NOI X LUCOLI
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CELEBRAZIONE DEL QUARTO ANNIVERSARIO DEL SISMA DEL 2009: LUCOLI, 5 APRILE 2013. PRESSO IL GIARDINO DELLA MEMORIA.

by Amministratore 2 Aprile 2013

Trasposizione fantastica del panorama di Lucoli con la ricostruzione del castello di Collimento

 

Nessun architetto potrà mai fare una cosa bella e piena di armonia come un albero, così diceva il grande Pier Luigi Nervi. 
E’ vero: gli alberi sono belli e la bellezza fa bene al cuore. Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra per parlare al cielo. Come noi, gli alberi sono ancorati alla terra e, come noi, guardano al cielo perché cercano la luce. Gli alberi ci somigliano.
Il piantare alberi è una delle passioni dei nostri soci, convinti ambientalisti e profondamente legati alla volontà di salvaguardare la natura.

E’ per questo motivo che per il quarto anniversario del sisma d’Abruzzo abbiamo piantumato 50 nuovi alberi nel sito dell’Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli.
La nostra Associazione un anno dopo il sisma d’Abruzzo del 2009, per non dimenticare e per ricominciare una vita migliore nell’armonia con la natura, ha realizzato il progetto del Giardino della Memoria dedicandolo alle 309 vittime del terremoto.
Il principio ispiratore dell’iniziativa voleva tenere insieme passato, presente e futuro da legare all’identità di un territorio che, in quel momento era stato ferito nelle sicurezze e nelle coscienze dal sisma:  abbiamo voluto ripartire dalla memoria delle persone legandola agli alberi.
Gli elementi di un territorio e gli effetti del tempo, siano essi fisici o culturali, sono la storia ed il presente di un luogo ed è per questo che NoiXLucoli Onlus ha piantumato un frutteto e l’ha trasformato in un Giardino botanico (ricco di cultivar autoctoni di frutta antica). Il progetto voleva anche arricchire il sito ove sorge l’Abbazia di San Giovanni Battista, il cuore spirituale del territorio, per non lasciarla nella solitudine dei gravi danni subiti dal sisma, che la rendono ancora inagibile nel chiostro, volendo richiamare visitatori e focalizzare l’attenzione su di essa e ciò al fine di sperare in un reperimento di fondi per il suo restauro.
Il giardino è stato un dono alla comunità e da tre anni viene costantemente curato dai soci di NoiXLucoli: oggi rappresenta un interessante esperimento botanico di mantenimento della biodiversità locale e dell’Abruzzo.
Fino a non tanti anni fa, si conservava vicino casa tanta varietà di frutta e verdura, oggi si direbbe che si manteneva tanta biodiversità. Per le comunità di poco più di cinquant’anni fa il bosco e l’agricoltura erano come dispense all’aperto: se ne ricavavano infinite risorse. E proprio per mantenere inalterata tale ricchezza nel periodo italico e in quello romano c’erano boschi sacri, detti lucus, la cui conservazione veniva tutelata con il vincolo della sacralità. Si istituivano in questo modo ambienti capaci di rigenerare, in un’atmosfera idilliaca esente da minacce, una grande varietà di beni che comunque poi “uscivano” (si pensi ai semi oppure agli animali) e si rendevano presto fruibili alle comunità. Come scrive giustamente il Prof. Aurelio Manzi, grandissimo conoscitore dell’Abruzzo, erano vere e proprie riserve naturali ante-litteram. E la coscienza “ambientalista” degli abruzzesi di 2.000, ma anche di 3.000, anni fa doveva essere forte e molto diffusa perché di boschi sacri ce n’erano molti e, in alcuni casi, lo hanno lasciato detto nei toponimi: Lucoli, Luco dei Marsi, Monte Luco, I Lucchi (presso l’Oppidum Lucus dei marrucini). Quindi, a Lucoli, c’era quasi sicuramente una “banca” di tesori naturali e della gente che tutelava il bosco in quanto generatore di beni alimentari.
Perché costituire un Giardino della Memoria con alberi da frutto appartenenti alle antiche varietà? 
Sicuramente c’è di mezzo il nostro sentimento, una puntina di nostalgia nel voler recuperare sapori che ci riportano all’infanzia, ma c’è dell’altro. Attraverso i 64 alberi piantumati nel Giardino, si è resa disponibile, immediatamente, come in un supermercato, una grande variabilità genetica che può essere utile a migliorare la qualità e la sanità di ciò che oggi mangiamo. La semplificazione alimentare è un fatto “moderno” intensamente negativo. Alla fine dell’ 800 le varietà di frumento coltivate in Italia erano 400, un secolo dopo solo 8 varietà di frumento erano quelle maggiormente seminate. E’ una semplificazione cieca ed irresponsabile. Su 30.000 specie vegetali commestibili se me coltivano solo 150.
L’industrializzazione dell’agricoltura ha prodotto beni alimentari “ingegnierizzati” che rispondono solo e unicamente alle necessità dell’industria e del commercio: pezzature uniformi, colore attraente, alta conservabilità.  Alla gente non importa che la frutta non sappia di niente, per insaporirla ci sono tanti modi. 

