NOI X LUCOLI
  • Home
  • Chi siamo
  • Il Giardino della Memoria
    • Agricoltori custodi
    • I frutti antichi
    • Attività
    • Adozioni
  • territorio
    • Ambiente
    • Comunità
    • Archivio fotografico storico
  • Foto
  • Video
  • Blog
  • Contatti
Category:

Senza categoria

Senza categoria

I ribelli della campagna: “Così barattiamo semi per liberare la terra”. Genova, il mercato dei chicchi dimenticati dall’industria: “Da noi il denaro è bandito”.

by Amministratore 20 Gennaio 2017
Semi della tradizione agricola d’Abruzzo
Vogliamo raccontarvi un’esperienza che si svolge a RONCO SCRIVIA (GENOVA). L’articolo è tratto dal quotidiano La Repubblica”.
Una manciata di semi di zucca gialla in cambio di un pugno di fagioli di Feltre. Un cesto di limoni delle Cinque Terre per quei chicchi di frumento toscano. Conosce il cavolo lucano, perché non pianta questo bel melo trentino? Provi il peperoncino nero di Salerno, è una rarità. Niente denaro, qui si baratta. Si parla, ci si conosce. Vent’anni fa erano poche decine di fuorilegge, come minimo rischiavano un’ammenda. Adesso a ogni appuntamento sono migliaia. E alle loro spalle cresce un movimento “neorurale” che potenzialmente – tra campi, orti, giardini e balconi riadattati, in paese ed in città – conta in Italia sui tre milioni di praticanti. Almeno. 
Ieri a “Mandillo dei semi” erano oltre duemila persone. A Ronco Scrivia, un paese sulle alture di Genova. Mandillo, in dialetto, sta per fazzoletto: e dunque, scambiarsi i semi prodotti dalla propria terra – piccola o grande che sia – , riporli in un mandillo per regalarli al prossimo. Uno sconosciuto, un nuovo amico. Un mercato di idee, di ribellione, di speranze: un nuovo modo di vivere. “Libera festa del libero scambio di semi autoprodotti e lieviti di casa, esposizione di frumenti e frutta antica”, recitava la locandina. In Italia ci sono almeno 80 appuntamenti così, durante l’anno. Un altro mondo possibile: di piccoli contadini indipendenti, di appassionati che tornano alla terra per tanti motivi diversi. E non importa se è un campo, un orto urbano o sociale, un giardino o un grande vaso su di un balcone nel cuore della metropoli: “L’importante è vedere che la pianta cresce. E con lei, anche noi”.
Giovanni Zivelonghi era operaio in una nota una industria chimica di Verona, la Glaxo. Da quando è in pensione, è una seconda vita sulle montagne della Lessinia. “Zappo, semino, bagno, raccolgo. Vivo bene”. Vuole condividere, e allora con alcuni amici è venuto fin giù vicino al mare di Genova e in alcune bustine regalava semi di tutto: zucca forte, gialla, costoluta, insalata del Tita (il “Tita” era un vecchio contadino delle sue parti, che ha lasciato una “straordinaria eredità “, racconta), fagiolini nani, tegolini del Monte Pastello. Arriva un signore di Pieve Ligure, lascia un paio di limoni e si prende una bustina. Un altro allunga dei semi di tabacco: “Fa fiori bellissimi, se avete pazienza ci potete riempire la pipa”. Giovanni ringrazia. Spiega che il mese scorso ha ritrovato una signora che a Milano fa l’architetto: “Le avevo dato del radicchio rosso veronese. Piccolino, non come quello di Chioggia: mi ha detto che lo ha tenuto in casa e al caldo ha sviluppato un cuoricino stupendo. Era felice”. “Giangi” Benetti, un amico, sorride: pure lui faceva l’operaio, poi si è messo a coltivare i campi. “Qui la gente scambia esperienze che a volte non ci credi: io piantavo da anni una zucca spinosa e non succedeva niente, poi è arrivato uno – di mestiere fa il bancario, pensa un po’ – e mi ha spiegato come facevano dalle sue parti, in Piemonte. Ha funzionato”. 
L'”altra” agricoltura. Quella che non punta al profitto ma alla qualità anche morale, alla piccola soddisfazione personale. Pure in un metro quadro, in un balcone o in un orto urbano o sociale, come quello chiesto e ottenuto da Luca Fiorelli, studente universitario di Cesate, provincia di Milano: “Un anno fa eravamo in 4: adesso siamo in 30, a coltivare”.
Gli italiani riscoprono la terra, in campagna e in città. Vogliono sapere, informarsi. Il mensile Terra Nuova ha 130 mila lettori e come casa editrice ogni anno pubblica circa duecento titoli, altre case editrici – come Pentàgora – vivono di questo. Il gruppo Facebook di Terre Rurali, associazione protagonista del recupero delle varietà di frumento conta su oltre 12 mila iscritti. Sì, vent’anni fa erano dei fuorilegge. “Prima del 2000, scambiarsi semi prodotti dalla propria terra era un delitto punito dal codice con un’ammenda salata. Le uniche varietà di semi ammessi erano quelle stabili, nazionali”, racconta Massimo Angelini. Che cominciò una sorta di disobbedienza civile: il primo “scambio delle sementi”. Dieci anni fa il governo riconobbe la biodiversità italiana. “Da allora siamo passati da 5 o 6 varietà di frumento conosciute a 110. Tanti panifici, in Puglia e Toscana, Sicilia, li stanno adottando. È solo l’inizio”.
Anche i soci della nostra Associazione hanno iniziato prima a donarsi semi, poi direttamente piante da orto ricavate dai semi della tradizione agricola dell’Abruzzo. Lo scorso anno abbiamo avuto dei raccolti interessanti di pomodori. Anche chi fosse interessato ai semi dei frutti che vivono nel Giardino della Memoria può contattarci.
La patata “Turchesa” sarà oggetto di scambio tra i nostri soci nel 2017

La Patata Turchesa è una varietà di patata tipica del territorio dell’area del Parco Nazionale del Gran Sasso. La sua è una storia molto simile a quella di altri prodotti di antica memoria ed utilizzo, abbandonati a favore di altri più semplici da coltivare ed utilizzare.

Ma più che una storia, quella della Turchesa è la favola di una Principessa. E in ogni favola che si rispetti, ad un certo punto, c’è sempre l’intervento di una fatina o di un mago. Con l’ormai diffusa coltivazione della Patata del Fucino (dalla buccia liscia e senza bitorzoli) la Turchesa era praticamente scomparsa, caduta in disgrazia a causa di un carattere non facile e di quelle gobbe che la rendevano un po’ bruttina. Ma qualcuno si ricordava ancora di lei: erano i vecchi contadini che raccontavano di questa varietà di patata dal colore così particolare e talmente buona che si mangiava cotta sul coppo, oppure sotto la brace e con tutta la buccia. E, poiché, il detto non sbaglia mai e si sa che “il contadino ha scarpe grosse e cervello fino”, anche in questa favola che vi stiamo raccontando, quando la situazione sembrava ormai irreparabile, è arrivato il tocco di magia. Era il 2002 e nelle vesti di “fatina” della nostra storia è intervenuto il Parco del Gran Sasso che, grazie agli agronomi del Servizio AgroSilvoPastorale dell’Ente, ha recuperato gli ultimi 33 tuberi esistenti nelle zone di origine ad Isola del Gran Sasso e a San Giorgio di Crognaleto, in Provincia di Teramo, per avviarne la riproduzione in vitro. Dopo due anni sono nate 10.000 minipatate con cui è stata avviata la produzione in due zone, ad Assergi e Barisciano (AQ).
I nostri semi: albero denominato “susina Goccia d’Oro” cresce nel Giardino della Memoria
Per chi fosse interessato a tali iniziative di scambio semi in Abruzzo si segnala l’attività dell’Associazione Movimento Zoè di Sulmona, da anni impegnata nello sviluppo della cultura rurale, che organizza in genere nel mese di Febbraio la Fiera della Neo Ruralità – Scambio dei semi, presso i locali del Parco Nazionale Majella, all’Abbazia S. Spirito al Morrone a Badia di Sulmona (AQ).

