GLI ANTICHI POMARI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA DEL SISMA: I PRIMI FRUTTI.

by Amministratore

Come più volte scritto il progetto botanico connesso alla relizzazione del Giardino della Memoria del sisma del 2009 dedicato alle vittime del terremoto d’Abruzzo si poneva l’obiettivo fondamentale della CONSERVAZIONE non solo della memoria dei “giusti”, ma della tradizione fruttifera dell’Abruzzo.

Conservazione è un sostantivo al femminile e al femminile è stata per millenni l’opera di difendere e conservare l’albero da frutta, il cibo, la terra, la pace. Ora i ruoli sociali sono meno netti e donne e uomini capiscono, forse con ritardo, che è dovere di tutti conservare. Conservare ciò che esiste in tutte le sue forme perché la sopravvivenza e la naturale evoluzione di tutti noi si basa proprio su questa ricchezza: la grande e misteriosa eterogeneità della vita. Quali sono i frutti che chiamiamo “antichi”? Basta andare indietro di due generazioni e già si può parlare di antichità. Potrà sorprendere ma è così. I frutti antichi sono quelli che, nell’arco di questi ultimi 30-40 anni, hanno conosciuto un lento e, silenzioso abbandono per l’affermazione della frutticoltura moderna ovvero di quella cosiddetta industriale oltre che per l’abbandono delle campagne e delle attività agricole. I frutti antichi sono espressione di un valore che può racchiudersi in un concetto: quello di biodiversità, l’agrobiodiversità, intesa come il risultato del processo evolutivo che ha generato, attraverso la selezione dei contadini, la molteplicità di animali e vegetali addomesticati. Il tema dei frutti antichi è vasto, come abbiamo potuto apprendere nelle attività di approfondimento tecnico connesse alla realizzazione del progetto del Giardino della Memoria, complesso, anche perché non si ha un’idea precisa del numero delle tante varietà che ne fanno parte. In Abruzzo il patrimonio varietale di interesse agrario è decisamente ricco, grazie all’eterogeneità geologica e agroambientale; ciò nonostante sono molte le cultivar andate perdute a causa principalmente dell’agricoltura intensiva. I contadini e gli anziani sono ancora, ma non per molto, custodi di questo straordinario patrimonio genetico, frutto di selezioni millenarie. Nella loro memoria si conservano conoscenze che sono preziose. Il nostro progetto è stato concepito nel 2010 che è stato l’anno internazionale della biodiversità: e vuole anche rappresentare un piccolo contributo locale finalizzato all’aumento della sensibilità collettiva verso il tema della diversità delle forme viventi. La Mela Rosa, la Mela Jelata, la Mela Diecio, la Mela di Maggio, la Mela Peperona e la Mela Bianchina, che sono identificative non solo di diversi sapori ma anche di molteplici momenti di maturazione, sono state via via rimpiazzate dalle poche varietà oggigiorno presenti sui banchi del mercato. Il nome dei frutti antichi è spesso collegato all’epoca di maturazione (Fico d’Agosto) e alla località di provenienza (Pero Marchisciano), mentre altre volte il frutto riporta il nome del contadino (Pero Marcantonio) che lo ha trovato e coltivato. Plinio elencava 39 tipi di pero e parlava di Pere Picentine, Pere Alessandrine, Pere Pompeiane per evidenziarne la provenienza, nonché Pere Cucurbitine, per sottolinearne la pezzatura grossa o globosa. I frutti del passato sono elementi basilari delle agricolture tradizionali e in grado talvolta di sopravvivere grazie al ritrovamento della struttura poderale che li caratterizzava, quali piccoli campi irregolari separati da siepi e muretti a secco. Ogni frutto antico o locale non rispecchia solo i caratteri ambientali a cui è legato, ma risponde anche a precise tecniche agronomiche necessarie a ottimizzare le risorse disponibili, comprese quelle umane. Non si devono dimenticare i limiti che queste agricolture avevano costruite su risorse scarse o poco disponibili e, pertanto, con risposte produttive non sempre sufficienti. Da sole, però, hanno, nella maggioranza dei casi, sfamato intere comunità con un’alimentazione varia e soprattutto sana; la diversità frutticola ha rappresentato infatti una importante fonte alimentare, ricca anche sul piano nutrizionale. Il concetto di agrobiodiversità non è ancora entrato nel linguaggio comune, ma viene utilizzato soprattutto dagli addetti ai lavori. Secondo Büchs (2003) “l’agrobiodiversità è la ricchezza di varietà, razze, forme di vita e