Ad esempio, le varietà di mela oggi in commercio sono riconducibili a tre o quattro capostipiti (nel Giardino della Memoria ce ne sono ben 12 differenti varietà): in gergo scientifico tale fenomeno viene definito erosione genetica ovvero riduzione della variabilità. E quando il corredo genetico è stretto, poco variabile, la vulnerabilità aumenta. Soprattutto davanti alle malattie delle piante. Le varietà antiche locali, poco appariscenti ed in alcuni casi anche poco produttive ma spesso saporite, profumate, ricche di vitamine, resistenti alle malattie, sono minacciate ma, ci sono iniziative come la nostra che, vogliono rispondere alla necessità urgente di mantenere elevata la variabilità dei caratteri genetici, cercando di porre un freno alla loro estinzione.
Tenere in vita un Giardino come quello di Lucoli serve a conservare la memoria culturale di un’agricoltura che fu ed a conservare la diversità genetica racchiusa in ogni pianta. La diversità che c’è nella “mela zitella”, in quella a “cipolla” o nella “mela gelata” ed in tante altre presenti in questo Giardino rappresentano una ricchezza.
Continuando a perseguire il nostro desiderio positivo di rinascita testimoniato concretamente dagli alberi, a quattro anni dal sisma, abbiamo voluto piantumarne degli altri, di altre specie, questa volta da fiore e li abbiamo collocati, come in una cornice floreale colorata, attorno al sito del Giardino della Memoria ed all’Abbazia di San Giovanni Battista.
Sono stati piantumati dei ciliegi selvatici (Prunus Avium) e degli alberi di Giuda (Cercis Siliquasrum) i colori dei loro fiori sono compresi nelle gradazioni del rosa, le bacche estive dei ciliegi forniranno in estate cibo all’avifauna locale.
Questo arricchimento botanico è stato reso possibile dal sostegno fornitoci dall’Istituto BNL Gruppo Paribas e, in modo particolare dalla sua Filiale di Bazzano (AQ), che ha donato alla nostra Associazione 50 bellissimi alberi.
Il 5 aprile 2013 alle ore 15.30 il nuovo “parco” sarà inaugurato alla presenza di Sua Eccellenza Mons. Giovanni D’Ercole Vescovo ausiliare dell’Aquila, si allega il programma dell’iniziativa. 