L’evento è in primis un incontro tra coloro che stanno vivendo l’Abruzzo Rurale valorizzandone le risorse, soprattutto quelle eco-compatibili e la biodiversità. Ognuno a suo modo, chi con scelte tradizionali chi con quelle innovative in campi molto differenti come quello agricolo, zootecnico, ma anche nel turismo “sensibile”, chi con progetti sociali, architettura sostenibile, enogastronomia, artigianato, arte, mobilità sostenibile, altra educazione, villaggi ecosostenibili, democrazia partecipata, energie rinnovabili, e tanto altro… ognuno a suo modo contribuisce a creare indirettamente un movimento Neo Rurale.

https://www.facebook.com/laboratoriopermanentecosostenibilita/
http://www.repubblica.it/cronaca/2017/01/16/news/i_ribelli_della_campagna_cosi_barattiamo_semi_per_liberare_la_terra_-156112780/

20 Gennaio 2017 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoriaTerritorio

COMUNICATO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE APPENNINO ECOSISTEMA

by Amministratore 24 Novembre 2016
PUBBLICHIAMO CON PIACERE IL COMUNICATO STAMPA DI APPENNINO ECOSISTEMA
Sindaci e Regione vogliono distruggere il Parco Regionale Sirente Velino
novembre 24, 2016
Comunicato stampa
Notizie: aree protetteParco Regionale Sirente Velino Regione Abruzzo

Sindaci e Regione vogliono distruggere il Parco Regionale Sirente Velino
Oggi la Commissione Ambiente del Consiglio Regionale riprova a porre la pietra tombale sul mai decollato ed unico Parco Regionale abruzzese. Gli ecologisti chiedono invece che sia rispettata la legge con l’approvazione del Piano del Parco o, in alternativa, la sua trasformazione in Parco nazionale.
L’Aquila, 24/11/2016. A fronte dell’attuale situazione di crisi, malfunzionamento e malcontento generalizzato, il futuro del Parco Regionale Sirente Velino potrebbe ormai essere segnato per sempre. Nella seduta di oggi della 2aCommissione (Ambiente e Territorio) del Consiglio Regionale Abruzzese, infatti, si tenterà di nuovo di celebrare il funerale del Parco, sugellando uno sciagurato accordo tra alcuni agguerriti Sindaci (soprattutto dei paesi della Valle Subequana) e alcuni ambientalisti della zona, ed il tutto con la benedizione del noto “ambientalista” Presidente della Commissione Pierpaolo Pietrucci. In cosa consisterebbe l’accordo faticosamente raggiunto? Ma è alquanto ovvio, nella riperimetrazione dei confini del Parco nella Valle Subequana, senza alcuna base scientifica e per puri motivi localistici, con una perdita secca di quasi tutto il versante sinistro orografico della Valle dell’Aterno e di una superficie di circa 5-10.000 ettari, pari al 10-20% dell’intera superficie protetta, in zone caratterizzate da habitat e specie prioritarie a livello europeo, destinate secondo il (mai approvato) Piano del Parco a divenire zone “B” di Riserva Generale.
Si punta insomma ad avviare lo smantellamento del Parco, senza pensare che la Legge regionale prevede che l’adozione formale del Piano del Parco sarebbe già dovuta avvenire da oltre vent’anni, secondo le procedure previste dalle tre precedenti leggi, mai attuate, che ne prevedevano l’entrata in vigore entro 6 mesi (nel 1989), entro 18 mesi (nel 2000) ed entro 18 mesi (nel 2011), nonché la possibilità di esercitare i poteri sostitutivi da parte della Giunta Regionale.
Le Associazioni ecologiste Appennino Ecosistema, WWF Abruzzo Montano, LIPU Abruzzo, ALTURA Abruzzo e Salviamo l’Orso affermano che, a fronte della ormai conclamata mancanza di volontà di Sindaci e Regione di approvare finalmente il Piano del Parco, rendendolo realmente operativo e rilanciandone così le attività, l’unica soluzione per assicurare un’efficace protezione agli ecosistemi del massiccio del Velino Sirente è rinunciare alla tutela regionale e passare decisamente all’istituzione del progettato Parco Nazionale. Infatti, la mancata gestione del Parco Regionale da parte della Regione in questi 28 anni lo ha reso di fatto un vero e proprio ectoplasma, impedendone il funzionamento e qualsiasi ricaduta positiva sul territorio: non resta quindi che concludere una volta per tutte questa storia di croniche inadempienze, affrancando il Sirente Velino dalla tutela regionale.
La proposta di istituzione del Parco Nazionale del Velino Sirente, lanciata all’inizio di quest’anno da Appennino Ecosistema, comprende infatti l’approvazione della zonazione del territorio (secondo la bozza già elaborata dagli esperti di Appennino Ecosistema) fin dal momento dell’istituzione del nuovo Parco Nazionale. La zonazione prevista dal Piano del Parco Regionale avrebbe potuto lanciare una gestione del territorio scientificamente fondata ed adeguata da un lato alle sue qualità ecologiche e dall’altro alle attività umane con queste compatibili. Senza il Piano del Parco, permangono invece in vigore in modo “provvisorio”(da ormai quasi trent’anni!) assurdi ed immotivati divieti di assoluta inalterabilità dei luoghi, su tutto il territorio del Parco, persino nei centri abitati e nelle zone agricole, che fanno degli abitanti di tutti i Comuni compresi nel Parco veri e propri ostaggi della mancata applicazione della legge e dell’assoluta discrezionalità dell’Ente Parco per le autorizzazioni relative a qualsiasi intervento sul territorio.

La proposta di istituzione del Parco Nazionale aveva trovato il sostegno aperto delle Amministrazioni Comunali di Ocre, San Demetrio ne’ Vestini e Magliano de’ Marsi, il sostegno condizionato di quelle di Lucoli e L’Aquila e l’interesse a vagliare la proposta di molti altri Sindaci, nonché del Presidente della Commissione Territorio e Ambiente della Regione, che sembra ora aver invece imboccato un’altra strada.
24 Novembre 2016 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

Quei borghi fragili dei nostri nonni dove l’incanto gioca con il destino

by Amministratore 29 Agosto 2016
Siamo sgomenti, come tanti, tramortiti dalle notizie di dolore e rovina che ci arrivano dai media e riviviamo quanto accaduto all’Aquila ed a Lucoli nel 2009. 
Il terremoto d’Abruzzo ci ha insegnato tanto, eravamo “bambini” pieni di buona volontà, pieni di voglia di fare e donare intrise di determinismo efficace e oggi, dopo sette anni, siamo uomini e donne “malinconici”, che cercano “ogni giorno di ritrovare quel posto sicuro che chiamano Itaca” nei luoghi a noi cari e nei cuori della gente, sì perchè il terremoto indurisce gli animi.
Abbiamo perso l’innocenza e crediamo meno nella nostra possibilità di essere germe positivo di rinascita.
Abbiamo selezionato questo articolo, scritto da Vittorio Macioce caporedattore del Giornale, che ci ha fatto riflettere e ve lo proponiamo. 
Abbiamo inserito delle foto di Lucoli ed un disegno di un bambino della Scuola Pietro Marrelli eseguito ad un anno dal terremoto e da noi esposto alla manifestazione “la scuola in festa” di Roma, edizione 2010.