genotipi, nonché la presenza di diverse tipologie di habitat, di elementi strutturali (siepi, stagni, rocce, ecc.), di colture agrarie e modalità di gestione del paesaggio.” L’entità della perdita di biodiversità vegetale è accertata nei cereali, mentre è poco noto quanto la stessa abbia colpito l’arboricoltura (Bevilacqua, 2003): sono quasi scomparse dalla tavola e dalla coltura tante specie di cosiddetti frutti minori quali a esempio i gelsi neri, i corbezzoli, le carrube, i sorbi, gli azzeruoli, i cornioli e il fico, elemento quest’ultimo tipico della frutticoltura del Sud. Il cambiamento ha interessato principalmente specie a ciclo breve come pesco, susino e ciliegio, e ha influito meno su specie più longeve quali l’olivo. Per il pero, le statistiche ufficiali, almeno agli inizi degli anni Novanta del ‘900, elencavano circa 30 varietà, ma nei mercati oggi ne troviamo al massimo sei, che costituiscono circa l’80% di tutta la produzione. Esse hanno nomi curiosi, come Abate Fetel, William, Conference, Kaiser, Decana del Comizio e Passa Crassana, perché molte di loro non sono italiche. Per il melo, la situazione è ancora più drastica poiché l’80% dei frutti che mangiamo e coltiviamo sono riconducibili principalmente a tre sole varietà. Le antiche varietà e, in particolare, i grandi patriarchi da frutto (pensate al grande Gelso che vegeta davanti all’Abbazia di San Giovanni) che sono sopravvissuti e si sono adattati alle avversità dell’ambiente, mostrano caratteristiche che li rendono, in generale, più plastici; per questo motivo sarebbe più opportuno parlare non di frutti del passato bensì di un futuro in cui l’agricoltura dovrebbe essere necessariamente sostenibile e non potrà fare a meno di piante rustiche e a scarso apporto energetico. L’agricoltura è l’unica attività umana che utilizza energia pulita attraverso il processo della fotosintesi ed è per questo che l’agricoltura sostenibile può essere totalmente rinnovabile. Inoltre, l’agricoltura è produttrice di cultura perché sono cultura tutte quelle attività che ruotano intorno a ogni varietà tradizionale, quali le modalità di coltivazione, di raccolta, di conservazione e di impiego nella preparazione dei cibi. Chi consuma questi prodotti tradizionali, fortemente legati al territorio e al cosiddetto “chilometro zero”, dovrebbe tenere ben presente che, così facendo, contribuisce al mantenimento delle aziende agricole tradizionali, spesso ubicate in aree marginali, dove l’uomo ha un ruolo fondamentale nel presidio del territorio stesso.
I FRUTTI ANTICHI ED IL PAESAGGIO.
Il paesaggio agrario è un elemento tipico del territorio italiano e spesso sono proprio le coltivazioni che caratterizzano i luoghi e ne fanno percepire la storia. Le microunità collinari del paesaggio sono ancora abbastanza presenti, mentre in pianura ormai regna l’uniformità. Il Giardino della Memoria è stato impiantato in un bellissima collina, in cima alla quale domina l’Abbazia di San Giovanni Battista, circondata da aree boschive, siepi, prati e pascoli, era quindi il luogo ideale per porre le piante dai frutti dimenticati. La collina già da ora suscita suggestione e bellezza, come piccolo testimone di una vita rurale e religiosa che fu. In questo paesaggio che abbiamo voluto riproporre possiamo comprendere le relazioni naturalistiche, biologiche, agronomiche, sociologiche e paesaggistiche che concorrono a definire l’identità territoriale di Lucoli. Queste identità organizzative e spaziali sono definite dall’Unesco “paesaggi viventi”, dove si conserva ancora la cultura antica dell’uomo e delle sue attività. Piantare alberi ha in Italia radici millenarie: “semina alberi che torneranno utili alle prossime generazioni” scriveva Cecilio Stazio (Commedia, II sec. a.C.); nella cultura contadina il nonno faceva l’oliveto per i nipoti, il padre, invece, la vigna per i figli.
LE PIANTE ANTICHE CI STANNO FACENDO DONO DEI LORO FRUTTI.
E’ con gioia e con la soddisfazione di chi, con umiltà, ma seriamente, approccia anche tecnicamente un mestiere non proprio, che osserviamo le piante vegetare ed i frutti ingrossarsi. Un’altra soddisfazione ci viene dal coinvolgimento di qualche anziano di Lucoli che ci dispensa consigli ed aiuto….li ringraziamo di cuore.

Spunti tratti dalla pubblicazione: “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata” – Quaderno Natura e Biodiversità 2010 – ISPRA.

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