2 Aprile 2013 3 comments
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SOLITUDINE E SILENZIO – UN PENSIERO PER LA SETTIMANA SANTA

by Amministratore 28 Marzo 2013
 
Una antica omelia sul sabato santo dice: oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine.
Ripensando ad alcune delle persone protagoniste degli eventi della Pasqua Cristiana possiamo pensare:
  • alla solitudine di Giuda, disperata, una solitudine che lo uccide;
  • alla solitudine di Pilato, amara e disillusa,
  • alla solitudine degli Apostoli, delusa e piena di paura;
  • alla solitudine della Maddalena, sofferente, ma ancora tenacemente legata all’amore del Signore, contro ogni evidenza;
  • alla solitudine di Maria, mesta, ma piena di speranza, caratterizzata dall’atteggiamento di sempre, di conservare e meditare nel suo cuore quanto è accaduto, piena di fiducia e di confidenza al Padre;
  • alla solitudine di Gesù, piena di speranza, come il seme che muore per dare la vita.
Insieme alla suggestione di queste parole dell’omelia si possono anche raccogliere altre parole quelle del Santo Padre Francesco che nella sua omelia per l’inizio del ministero petrino,  ha invitato a custodire noi stessi, il cuore, la mente, il corpo stesso.
La solitudine e il silenzio, sono dimensioni costitutive della vita Cristiana; sono anche situazioni in cui di fatto speso ci ritroviamo, e non sempre con piacere, ma sono soprattutto attitudini interiori, spirituali che ci aiutano a essere sempre più e meglio vicini alla fede (per chi la professa).
La solitudine di cui parliamo è piuttosto un luogo interiore, una attitudine del cuore. Ed è un luogo non di pace e tranquillità, ma di lotta, di comprensione. E’ il luogo in cui far risuonare le domande, cercando dentro di noi le risposte più vere, più nostre, senza avere paura di queste domande, della verità della nostra vita, senza fuggire lontano da noi stessi, ma restando presenti a noi. 
La solitudine del cuore ci porta così verso l’altro, generando la compassione, lo spazio puro dell’incontro con l’altro così come è…. così come sono io; la disposizione interiore a accettare i deboli, i vulnerabili, i solitari, i falliti, vincendo il giudizio, cioè a accollarsi le proprie responsabilità e a non chiedersi di nessuno se sia buono o cattivo. Nella solitudine del cuore possiamo prestare orecchio ai dolori del mondo perché non ci appaiono estranei e sconosciuti, ma nostri, sentendo che la realtà della storia è la realtà del cuore umano, compreso il nostro.
Ogni volta che uomini e donne hanno saputo rispondere agli eventi del mondo come a occasioni per cambiare il proprio cuore si è aperta una sorgente inesauribile di generosità e vita nuova, schiudendo una speranza al di là di ogni attesa.
La solidarietà pietosa prende forma nella solitudine, come la parola efficace e comunicativa nasce dal silenzio.
Affidiamo queste parole al nostro blog nel giorno di giovedì santo del 2013 pensando anche alla solitudine delle famiglie colpite dai lutti del terremoto del 2009, il cui anniversario ricorrerà tra poco. 
Vogliamo pensare, infine, anche al silenzio dei luoghi amati, dei borghi di Lucoli che sono feriti, lesionati, disabitati, lasciati nell’incuria, che sembrano non doversi risvegliare mai più dall’oblio e dalla solitudine dalla vita quotidiana che li affligge.
Colle di Lucoli: tutto come lasciato il 6 aprile del 2009
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San Franco from Assergi hermit lived for twenty years in Lucoli

by Amministratore 26 Marzo 2013
Ceramics reminiscent of the presence of the Abbey of St. Franco in the Lucoli Abbey

According to the legend and the very scarce historical documentation on his life, St. Franco was born to a humble family, most likely in the district of Roio Poggio.
Our tour departs from the Sanctuary of Poggio Roio, which is consecrated to the Virgin Mary .It then brings us to the Abbey of San Giovanni di Lucoli, with its cloisters, a valuable example of mediaeval architecture in Central Italy.

