di moda. Imparato questo, ora vediamo perchè val la pena di dedicare un anno intero ai legumi. Primo, per la loro importanza storica: ci nutrono da 10.000 anni! Poi per la ricchezza del loro nutrimento. Possono sostituire benissimo la carne, ci danno energia e non fanno ingrassare anzi… combattono colesterolo e diabete! Fanno anche bene contro i disturbi coronarici e combattono il rischio di cancro. Non hanno glutine, sono ricchi di fibre e di aminoacidi. Contengono sostanze come calcio, magnesio, potassio e zinco e vengono usati anche nelle terapie di integrazione del ferro. I Paesi principali produttori, nel mondo, sono India, Nigeria, Cina e Canada. Il 75% del cibo nei Paesi più poveri viene dai legumi e le ricette non mancano.
In Abruzzo aumenta, anzi raddoppia ad oggi, la produzione di ceci, pressocché stabile quella delle lenticchie e si mantiene anche la produzione dei fagioli. E’ un boom di leguminose ad inaugurare l’anno proclamato dall’Onu “anno internazionale dei legumi”, la cui coltivazione spesso concentrata nelle zone interne con benefici effetti sulla salute del consumatore in quanto questi preziosi alimenti contribuiscono ad abbassare i livelli di colesterolo e, uniti ai cereali, forniscono all’organismo delle proteine complete.
L’Italia risulta però particolarmente dipendente dall’estero per i legumi secchi, avendo importato nel 2014 302 milioni di chilogrammi di legumi secchi, principalmente da Russia (68 milioni di kg), Canada (58 milioni di kg) e Cina (41 milioni kg), a fronte di una esportazione pari a poco più di 16 milioni di chilogrammi e di una produzione che oscilla sui 130 milioni di chilogrammi. Importazioni che raggiungono il consumatore in forma anonima, non essendo previsto un sistema di etichettatura obbligatoria di questi prodotti.
L’Abruzzo ha una sua piccola ma importante nicchia di riferimento legati alla territorialità più specifica quali per esempio il cece di Navelli, la lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, il fagiolo tondino del Tavo. A conferma di questo nuovo “appeal” dei legumi, basta pensare che in Abruzzo negli ultimi cinque anni è pressoché raddoppiata la produzione di ceci, che sono passati da 8.675 a 16.600 quintali e da 464 a 941 per numero di ettari coltivati. È aumentata anche la produzione di fagiolo, che è passato da 4.686 quintali a 5.415 quintali prodotti (e da 187 ettari nel 2010 a 197 del 2015), mentre è rimasta invariata la produzione di lenticchie (tra cui si annovera la pregiata specialità di Santo Stefano di Sessanio), che sono pari a 160 quintali coltivati su una superficie di 20 ettari concentrati soprattutto nella provincia aquilana. Con l’aiuto del Professor Aurelio Manzi che ha scritto, tra gli altri libri, “Origine e Storia delle Piante Coltivate in Abruzzo” possiamo vedere per alcune specie a che periodo risalgono le prime tracce di coltivazione.
Nella Regione i primi ritrovamenti archeo-botanici che lasciano ipotizzare la produzione delle Lenticchie, ad esempio, vengono riferite a 5000-6000 anni fa all’insediamento neolitico di Catignano (Costantini, Stancanelli, 1994). Nel Medioevo la lenticchia, descritta come lente, veniva ampiamente coltivata nella regione anche nelle campagne della fascia collinare e costiera, come testimoniano i tanti statuti di comunità rurali redatti in quel periodo. In alcune aree in particolare nell’alto Sangro, la specie venne denominata micula, termine probabilmente derivato dalla voce latina mica che ha il significato di granello. Le aree meglio vocate alla produzione di questo legume erano quelle montane, nello specifico il comprensorio del Gran Sasso, alcune zone della Marsica e il Piano delle Cinquemiglia, in particolare il territorio di Roccapia. Oggi la coltivazione ha un carattere residuale, l’area in cui essa risulta ancora radicata è il settore meridionale del Gran Sasso, in particolare i territori di Santo Stefano di Sessanio, Barisciano, Calascio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio. Le lenticchie tradizionali di questo territorio sono minute e scure nel tegumento. A Santo Stefano la coltivazione della pianta si spinge a quote molto elevate fin quasi a 1600 m di altitudine, ove viene seminata in piccole vallecole precedentemente spietrate dette scasci. Le lenticchie coltivate ad alta quota non vengono attaccate dai parassiti dei semi. 