“Chi torna finge che questi posti siano sicuri, ma sa che è come la roulette russa

Foto R. Soldati

Vittorio Macioce 

Quei muri li riconosci anche al buio, di notte, li sfiori con le mani e li senti, ruvidi, di pietra grezza, che stringono i vicoli e vanno su in salita.

Ogni passo sembra un incanto e spesso ti perdi in quelle case vuote, di gente che non c’è più, di figli ormai vecchi che tornano solo d’estate, quattro giorni ad agosto, magari per la festa del patrono, per ricordare infanzie tradite, per sognare un ritorno. Sono case dove non vivi, con luci non consumate, con i tetti da rifare e lavori di manutenzione che ti riprometti di cominciare, ma poi passa il tempo e non trovi la voglia o soprattutto i soldi. Sono seconde case su cui pagare le tasse, che ti viene la rabbia di venderle, ma ci sei nato e cresciuto e allora dici: aspettiamo ancora un po’. Sono case di paesi dove ogni volta che torna l’inverno ci si conta e si è sempre di meno. Gli italiani di paese si riconoscono tutti, a pelle, e si portano dietro questa malinconia, come chi danza sulla tragedia e cerca ogni giorno di ritrovare quel posto sicuro che chiamano Itaca, che poi tanto sicuro non è. E questo capitale umano lo portano a spasso nel mondo, come raccontava Pavese. «Che cos’è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne».

I paesi dell’Appennino hanno più o meno lo stesso odore, le stesse mani, gli stessi occhi, la stessa nostalgia. Sono la spina dorsale dell’Italia. Ti fanno sentire a casa. Quando guardi il cielo ti sembra che le stelle stiano lassù solo per te. Quei cieli li vedi solo qui e non li dimentichi. Solo che sono stelle morenti e tanta bellezza si porta sulla pelle un’incosciente fragilità. A chi tocca, stavolta? Accumoli, Posta, Arquata e alla piccola frazione di Pescara del Tronto, a Catelluccio o Mogliano, ad Amatrice, spogliata e spaccata in due, con il sindaco Sergio Pirozzi, sanguigno e verace, che questa notte ha pianto, urlando al mondo: «Il paese non c’è più». Amatrice dove d’estate tornano tutti quelli che sono andati via, orgogliosi di quel nome e di quella ricetta, del guanciale e del pecorino, contro tutte le varianti metropolitane e di falsi chef. Amatrice che adesso non smette di contare i morti e tra queste macerie fatica a riconoscersi.

Chiesa della Beata Cristina Colle di Lucoli – Foto R. Soldati
Maledetto Appennino. E ti viene da gridarlo, perché è il prezzo da pagare per la tua bellezza. 
È che il terremoto, da queste parti, è una roulette russa, speri sempre che non tocchi a te, ma lo sai, le conosci queste colline, queste montagne che ti guardano negli occhi, vedi l’abbandono, senti che l’uomo si affida troppo spesso alla fortuna. Il guaio è che non tutto è sempre così semplice. L’Italia per secoli ha giocato a morra con la natura e con i terremoti. Prevenzione, certo. Ma per mettere in sicurezza queste mura e queste case servono soldi, tanti. Non li hanno i comuni, non li hanno i privati e non li ha il padreterno. Ci sono chilometri di prediche e raccomandazioni, ti chiedi però se ci sia una politica. Non sembra. Puoi metterci cuore e anima per un futuro diverso, puoi raccontare che è nei piccoli paesi la via di fuga di un’Italia da troppo tempo malata di cecità, il paese come luogo dove riconoscersi, dove ricominciare, dove creare l’humus migliore del capitalismo del nuovo millennio. Puoi raccontarlo a te stesso e agli altri. Poi la terra trema e quello che resta sono macerie. Ci vorrebbe una macchina del tempo. Un viaggio nel passato, dove il paese non muore, non viene tradito, ripudiato. Un paese di cui prendersi cura, perché ci vivi, perché ci sei. Un paese dove i campanili appena ristrutturati non cadano a terra. Solo che questo paese non esiste. Ci tocca tirare a campare con la maledizione della bellezza. 
Lo senti questo tiro di dadi? È il terremoto”.

2010 – disegno di Alessandro Scaramella esposto alla “Scuola in Festa” Roma

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/quei-borghi-fragili-dei-nostri-nonni-dove-bellezza-gioca-1299083.html

29 Agosto 2016 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

TERREMOTO DI MAGNITUDO 6.0 NEL CENTRO ITALIA. LA NOSTRA SOLIDARIETA’

by Amministratore 24 Agosto 2016

E’ stata una brutta notte per tanti quella del 24 agosto 2016. 
Alle 3.36 una scossa violenta ha prodotto danni gravi ad Amatrice ed Accumuli a Pescara del Tronto e in altri centri.
Sofferenza tutta da scoprire e che durerà a lungo, ben lo sappiamo……
Pubblichiamo i disegni dei bambini di Lucoli (AQ) dell’aprile 2010 (ad un anno dal terremoto d’Abruzzo), esprimono speranza, la stessa che testimoniamo alle popolazioni colpite.

24 Agosto 2016 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

Ispra, Italia terra di bracconieri

by Amministratore 15 Giugno 2016
Il bracconaggio è diffuso su tutto il territorio italiano, con ben 7 black spot. Per fermare questo business criminale il Ministero dell’Ambiente e Ispra preparano un piano d’azione nazionale.
L’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra) lancia l’allarme: l’uccisione, la cattura e il commercio illegale di uccelli sono pratiche diffuse su tutto il territorio nazionale. Secondo un’indagine dell’Ispra, il bracconaggio è un fenomeno che interessa tutta la penisola, ma esistono almeno 7 aree geografiche, chiamate black-spot, in cui è particolarmente intenso: le Prealpi lombardo-venete, il Delta del Po, le coste pontino-campane, le coste e zone umide pugliesi, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo Stretto di Messina. Le specie e il numero di uccelli coinvolti sono incalcolabili perché i mezzi di cattura e uccisione non sono selettivi.
I black spost del bracconaggio (Credits: Ispra)
 