Saint John Abbey
St. Franco lived here for a few years and soon after became abbot. He longed for a closer relationship with God and decided to look for this in direct contact with nature – in its roughest, but most intriguing form. He, therefore, set out for the Gran Sasso peaks and lived in the village of Assergi for a short period. At the time, it was a stopover for shepherds, later becoming a fortified village, and it is here that the saint’s remains are kept, in the crypt of a magnificent mediaeval church. St. Franco chose the solitude of the mountains, yet still maintained his pastoral vocation, bringing him back to the valley every so often.
There are three places on the slopes of Gran Sasso that still show signs of his presence: the Peschioli Hermitage, at an altitude of about 1.500 metres, nearly corresponding to the intermediate station of the old cableway. Nearby, there is a grotto, which speaks of a meditational and risky solitude. In fact, the spot is still difficult to find and the grotto is nearly inaccessible for those who are not experienced mountain climbers with appropriate equipment, and who do not want to risk a deadly fall. The second grotto, where the saint lived for the longest period and where he supposedly died at an old age, is located below the Pizzo Cefalone, at 1.800 metres, in a harsh but scenic environment. The path leading up to it is not easy to find, and it is an exhausting hike with some natural obstacles. We recommend this trip only to those who have considerable experience in mountain climbing.
The third hermitage, which is the most popular (Acqua di San Franco – St. Franco’s water), can be found on the slopes of the mountain named after the saint. Dying of thirst, the saint is said to have miraculously created a spring of water in the rock – one of the most well-known of the many miracles attributed to him. The water is still said to have thaumaturgic qualities and on the holidays dedicated to this saint (5 June and 15 August), a crowd of pilgrims, some of whom come from Teramano, make their way to the small chapel and wet themselves with the water from the falls lying below. One can even see elderly worshippers climbing up the path, which, leaving from the paved street, “del Vasto,” traces a long route and finally leads to the springs and sacred place, which also offer a breathtaking view of the valley and towns below.
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12 MARZO 2013 – BUON COMPLEANNO A GABRIELE d’ANNUNZIO E…….ALLA CONTESSA DI LUCOLI.

by Amministratore 12 Marzo 2013
Gabriele d’Annunzio in doppio ritratto pittorico e fotografico

 

Centocinquanta anni dalla nascita, settantacinque dalla morte. Cifre dotate di una certa estetica numerologica che sarebbero piaciute al Vate seduttore.
Ecco perché quest’anno il compleanno di Gabriele d’Annunzio (a lui piaceva scriverlo così, con la D bassa), darà luogo a dei festeggiamenti davvero speciali.
Anche NoiXLucoli vuole ricordarlo e vi diremo presto perché.
A d’Annunzio sarà dedicato il salone del libro di Torino. È la prima volta che il salone viene dedicato a uno scrittore, ci sarà uno spazio d’Annunzio in cui si esporranno una serie di testi autografi
. A Pescara invece proprio oggi ci sarà un convegno sulla modernità di d’Annunzio. Nella settimana dannunziana di Pescara si cercherà di battere il record per la torta più grande del mondo. Il Vate era molto ghiotto di un tipico dolce abruzzese il “parrozzo. In suo onore alla presenza del giudice dei Guinnes dei primati cercheranno di preparare il parrozzo più grosso del mondo.
Quante cose sono state scritte su di lui soprattutto che era decadente. Ma è un immagine sbagliata è stato un grandissimo innovatore, il vero futurista era lui. Lenin lo definì dopo l’impresa di Fiume: “l’unico italiano capace di fare una rivoluzione”.

La Moglie di d’Annunzio Maria Hardouin con il primo figlio. 

Ma non solo, ad esempio è stato un eccezionale uomo di marketing. Ha inventato un sacco di pubblicità e di marchi. Molti di questi sono ancora in commercio. Da Aurora al liquore Aurum passando per Luxardo e il loro Sangue Morlacco, il cui nome è stato creato proprio da Poeta mentre era a Fiume nel 1919.