Foto Elisa del Moro
Parliamo anche della Cicerchia è un legume tradizionale ed il primo ritrovamento di semi si colloca in un intervallo temporaneo di 6300-4900 anni fa nell’insediamento neolitico di Catignano (Costantini, Stancanelli, 1994). Fino al secondo dopoguerra la cicerchia (Lathyrus sativus), conosciuta in Abruzzo con i nomi di chichirchie oppure ferchie, era una pianta altamente coltivata per il consumo umano. Le cicerchie venivano consumate essenzialmente allo stato secco, bollite in minestre e cucinate con la pasta, raramente venivano mangiati i semi freschi. In alcune aree dell’Abruzzo è ancora in uso la fracchiata, una particolare polenta di colore bianco-verde ottenuta con esclusiva farina di cicerchia, oppure mischiata con quella di frumento ed altri legumi in particolare fava e cece. E’ degna di nota la coltivazione che si effettua nel territorio di Castelvecchio Calvisio, nel Piano Buto, uno straordinario comprensorio caratterizzato dalla persistenza, fin dall’Alto Medioevo, dei caratteristici campi aperti. Si cita una grave patologia umana connessa all’uso ripetuto nell’alimentazione umana ed animale sia della cicerchia che di altre specie simili (genere Lathyrus) denominata “crurum impotenza”, oggi conosciuta con il nome di latirismo. Le implicazioni sulla salute pubblica furono oggetto di divulgazione nel regno napoletano e, nel 1855 furono emessi provvedimenti per limitare la coltivazione della “dolica”, ossia di L. cicera e L. clymenum.
Rispetto al Cece Cicer arietinum L. Finora non sono venute alla luce testimonianze archeo-botaniche relative ala sua coltivazione in Abruzzo, è da ritenere, per induzione, che la sua diffusione nella regione sia antica, probabilmente successiva a quella della lenticchia. La coltivazione del cece nel periodo medioevale e rinascimentale in Abruzzo doveva essere fortemente radicata come si evince da alcuni statuti comunali. Quartapelle (1801) riferisce che nel Teramano erano in uso tre varietà di ceci: bianchi, rossi e negri, questi ultimi ritenuti migliori per il sapore, quantunque nei decenni scorsi i ceci neri, almeno sulle pendici del Gran Sasso, venissero utilizzati per uso animale.
Origine e Storia delle Piante coltivate in Abruzzo – Aurelio Manzi
 Riportiamo l’Atlante dei prodotti tradizionali d’Abruzzo
Vini e liquori particolari: Mosto cotto, vino cotto, centerba, ratafia.
Carni e salumi: Annoia, arrosticini di pecora, capra alla neretese, guanciale amatriciano, micischia, mortadella di Campotosto, porchetta abruzzese, salame dell’Aquila, salsiccia di fegato, salsiccia di fegato con miele, salsiccia sottolio, salsicciotto frentano, soppressata abruzzese, tacchino alla canzanese, tacchino alla neretese, ventricina vastese, ventricina teramana.
Formaggi: Cacio di vacca bianca, caciocavallo abruzzese, caciofiore aquilano, caciotta vaccina frentana, caprino abruzzese, formaggi e ricotta di stazzo, giuncata e giuncatella abruzzese, formaggio pecorino canestrato di Castel del Monte, formaggio pecorino d’Abruzzo, formaggio pecorino di Atri, formaggio pecorino di Farindola, pecorino marcetto o cacio marcetto, ricotta stagionata di pecora e ricotta salata, scamorza abruzzese.
Olio extravergine d’oliva non ricompreso nelle dop: Olio agrumato, olio extravergine delle valli aquilane.
Ortaggi e frutta: Aglio rosso di Sulmona, carciofo vastese o di Cupello, carote dell’altipiano del Fucino, castagna roscetta della valle Roveto, marrone di valle Castellana, cece abruzzese, ciliegie di Raiano e Giuliano Teatino, patate degli altipiani d’Abruzzo, peperoncino secco piccante, peperoncino secco dolce, uva di Tollo e Ortona, olive intosso, mandorle di Navelli.
Conserve e confetture: conserve di pomodoro, cotognata e marmellata di melecotogne, marmellata d’uva o scrucchiata, scapece o conserva di pesce.
Legumi: fagioli a olio, fagioli a pane, lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, ceci di Navelli, cicerchie.
Pane: pagnotte da forno di Sant’Agata, pane cappelli, pane casereccio aquilano, pane con le patate.
Dolci e miele: parrozzo, pizzelle, sfogliatella di Lama, sise delle monache di Guardiagrele, torrone di Guardiagrele, torrone tenero al cioccolato aquilano, bocconotti di Castel Frentano, cicerchiata, confetto di Sulmona, fiadone, miele d’Abruzzo.
Altri prodotti particolari: farro, tartufo d’Abruzzo, zafferano dell’Aquila. mandorle di Navelli.
Tutti i diritti sono riservati.  “Mosaici d’Abruzzo” – “Progetto Pilota sul Paesaggio Rurale” – Misura 412 – attività 3 – Azione A – CIG 4.1.2.3.a.2 – GAL Gran Sasso Velino.
 http://www.cialaquila.it/agricoltoricustodi/prodotti.php
http://www.fondazioneslowfood.com/it/presidi-slow-food/cece-di-navelli/
http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/perche-2016-anno-internazionale-legumi
 
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