Le tecniche di cattura e uccisione sono diverse. Possono andare dall’impiego di “archetti”, reti e trappole di vario tipo. Ciò non toglie che l’abbattimento delle prede con armi da caccia sia ancora un’attività frequente. Quanti uccelli vengano uccisi in questo modo non è facile da stabilire, perché non tutte le prede abbattute vengono raccolte dai cacciatori. Ma stando ai dati dell’Ispra, le uccisione sono numerosissime: solo nello Stretto di Messina si stimano circa 200-300 uccelli abbattuti durante la migrazione di primavera, e 400-600 in autunno.
Vista l’entità del problema, il Ministero dell’Ambiente è stato chiamato a redigere un piano d’azione nazionale per il contrasto del bracconaggio, che verrà steso con il supporto scientifico e tecnico dell’Ispra e sarà poi sottoposto a una consultazione pubblica prima di procedere con l’approvazione istituzionale. A questo scopo, il 9 e 10 giugno l’Ispra ha organizzato un workshop presso il Parco regionale del Delta del Po Veneto, per raccogliere informazioni e condividere le linee del piano con tutti i soggetti coinvolti nel contrasto del bracconaggio: Corpo Forestale dello Stato, Amministrazioni regionali e provinciali, Polizie, associazioni ambientaliste e venatorie.
“Il piano – ha dichiarato Barbara Degani – costituisce uno strumento di lavoro fondamentale e indispensabile per ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili, coordinare l’attività dei diversi soggetti coinvolti a vario titolo nelle attività di lotta al bracconaggio e migliorare il quadro normativo esistente, oltre a essere la risposta migliore che l’Italia possa dare alla Commissione Europea a seguito dell’avvio della procedura EU Pilot. Per questo motivo faremo in modo di giungere al più presto a una versione finale del documento discusso in queste due giornate così da poterlo condividere con le Amministrazioni e renderlo ufficiale”.
Purtroppo, il fenomeno non riguarda solo l’Italia. L’uccisione finalizzata al commercio illegale minaccia seriamente la conservazione delle popolazioni di molte specie a livello globale, e in particolare nel bacino del Mediterraneo dove transitano ogni anno milioni di uccelli durante le migrazioni. A livello internazionale la Convenzione di Berna e la Convenzione di Bonn stanno cercando di ridurre questa causa di mortalità innaturale e illegale, anche attraverso l’avviamento di un piano d’azione internazionale denominato Piano d’Azione di Tunisi.

https://www.galileonet.it/2016/06/contro-il-bracconaggio-serve-un-piano-di-azione-nazionale/

15 Giugno 2016 1 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

“UN FIORE DEL MALE ANCHE A LUCOLI” LA “STREGA” LISABETTA.