E comunque d’Annunzio immortalò il nome di Lucoli nel suo libro il Piacere attribuendone il casato alla “Contessa di Lucoli”.
Lo scrittore quando scrisse il Piacere aveva venticinque anni ed era uso immortalare la toponomastica dei piccoli centri d’Abruzzo nella patronimica nobiliare dei personaggi del romanzo: un onore per Lucoli.
Altri personaggi sono: “la duchessa di Scerni”; “Don Filippo del Monte”; “Donna Francesca d’Ateleta”; “il barone d’Isola”; ‘”Galeazzo Secinaro”; “il signor conte di Gissi”; “i marchesi di Massa d’Albe”; “Roberto di Casteldieri”; “Gino Bomminaco”. Poiché l’imaginifico non sceglieva niente a caso, c’è da supporre che il personaggio principale de “Il piacere” abbia nome e titoli appropriati al suo carattere: “conte Andrea Sperelli Fieschi d’Ugenta”, ovvero: ‘Andrea’, dal greco ‘aner, andros’= uomo virile; ‘Sperelli’, dialetto abruzzese-laziale: ‘sperelle’=per dirla con il vate, pag. 58: “tra larghe nuvole bianche…scorgevasi una zona di raggi (di sole)…”; ‘Fieschi’=antico longobardo:’frisk’=’tributo’; ‘d’Ugenta’=numerale, forma arcaica (200).
In questo libro veniva descritta la società aristocratica romana vista attraverso gli occhi e le vicende di Andrea Sperelli, ricco, nobile e mondano, ma anche intellettuale di gusto e raffinato conoscitore delle arti, uno degli alter ego più riusciti della storia della nostra letteratura. Perché dietro Sperelli c’è il giovane d’Annunzio, percorso dalla malinconia, consapevole della fine di un mondo che sta per cedere il passo alla società di massa e ai suoi valori borghesi. Come quasi un secolo prima, agli albori della parabola risorgimentale, Jacopo Ortis aveva diffuso la sensibilità romantica in Italia, ora, alla chiusura di quella parabola, Andrea Sperelli si fa tramite della nuova tendenza della cultura europea, l’estetismo. Il romanzo aveva un fine didattico sintetizzato nelle parole che più volte il padre del protagonista riferisce: “bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte”, “bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: Habere, non haberi“.
Questa massima latina è la chiave di lettura del romanzo: “Habere, non haberi”=”Possedere, non essere posseduto” (dalle passioni, dal piacere) è il motto del filosofo dell’antichità Aristippo di Cirene (435-360 a.Cr.), frequentatore di Socrate ad Atene, interlocutore di Platone a Siracusa. Per Aristippo il fine dell’uomo è il “piacere”, non la “felicità”; il piacere coincide con il “bene”, che vive solo nell’attimo del presente: il ricordo del piacere passato e la speranza del piacere futuro, non esistono. Il fondatore della “Scuola di Cirene” celebrò l’atteggiamento di chi “gode senza divenir schiavo del proprio godimento”.
Lo Sperelli, protagonista del romanzo, frequentava il palazzo romano della Contessa di Lucoli. La Contessa è un personaggio di fantasia che potrebbe forse avvicinarsi ad un personaggio femminile del casato dei Barberini Colonna? Oppure si tratta solo del tributo ad un luogo dell’Abruzzo trasformato in patronimica nobiliare?
Nel libro l’aristocrazia venne messa alla berlina, ridicolizzata, seppur in essa il protagonista trovava le sue innamorate (Elena Muti, Maria Ferres, la marchesa d’Ateleta). Il palazzo della Contessa di Lucoli creava uno scenario artistico all’interno del quale si descrivevano squallidi panorami umani: l’inutile fatuità dei convegni mondani, l’avidità dei compratori d’aste, il pettegolezzo vissuto come un gioco perverso, ozioso ed ipocrita, la cupezza decadente degli incontri d’amore con le demi-mondaines, tutti aspetti di una rovesciata aristocrazia corrotta, spossata, profumata di vetiver e sensualmente esaltata, immemore dei tempi passati e persa in passatempi di frigida umanità; per non parlare poi dell’aspetto esteriore dei vari figuri, alle volte burlesco e satirico, alle volte grave e brutale:
[“…] Per cinque Luigi avresti mangiato un frutto segnato prima da’ miei denti e per altri cinque luigi avresti bevuto Champagne nel concavo delle mani d’Elena. […] – Io vidi qualche cosa di meglio. Leonetto Lanza ottenne dalla Contessa di Lùcoli, per non so quanto, un sigaro d’avana ch’ella aveva tenuto sotto l’ascella…”.
Il Libro il Piacere inaugurò, nel 1889, dopo lunghi ripensamenti sia poetici e sia pubblicitari, l’impegno di d’Annunzio all’utilizzo del mezzo letterario del romanzo.
L’Abruzzo ai tempi di d’Annunzio ritratto da F.P. Michetti
Il romanzo il Piacere fu scritto da d’Annunzio mentre era ospite del pittore a Francavilla a Mare.
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Il GIARDINO DELLA MEMORIA SI RISVEGLIA CON LA FIORITURA DELLA VERONICA PERSICA POIR