by Amministratore 17 Marzo 2016
Una mostra nella biblioteca provinciale Melchiorre Delfico di Teramo dall’8 al 31 marzo è titolata:  “I fiori del male». Storie di donne in manicomio” e ci fa venire la voglia di riscrivere, per tenerezza, la storia di Elisabetta Seneca del Colle.
“Lisabetta” passò i suoi ultimi anni di vita, distrutta dall’alcool, ospite al ritiro per anziani di Collemaggio a L’Aquila. 
La sua storia fu quella di tante donne chiuse in manicomio con questi sintomi: loquace, stravagante, smorfiosa, rossa in viso, petulante, civettuola, capricciosa, nervosa, irritabile.
Per tante donne come lei urgeva il manicomio. E peccato, poi, che certe diagnosi fossero sommarie, che rispondessero al modello unico di donna previsto, sposa e madre e mai da sola, nel nostro caso Lisabetta fu vittima dei fratelli per interessi economici.
La mostra di Teramo ci fa vedere le loro facce, e leggere le loro lettere: «Mi trovo rinchiusa, in questa carcere, così, in mezzo ai pazzi e a momenti fan diventare pazza anche me!», raccontò Crocifissa G. nel 1906. E Ginevra B, nel 1918: «Sono stufa della vita vorrei morire piuttosto che stare sotto la Carneficina dell’Ospedale di Teramo». Angeladea F., negli anni 30: «Ti prego per l’amore di Papà e fratelli di venirmi a salvarmi da questo brutto luogo che lo odio non ci voglio stare nemmeno a morire». Haidé B., nel 1920: «Io trovarmi in questa sezione, tra malate d’ogni genere, tra le sofferenti, tra le asmatiche, tra le dementi, con visi stravolti, con il fetore della notte, da sentirmi difficile la respirazione; oh, questo è troppo, troppo».
Queste testimonianze sono state raccolte da Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, che hanno voluto restituire dignità alle tante (troppe) recluse estromesse dalla società. Ci sono riusciti con la mostra fotografica I fiori del male, donne in manicomio negli anni venti, che ha messo insieme immagini e documenti, schede mediche e lettere.
Anche Lucoli ha il suo “fiore del male” Roberto Soldati ci racconta ala storia di Lisabetta.
La “strega” Lisabetta di Lucoli abitava dentro una porticina che conduceva direttamente in cantina, attraverso uno scalone di legno. I due fratelli l’avevano segregata nel sotterraneo di casa per impedirle di condividere un’eredità familiare piuttosto consistente. Tutti gli abitanti del comune la consideravano una poco di buono. Siccome non potevano definirla una puttana, in quanto non fu mai vista in compagnia di uomini, la chiamavano strega. Tutti dicevano che se la faceva con Satana nell’angolo più profondo della sua cantina. Nessuno si curava di lei, nessuno le chiedeva se stava bene o stava male, anzi spesso la denigravano e di conseguenza anche i bambini si sentivano autorizzati a tirare i sassi contro la sua porta o a mettere i botti di capodanno dentro il chiavistello. I paesani la invitavano in casa solo per togliere il malocchio quando qualcuno stava male e i medicinali non funzionavano. Ricordo come fosse ieri, una contadina che aveva un marito sempre con mal di testa e capogiri, bussare forte sulla porta della strega; e quando Lisabetta si affacciò, la contadina le gridò forte: “Tu! Sei stata tu che hai messo il malocchio a mio marito. Tu lo hai messo e tu devi toglierlo”. E così dicendo, cominciò a strattonare la strega verso casa. Una volta Lisabetta sparse in giro la voce che sarebbe venuta la fine del mondo una certa notte del 1960, probabilmente per vendicarsi di un torto subito. Giunto il giorno del giudizio, nel paese aleggiava un clima di catastrofe incombente. Anch’io fui preso dall’angoscia, allora avevo dieci anni. Ricordo un gruppo di vecchiette che parlavano come se quello fosse il loro ultimo incontro. “Beati quelli che sono già morti!”, disse una di loro, rafforzando inevitabilmente la mia angoscia.
Una ragazza, mia vicina di casa di nome Giuliana, aveva incollato l’orecchio alla radio, e saltando da una stazione all’altra, cercava di carpire qualche notizia su quell’apocalisse. Il padre se ne stava silenzioso accanto al fuoco aspettando con cristiana rassegnazione la fine imminente. Il fratello si era rannicchiato in un angolo con le orecchie tappate, mentre la madre, dalla finestra, scrutava per l’ultima volta l’orizzonte con lo sguardo perso nel nulla. Io non ci feci molto caso, quella è sempre stata una famiglia di nevrotici. Ad un certo punto, Giuliana captò Radio Praga in lingua italiana (una specie di emittente pirata comunista). Una voce diceva: “Uomini, donne e bambini di tutte le età chiedono acqua. Posso sentire i lamenti di persone malate…Il treno viene subito fatto ripartire attraverso il fuoco che ha già invaso il binario”. Mentre Giuliana ascoltava queste parole con gli occhi pieni di terrore, la trasmissione si interruppe con un forte sibilo. Giuliana terrorizzata, prese alcune riviste di Grand Hotel, corse nella sua camera e dopo aver oscurato con le riviste i vetri delle finestre, ficcò la testa sotto le coperte per non vedere il fuoco cadere dal cielo durante la notte, come aveva previsto Lisabetta. Tornai subito a casa, accesi la radio su radio Praga e mi resi conto che quel comunicato, che tanto aveva spaventato Giuliana, non era altro che la testimonianza di una deportazione, scritta durante l’ultima guerra. Siccome vidi i miei genitori abbastanza scettici riguardo la fine del mondo, mi rassicurai abbastanza da andare a letto. Quella notte non suonarono le trombe del giudizio, si sentivano nient’altro che grilli. Il mattino seguente era terso e lucente. Quando andai a scuola, Giuliana stava lavando i panni alla fontana, assaporando la nuova vita. Non posso negare che cominciai a provare una certa simpatia per quella strega dall’età avanzata ma indefinibile. Avrei voluto conoscerla meglio, ma la cosa non era facile, era un tipo scontroso e inoltre odiava i bambini. Eppure potevo intuire una umanità ed una fine intelligenza nascosta in lei. Era alta e affascinante. Viveva dentro quella cantina, con una certa dignità e non da disperata. Portava abiti variopinti che faceva da se, modificando vecchi vestiti, al contrario delle altre donne eternamente vestite a lutto in un monocromo nero dalla testa ai piedi. Andava ad attingere acqua con una botticella sulla carriola per annaffiare il suo rigoglioso orto, senza curarsi di ancheggiare elegantemente con una pesante conca sulla testa, come le compaesane. Aveva una innata eleganza che nemmeno il suo dimesso modo di vestire poteva nascondere. I capelli sommariamente raccolti sul capo, erano tenuti da un foulard oppure coperti da un cappello da uomo che metteva durante la stagione calda per ripararsi dal sole, incurante del ridicolo.
Nell’estate del 66, per sfuggire al caldo, mi riparai dentro la chiesa del paese. Salii fin sopra l’orologio del seicento che si era rotto una quarantina di anni prima. Osservandolo con attenzione, mi resi conto che, per qualche motivo, un piccolo ingranaggio si era spaccato, ma il resto era abbastanza in ordine. Si poteva riparare. Mi procurai un peso di ottone per bilancia da un chilo, lo portai al laboratorio di scuola e con molta pazienza riuscii a ricostruire il pezzo. Dopo aver oliato e riassestato il meccanismo, l’orologio ripartì. La notte stessa decisi di collegare i martelli e far funzionare l’orologio a mezzanotte precisa, inaugurandolo. Appena rintoccata la mezzanotte, mi appostai sopra il campanile per vedere la reazione degli abitanti, ma niente! Silenzio totale. Ad un certo punto, venne fuori Lisabetta, aspettando incredula il prossimo quarto. Rintoccate le 24 e 15 se ne rientrò in casa. Il giorno seguente, tutti si complimentarono con me per aver resuscitato l’orologio. Anche i vecchi erano contenti e specialmente quelli soli, che sentivano i rintocchi come una compagnia, un ritorno al passato. Lisabetta ne fu così entusiasta da recarsi in municipio per chiedere un piccolo contributo per me, che dovevo tirare sopra ogni sera tre grossi pesi, uno per le ore e gli altri due per i martelli. Ma il segretario comunale, con logica da burocrate, rispose che quel pezzo d’antiquariato si poteva anche fermare, tanto oggi tutti hanno un orologio per guardare l’ora. Indignatissima Lisabetta venne a riferirmi l’accaduto e testimoniarmi la sua solidarietà. Io le assicurai di dare la carica gratis, anche per fare un po’ di esercizio muscolare. Ad un certo punto decise di mostrarmi una pendola con un carillon incorporato, regalatale da suo zio. Fu l’occasione per andare finalmente a casa sua. Aspettavo una topaia, invece vi trovai un posto pulito, ordinato e stimolante, pieno di oggetti di ogni sorta: corna di cervo, un grappolo di campanelli, un grande vassoio di legno ripieno di sapone fatto in casa, in attesa di essere tagliato a quadratini, conserve di ogni tipo, ampolle piene di intrugli magici, mazzi di varie erbe appesi a seccare, pestelli, un libro di ricette erboriste, un ritratto di Galeno, e una sua foto da giovane incorniciata dentro un attestato di merito che attirò la mia curiosità. Lisabetta si avvicinò e lo prese con cura lasciando sulla parete un riquadro più chiaro, segno che era appeso li da tanti e tanti anni. Indicando l’attestato con il dito storto dall’artrite, mi disse: “Questo l’ho vinto nel 1919 in un corso per l’ammissione alla scuola secondaria. Volevo arrivare all’università, e fare medicina”, affermò con voce un po’ amara, e seguitò. “Mio zio che era in America mi manteneva agli studi. Mandava persino una retta al dormitorio delle Agostiniane all’Aquila. Allora non era facile fare avanti e dietro come adesso. Non c’erano neanche corriere e la strada era scomoda. Purtroppo”, disse malinconicamente riappendendo l’attestato al muro, “finito il liceo sarei dovuta andare a studiare a Roma, però il mio fratello maggiore, quello che lavora al dazio, si rifiutò, dicendo che la città corrompe e poi la medicina non è cosa per donne, e mi impedì di continuare gli studi”. Cercava chiaramente di nascondere una profonda tristezza dietro un’espressione della faccia maldestramente spavalda. Prima ancora che riuscissi ad argomentare una risposta, lei seguitò: “Non ho mai smesso di comprare libri di medicina. Ho sempre sperato di rimettermi a studiare un giorno; ma poi mio fratello scrisse allo zio di non mandarmi neanche più i soldi per comprare i libri, dicendo che ero diventata una fissata, che per studiare trascuravo le faccende di casa e che ancora non prendevo marito”. Un giorno mi ammalai, vomitavo ogni cosa che assaggiavo. Neanche i medici ci capivano niente. Ero diventata uno scheletro. Una volta scacciai il medico in malomodo, gli tirai appresso il clistere che si frantumò in mille pezzi”, disse sghignazzando di gusto. “Fu quel giorno che trovai la forza di alzarmi e studiando alcuni testi di medicina antica riuscii a curarmi da sola, con somma meraviglia di tutti. Decisi di rompere con la famiglia e di sistemarmi dove sono adesso. Mio fratello, per la rabbia, mi fece murare la porta interna per non farmi entrare nel palazzo”, disse con stizza. Le chiesi se le capitava spesso di curare persone. “Si”, mi rispose. “Spesso, molto più di quanto sembra, non con le medicine però ma con le erbe o sostanze naturali. Le persone bene non vogliono farlo sapere in giro e per questo pagano spesso un supplemento per la riservatezza. Di solito ai paesani non chiedo neanche i soldi, faccio a offerta. Spesso ho guarito persone con sostanze senza nessun effetto curativo, ma non per dare una fregatura. Si aspetta il beneficio e il beneficio arriva. C’è chi la chiama suggestione e chi magia, questa cosa. Una volta mi è capitato un tizio che si era convinto di avere un tumore alla testa. Aveva visto morire un vicino di quella malattia e pensava di averla presa anche lui. Ne aveva assunto così bene i sintomi, che i medici gli avevano dato solo pochi mesi di vita. Gli preparai un bell’infuso di valeriana, ma non gli dissi che era solo un calmante, gli dissi che era un rimedio contro il tumore. Lo bevve e giorno dopo giorno cominciò a migliorare. Oggi e ancora li, che scoppia di salute. Porta sempre uno zucchetto di lana in testa estate e inverno per non beccarsi un’altro tumore. Questo è un lavoro serio, bisogna saper discernere la malattia vera da quella falsa, quella metà e metà, o quella seria che abbisogna del chirurgo”. A questo punto non potevo fare a meno di chiederle conferma a proposito dei suoi dialoghi con il diavolo. A questa domanda lei mi rispose con sguardo luciferino: “Il demonio non è all’inferno, il demonio è l’uomo stesso che raggira sottomette sevizia e tortura. Non c’è demonio peggiore del bigotto, secondo me. Satana invita l’umano a guardarsi dal fanatismo religioso che può essere pericoloso quanto e forse più di una guerra, perchè il fanatismo è più subdolo, ingannevole e nascosto. Lisabetta passò i suoi ultimi anni di vita, distrutta dall’alcool, ospite al ritiro per anziani di Collemaggio a L’Aquila. Nonostante avesse dei seri problemi reumatici, Lisabetta scappava spesso dal ritiro, e se ne tornava al paese in corriera, ignorata come sempre da tutti. Un giorno del 1974 a L’Aquila, in attesa della corriera mi recai a vedere la basilica di Collemaggio, appena restaurata, dove mi affiancò un vecchio barbone col il palmo della mano mollemente teso che mi chiese: “Qualche soldo, non è per me, è per la masseria. La vedi quella? si nasconde dietro la colonna non è capace, si vergogna, non mi rende, devo pensare anche a lei”. Voltandomi verso la colonna vidi un volto imbacuccato che si affacciava con uno sdentato sorriso per poi ritrarsi vergognoso, era Lisabetta. 

 Da allora non ne seppi più nulla finché al cimitero del paese non notai una lapide che chiudeva un loculo, senza fotoceramica. Una scritta in lettere di bronzo appiccicate alla meglio diceva: Elisabetta Seneca N. 26.6.1898 M. 22.2.1976.

Roberto Soldati
 

17 Marzo 2016 2 comments
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

NOIXLUCOLI ONLUS GITA SOCIALE A NAPOLI E CAMPI FLEGREI

by Amministratore 15 Marzo 2016
Con il supporto del Centro di Educazione Ambientale di Roma i nostri soci, in completo autofinanziamento, hanno realizzato una interessantissima gita culturale a Napoli e Campi Flegrei.
Il lago in una foto del sito WWF

Abbiamo iniziato con la Riserva naturale “Oasi WWF Cratere degli Astroni” che si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria (SIC IT8030007) nei Comuni di Pozzuoli e Napoli.  (e’ inoltre una Zona di protezione Speciale (ZPS IT8030007).  Il Cratere degli Astroni è un vulcano spento che fa parte del più complesso cratere di Agnano, inserito nella area vulcanica dei Campi Flegrei.  Di questi è il più giovane dei crateri, con i suoi 3600 anni e si estende per 247 ettari.

Poi abbiamo visitato l’area vulcanica dei Campi Flegrei. Poco ad ovest del Vesuvio, a meno di 15km dalle sue falde una serie di rilievi collinari con una massima elevazione di 460m sul livello del mare abbiamo scoperto che si nasconde un pericolo ben più grave. Si tratta dell’area vulcanica dei Campi Flegrei conosciuta per i fenomeni di sollevamento del suolo (bradisismo) che affliggono da sempre il comune di Pozzuoli e venuta prepotentemente alla ribalta negli anni 80, precisamente tra l’82 e l’84 per una crisi sismica che mise in ginocchio tutta l’area causando l’evacuazione di migliaia di persone. Ebbene il Vulcano Flegreo è uno dei dieci supervulcani esistenti al mondo. Sono solo 10 e in questi 10 non rientrano ne il Vesuvio, ne il Pinatubo o il Krakatoa, ne il Tambora, il Kilauea, il Monte Pelee o il monte Saint Elen che sono responsabili delle peggiori catastrofi della storia dell’uomo. Un supervulcano è molto peggio, un supervulcano è una struttura la cui eruzione può modificare radicalmente il paesaggio per decine o centinaia di chilometri e condizionare pesantemente il clima a livello mondiale per diversi anni, con effetti cataclismatici sulla vita stessa del pianeta e dell’uomo. Non parliamo quindi di effetti locali ma di effetti globali. Gli apparati vulcanici più pericolosi ascrivibili a questa categoria sono solo tre, Yellowstone negli Stati Uniti, il Lago Toba in Indonesia ed i Campi Flegrei in Italia. Insomma l’Italia nel suo piccolo ha anche un supervulcano e dei peggiori! La caldera flegrea ha un raggio di 15km e nella sua ancora controversa storia geologica si riconoscono almeno due catastrofiche eruzioni, la prima (eruzione dell’Ignimbrite campana) avvenuta circa 40mila anni fa con un’espulsione di materiale vulcanico compresa tra i 200 ed i 250km cubi, si chilometri cubi! La seconda (eruzione del Tufo Giallo Napoletano) avvenuta circa 15mila anni fa con un’espulsione di materiale vulcanico di circa 40 chilometri cubi. Tra le due enormi eruzioni e successivamente a quella del tufo giallo, tutta una serie di eventi eruttivi minori hanno creato la struttura attuale dell’area.
 
L’Oasi del WWF
La discesa verso il Cratere dell’Oasi
Il lago nel Cratere degli Astroni
La quercia vecchia di 500 anni

Il bosco abitato anche da due vecchie cavalle

Un bosco interessantissimo

La fumante Caldera flegrea

Vista della Caldera
Temperatura a più di 200°

Il Museo Reggia di Capodimonte
Una citazione alla nuova metropolitana di Napoli veramente bella

Pinacoteca di Capodimonte – La flagellazione del Cristo di Caravaggio
Giardini della Reggia di Capodimonte il centenario albero di Canforo (Cinnamomum camphora (L.) J. Presl, 1825)
 
E per finire le Terme di Agnano nella foto l’acqua sulfurea che riflette la vegetazione
 Con questa gita abbiamo scoperto che in nessuna parte del mondo esiste un concentrato di bellezze storiche, archeologiche e naturalistiche come nei Campi Flegrei che significa “campi ardenti”. 

L’obiettivo di una Associazione del territorio come NoiXLucoli Onlus, a sostanziale vocazione ambientale, è anche quello di promuovere, difendere e sviluppare le risorse ambientali naturali e rurali perseguendo finalità di ordine culturale e sociale anche verso i propri soci. Organizzeremo altre attività didattiche nel prossimo futuro cercando di coinvolgere più soci possibili.

 
15 Marzo 2016 2 comments
0 FacebookTwitterPinterestEmail
AttivitàSenza categoria

I “FRUTTI DIMENTICATI” DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: UN PANNELLO INCORNICIATO IN FERRO BATTUTO PER SPIEGARNE IL SENSO

by Amministratore 20 Ottobre 2015
I frutti “dimenticati” del Giardino della memoria – il melo “zitella”

Una mela non ha mai chiesto a nessuno di scrivere la storia della sua esistenza. 
Per quelle del Giardino della Memoria ci piacerebbe farlo, molte piante vengono da poderi abbandonati e questi frutti non si trovano più nei mercati hanno una lunga storia.
Se non ci fosse stato Ovidio a darci una mano nel conoscere tante specie botaniche e da frutto forse gente come noi non si sarebbe preoccupata di realizzare un progetto piantando degli alberi che appartengono agli antichi pomari in via di estinzione, quelli brutti ma buoni.
Ovidio, battezzato anche Nasone, era un abruzzese che nacque a Sulmona il 20 marzo dell’anno 49 prima di Cristo. I genitori l’avrebbero voluto avvocato ma lui fece lo scrittore e il filosofo e duemila anni dopo, il fascino del suo sentire è aumentato. Ci ha ispirato il suo spirito protezionistico in difesa del verde e del paesaggio, dell’ambiente, dei beni della terra, ma anche dell’anima umana. 
E’ anche per questi valori che è nato a Lucoli un progetto che abbiamo dedicato alla memoria delle vittime del terremoto.
Ne abbiamo già scritto, ma pochi dei visitatori del Giardino della Memoria conoscono lo spirito di questo “monumento verde” e la ricchezza di piante in esso contenuta e così abbiamo realizzato un messaggio ad hoc da porre all’interno del Giardino.
Il testo scritto dalla nostra socia ricercatrice in materia di biodiversità: Beti Piotto, le maioliche realizzate dal maestro di Padova Quagliato, che ci sostiene da sempre, ma la struttura in ferro ci è stata donata da “ju ferraru delle Pagliare di Sassa”: Giuseppe Aliucci.
Il pannello ideato per il sesto anniversario del sisma che illustra il progetto botanico del Giardino della Memoria
Un lavoro lungo e di precisione che ha richiesto diversi sopralluoghi.