by Amministratore 10 Marzo 2013
Un ignoto visitatore ha posto dei fiori ai piedi della pietra con il simbolo del Giardino della Memoria dedicato alle vittime del terremoto del 2009

Un prato di piccoli fiori azzurri: i fiori della veronica preannunciano la primavera.

Il terreno del Giardino della Memoria è colorato di azzurro: milioni di piccoli fiori di Veronica si sono aperti nonostante il tempo ancora invernale.
I piccoli fiori azzurri che fanno capolino fra il fogliame hanno meritato a questa specie il nome popolare di “Occhi della Madonna” e si sono diffuse varie leggende che fanno riferimento alla pia Veronica, che asciugò il sudore dal volto del Cristo, sulla via del Calvario.
Un’altra storia tradizionale racconta che, se qualcuno calpesta e distrugge i fiori della piccola pianta, subirà l’ira degli uccelli, che si vendicheranno beccando i suoi occhi o quelli di sua madre.

Fiori di Veronica Persica
L’origine del nome Veronica, almeno riferito a questo genere di piante, è abbastanza oscura, e soggetta a varie attribuzioni controverse; secondo l’ipotesi più accreditata deriverebbe semplicemente dall’erronea pronuncia, da parte degli antichi studiosi di botanica, di Vetonica e in cui la “t” veniva pronunciata come “r”; il nome Vetonica, o Vettonica, o anche Betonica o Bettonica stava ad indicare la provenienza dalla Vettonia (o Vetonia), antica Regione della Lusitania, l’attuale Portogallo. L’epiteto persica è riferito all’area geografica di origine di questa specie, che comprendeva la Regione caucasica e l’Asia sudoccidentale. La specie della Veronica persica è considerata l’infestante a diffusione più massiccia fra le specie appartenenti a questo genere, assai dannosa per gli effetti di competizione che esercita, specie sul frumento, anche perché nasce molto presto, in autunno, ed è già in completo rigoglio vegetativo a fine inverno
Si conosce un uso Cosmetologico della pianta
Con le cime di varie specie di Veronica, lasciate in infusione in acqua bollente, filtrate e raffreddate, si ottiene una lozione tonica per il viso, utilizzabile anche come dopobarba e che può essere conservata per qualche giorno in frigorifero.
C’è anche un uso Farmacologico
Una serie di studi farmacologici del 2002, svolti in Giappone, su cinque specie di Veronica, fra cui Veronica persica, ha messo in evidenza l’attività antinfiammatoria e citotossica degli estratti.
Medicina alternativa e Curiosità
La saponina, contenuta in questa come in altre congeneri, conferisce proprietà espettoranti ed anticatarro, nelle affezioni delle vie aeree. La sostanza amara esercita azione tonica e stomachica.
Nella medicina popolare della Turchia varie specie di Veronica, fra cui V. persica, sono utilizzate come blando diuretico, antireumatico e per lavare le ferite.
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AVEZZANO OVINI STERMINATI DA UN’EPIDEMIA. E’ LO SPETTRO DELLA “LINGUA BLU”?