La struttura in ferro per contenere il pannello ceramico ideata dal Fabbro
“ju ferraru” Giuseppe Aliucci
Quello del fabbro è uno dei mestieri più considerati e apprezzati dalla gente comune sia per la sua incommensurabile utilità sia per le grandi capacità e i grossi sforzi fisici di cui ha sempre dato prova, per cui nessuno più di lui, a nostro parere, merita l’appellativo di “mastro”. 
Lo chiamavano nel Regno delle due Sicilie “forgiaru”, proprio per dare l’idea del vero artista che “forgia”, modella, plasma, manipola un materiale alquanto difficile quale è il ferro, riuscendo, nel contempo, a creare vere e proprie opere d’arte. Lo stesso termine “fabbro” deriva dal latino “faber” che significa abile, quindi, uomo capace di prendere un pezzo di ferro e di trasformarlo nella figura o nella forma che più desidera.
Nel 1954 l’emissione della moneta da 50 lire con la riproduzione, sul lato frontale, dell’effigie del fabbro (“Vulcano”) nell’atto di battere il martello sull’incudine, lo ha elevato, di fatto, a simbolo dell’Italia che lavora e che produce.

Peppe Aliucci, lavora a Pagliare di Sassa e ci ha aiutati: questo per noi non ha prezzo. 
Siamo dei volontari con tanta buona volontà ma con pochi mezzi, tanto abbiamo fatto con le nostre sole forze, ma senza l’aiuto di persone come Peppe, che credono in noi e nel nostro progetto, non potremmo andare avanti. 
Lui ci ha fatto sentire nel giusto.
Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia.
Grazie Peppe!
Peppe Aliucci nella sua officina a Pagliare di Sassa (foto di Fabrizio Soldati)


20 Ottobre 2015 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
Senza categoria

CAMPOTOSTO RISCOPRE LA FILIERA DEL LINO GRAZIE AD ASSUNTA PERILLI – 11 OTTOBRE 2015

by Amministratore 9 Ottobre 2015

Panorama di Campotosto – Foto E. Mariani

Campotosto riscopre la filiera del lino: dalla semina, al filato, al prodotto finito (abiti, lenzuola e tanto altro). E questo grazie ad Assunta Perilli (artigiana) e Romina Laurito (archeologa) che lavorano in collaborazione con l’antropologa Flavia Carraro. 

Assunta è venuta a Lucoli ed ha scritto un interessante articolo su di una bisaccia tessuta a mano dall’ordito tradizionale antico, è una nostra amica e la sosteniamo perchè lavora con entusiasmo e competenza riscoprendo saperi artigianali antichi.

Domenica prossima, 11 ottobre, dalle 10.30 nello spazio antistante la fonte della tessitura a Campotosto ci sarà una dimostrazione pratica della trasformazione della pianta del lino in filato. Assunta Perilli ha seminato il lino alla fine del mese di maggio. Nei giorni scorsi lo ha raccolto, lo ha messo in ammollo per un periodo che va dai 5 agli 8 giorni e poi lo ha fatto asciugare. Domenica procederà ad alcuni passaggi che fanno parte della storia della tessitura a mano. Per prima cosa la pianta del lino sarà passata nella macinola (che a Campotosto si chiama macicia), poi c’è un ulteriore passaggio nella “ramla” per eliminare tutte le scorie rimaste. Il lino viene pettinato e infine c’è la filatura vera e propria. Assunta Perilli ha utilizzato semi antichissimi. La coltivazione del lino è di fatto sparita negli anni Cinquanta del secolo scorso. A Campotosto veniva coltivato soprattutto nella vallata che poi è stata occupata dal lago artificiale. Un’anziana del paese, Laurina, ha continuato a seminare il lino dentro grossi vasi e grazie a sua nipote quei preziosi semi sono giunti fino a oggi.

Zia Laurina la tesoriera dei semi di lino

Nonna Idea ha insegnato ad Assunta tutto ciò che sa
Il lino da tessere
Assunta Perilli, che collabora anche con importanti atenei italiani, ha poi scoperto che l’università di Cambridge sta portando avanti un progetto europeo: i semi di lino di Campotosto insieme ad altri selezionati in Inghilterra e in Israele saranno analizzati per capire se sia possibile caratterizzare la produzione in base alle aree geografiche. Insomma, il seme di lino di Campotosto potrebbe essere un unicum mondiale. L’équipe guidata da Assunta Perilli si è arricchita anche della presenza dell’antropologa Flavia Carraro che sarà domenica a Campotosto per studiare la tecnologia utilizzata e per intervistare coloro che prenderanno parte all’iniziativa. A Campotosto sempre grazie alla Perilli esiste un vero e proprio laboratorio di tessitura e c’è chi ancora oggi si fa fare il corredo matrimoniale come se lo facevano le nostre nonne.

La bottega di Assunta – Foto E. Mariani
Dedichiamo ad Assunta ed alle sue qualità queste parole sincere. 
In primo luogo apprezziamo la sua passione: senza non si vince. Passione ed entusiasmo non le fanno pesare il lavoro ma soprattutto sono una molla potente e vitale, stimolano le idee, la creatività. La passione per la tessitura le ha consentito di amalgamare tutti gli elementi di cui disponeva e non………. conoscenze, motivazioni, obiettivi, aspettative, cultura, istinto, coraggio, interesse, desiderio di saperne di più e di comunicare e valorizzare tutto questo patrimonio agli altri.
Assunta è un po’ speciale, ha una bella luce che le si propaga intorno. In questo senso è contagiosa. A noi ci ha contagiati. 
Ma lei non ha solo la passione a questa ha associato la determinazione e l’impegno. Non demorde, avanza sul cammino che ha scelto, con impegno. E ancora, è curiosa, si fa domande, non indietreggia davanti ai punti interrogativi, ha la cocciutaggine di non accontentasi mai delle spiegazioni già pronte. 
Assunta è una bella persona!
In bocca al lupo da tutti i soci di NoiXLucoli Onlus.
Il lino sul fuso dopo il lavoro dell’11 ottobre u.s.


Per saperne di più:
http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2015/10/08/news/campotosto-riscopre-la-filiera-del-lino-1.12231193
http://tessituraamanodiassuntaperilli.blogspot.it/2015/09/luniversita-di-cambridge-si-fila-il.html

9 Ottobre 2015 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
AttivitàSenza categoria

NOIXLUCOLI ONLUS ADERISCE ALLA CARTA DI FANO PER LA CONSERVAZIONE DEL LUPO

by Amministratore 7 Maggio 2014

CARTA DI FANO PER LA CONSERVAZIONE DEL LUPO
Approvata dall’Assemblea Annuale Ordinaria della Federazione Nazionale Pro Natura
 il 6 aprile 2014 a Fano (PU)

L’espansione del Lupo (Canis lupus) in Italia è una importante notizia sul piano ecologico, sociale, economico e culturale: il lupo è infatti una specie simbolo dell’impegno per la conservazione della natura e del rapporto stesso tra Uomo e Natura, è una specie bandieraed una specie ombrello tutelata a livello internazionale e nazionale.
Il nostro Paese, inoltre, svolge un ruolo chiave su scala continentale per la connessione delle popolazioni orientali (Carpazi e Balcani) con quelle occidentali (Penisola Iberica). 
Sebbene il lupo sia al centro di numerosi progetti di ricerca e di tutela di valenza internazionale, nazionale e locale, destinatari di una considerevole mole di risorse economiche, non esiste una strategia complessiva di gestione della specie e manca un supporto efficace alle economie locali potenzialmente sensibili al ritorno del carnivoro. 
La Federazione Nazioale Pro Natura riconosce, infatti, che in assenza di adeguati strumenti informativi, formativi ed organizzativo-infrastrutturali la presenza del lupo può entrare in conflitto con attività zootecniche estensive e che pertanto il settore zootecnico – anche in virtù della sua potenziale esposizione – deve essere considerato un interlocutore prioritario rispetto al quale è urgente fornire un supporto concreto ed al tempo stesso pretendere il rispetto delle normative vigenti e delle indicazioni gestionali mirate alla riduzione dei rischi di predazione. 
La Federazione Nazionale Pro Natura riconosce quali linee di azione strategiche quelle dell’informazione delle comunità locali (opinione pubblica generale e target-chiave), il sostegno delle attività zootecniche estensive, la valorizzazione delle dinamiche naturali di espansione dell’areale di distribuzione della specie come opportunità per le comunità locali (marketing territoriale) e sottolinea l’importanza di accompagnare tali processi spontanei di ricolonizzazione con un costante monitoraggio, funzionale anche ad una corretta informazione delle comunità locali e dei target più sensibili nonchè al corretto orientamento delle strategie gestionali. 
La Federazione Nazionale Pro Natura, in particolare in merito al rapporto con la zootecnia, ritiene che la corretta applicazione di strumenti e modalità gestionali di prevenzione dei danni da predazione costituisca la base di qualsiasi processo di adattamento nella logica della convivenza tra lupo e attività zootecniche. In tal senso, la Federazione Nazionale Pro Natura ritiene che qualsiasi forma di indennizzo e sostegno agli allevatori in caso di predazione debba essere vincolata alla reale applicazione di tecniche di prevenzione. 
La Federazione ritiene che solo in tal caso l’allevatore che abbia registrato danni da predazione abbia diritto ad un giustio indennizzo pari al 100% dei danni diretti, sommato al riconoscimento dei danni indiretti, e che tale indennizzo debba essere riconosciuto indistintamente nei casi di predazione da parte di lupo, canide sconosciuto o di cane, al fine di non fare gravare sugli allevatori l’eventuale fallimento delle politiche di contenimento del randagismo e dei relativi impatti. 
La Federazione Nazionale Pro Natura auspica anche l’attivazione di forme di sostegno alla corretta gestione del pascolo, anche mediante strumenti quali il “premio pascolo gestito”. 
La Federazione Nazionale Pro Natura, allo stesso modo, sollecita gli organi competenti ad incrementare i controlli in merito all’effettivo rispetto da parte degli allevatori della normativa vigente in materia di gestione sanitaria degli animali, di prescrizioni forestali, di gestione dei cani, di applicazione degli standard minimi di prevenzione, nonché di periodi ed aree di pascolo. 
La Federazione Nazionale Pro Natura sollecita la ridefinizione e l’applicazione di una strategia di contenimento e prevenzione del randagismo canino e delle forme intermedie, al fine di prevenire rischi sanitari e per la salute pubblica, contenere i casi di predazione a carico di bestiame domestico nonchè i casi di ibridazione lupo-cane. 
La Federazione Nazionale Pro Natura, riconoscendo nell’ibridazione e nel conseguente inquinamento genomico una delle principali minacce per la conservazione del lupo, sollecita la raccolta di informazioni in merito a tale fenomeno, alla sua quantificazione e distribuzione, nonché l’approfondimento degli aspetti normativi e metodologici in relazione alla gestione degli ibridi. 
La Federazione Nazionale Pro Natura sollecita inoltre l’aggiornamento e lo scambio di informazioni sulla distribuzione del lupo ed il dimensionamento della popolazione su scala nazionale, nonché l’aggiornamento degli strumenti di gestione a livello nazionale (Piano di Azione Nazionale). 
La Federazione Nazionale Pro Natura ribadisce la propria ferma contrarietà al contenimento della popolazione, anche mediante azioni simboliche e locali sul modello francese ed ancor più mediante la sistematica uccisione di soggetti sul modello svizzero, che contrasta con gli obiettivi internazionali e prioritari di conservazione della specie. 
La Federazione Nazionale Pro Natura, infine, riconosce nella dimensione culturale la vera emergenza da risolvere per poter impostare correttamente e in modo nuovo il rapporto con la specie, contenendo conseguentemente conflitti e uccisioni incontrollate. A tal fine si impegna a diffondere informazioni corrette, rigorose, supportate da solide basi scientifiche, nonché a vigilare sulla correttezza delle informazioni diffuse da terzi, ricorrendo anche ad azioni legali laddove venissero diffuse informazioni false potenzialmente impattanti sulla percezione della specie. 
Fano, 6 aprile 2014
Per la Federazione Nazionale Pro Natura
Mauro Furlani                  Vincenzo Rizzi                  Marco La Viola                 Piero Belletti            Mauro Canziani

Presidente                       Vice-presidente               Vice-presidente          Segretario generale       Coord. Op. Lupo
7 Maggio 2014 0 comment
0 FacebookTwitterPinterestEmail
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
  • …
  • 18

Articoli recenti

  • Le cose più belle della vita non si trovano sotto l’albero, ma nelle persone che ti stanno vicino. Buon Natale!
  • “L’Altro Natale quello del silenzio” proviamo così a celebrare la forza delle radici come strumento di unione e riflessione
  • LUCOLI A BREVE AVRA’ DUE ALBERI MONUMENTALI
  • Leggi a misura di futuro
  • IL NOSTRO FARE VOLONTARIATO

Commenti recenti

  1. Noi x lucoli su CIELI BLU DOMENICO
  2. Noi x lucoli su “Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro”: il Giardino della Memoria di Lucoli è questo luogo
  3. fabrizio soldati su NON ESISTONO IL BUONO NE’ IL CATTIVO, SIAMO TUTTI MARTIRI E TUTTI BOIA. E’ L’UMANITA’ CHE E’ FATTA COSI’.
  4. Unknown su GLI ALBERI DEL GIARDINO DELLA MEMORIA: IL MELO A CIPOLLA
  5. amministratore su PER LA RICORRENZA DEL DODICESIMO ANNIVERSARIO DEL SISMA DEL 2009 FESTEGGEREMO CON IL RICONOSCIMENTO DEL GIARDINO DELLA MEMORIA DI LUCOLI COME SITO DI CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITA’ DI INTERESSE AGRICOLO ED ALIMENTARE

Categories

Designed by moidesigner.com


Back To Top
NOI X LUCOLI
  • Home
  • Chi siamo
  • Il Giardino della Memoria
    • Agricoltori custodi
    • I frutti antichi
    • Attività
    • Adozioni
  • territorio
    • Ambiente
    • Comunità
    • Archivio fotografico storico
  • Foto
  • Video
  • Blog
  • Contatti