by Amministratore 6 Marzo 2013

Siamo abituati a vedere mandrie di ovini per il territorio di Lucoli ed è per questo motivo che riportiamo questa notizia che ricalca i giornali locali da qualche giorno e rappresenterebbe una seria minaccia alla pastorizia se fosse confermata la patologia.
Magliano dei Marsi.
Tutto è cominciato con una lettera accorata degli allevatori che chiedono al sindaco la possibilità di poter utilizzare l’inceneritore per centinaia di capi ovini sterminati.
E’ quello che sta accadendo in questi giorni in due strutture di Magliano dove i proprietari sono preoccupati che possa trattarsi dell’epidemia di blue tongue, la “lingua blu”.
La malattia tanto temuta dagli allevatori ritorna ad aleggiare fra le aziende del territorio.
La sospetta sintomatologia è stata riscontrata nei giorni scorsi in ben due allevamenti alla periferia del paese. Sono così scattati i controlli da parte del servizio veterinario dell’azienda sanitaria locale che sta procedendo ad ulteriori accertamenti per verificare se la malattia che alcuni anni fa ha decimato gli allevamenti sia o meno ricomparsa. Gli esperti suppongono che possa trattarsi di altro, ma per avere certezze è necessario attendere l’esito delle analisi sui capi che potrebbe arrivare nei prossimi giorni.
Ma cos’è la “Blue Tongue” e quando si è manifestata in Italia?Dall’agosto del 2000 una malattia denominata “Blue Tongue” o “febbre catarrale degli ovini”, più comunemente conosciuta come “Lingua Blu”, impegna fortemente il mondo della zootecnia, la veterinaria, le amministrazioni e la politica.
Nel nostro Paese i primi casi si sono manifestati ad agosto del 2000 in Sardegna, probabilmente attraverso il trasporto di insetti infetti dal nord-Africa con la sabbia del deserto. A ottobre 2000 altri casi si sono manifestati in Sicilia e in Calabria. In Calabria l’infezione è stata introdotta, molto probabilmente, da animali importati dalla Sardegna in un periodo precedente la messa in evidenza della malattia nell’isola e da qui essa si è estesa al resto dell’Italia meridionale e centrale. Dalla Sardegna l’infezione si è diffusa, inoltre, in Toscana e nel Lazio ed ora forse in Abruzzo.
La Blue Tongue non è una zoonosi. Essa, pertanto, non è trasmissibile all’uomo, né direttamente o tramite insetti, né attraverso l’alimentazione con carni, latte o formaggi derivanti da animali ammalati. Le carni, il latte e i formaggi in commercio sono pertanto sicuri. Il virus della Blue Tongue è trasmesso da insetti molto piccoli, i Culicoides, che pungono gli animali per cibarsi del loro sangue.
Sia che la malattia arrivi in una zona attraverso gli insetti infetti, sia che vi arrivi con animali infetti, i culicoidi locali si infettano e poi, a loro volta, infettano altri animali, e così via.
Il virus ha fatto nei secoli un lungo viaggio tra i continenti: i primi casi furono segnalati in Sud Africa fra il 1652 e il 1870, quando vennero immesse pecore di razza Merinos ed altre razze europee. Dalla metà alla fine del Novecento si è diffusa mano, mano nel Mediterraneo Orientale, in Grecia, nella Penisola Iberica ed infine, ai Balcani e lungo le sponde sud e nord del Mediterraneo occidentale. Del virus della “Blue Tongue” sono conosciuti 24 diversi sierotipi. Un animale che si infetta con un sierotipo è immune nei confronti di quel sierotipo, ma resta recettivo nei confronti degli altri. Il virus infetta, oltre agli ovi-caprini, che si ammalano, anche i bovini e alcuni ruminanti selvatici. Gli ovi-caprini si ammalano e possono morire. Gli animali che sopravvivono alla fase acuta della malattia; possono, però, andare in contro ad un lento processo di deperimento con esito spesso infausto e perdite notevoli di produzioni. I bovini invece, salvo rarissimi casi, non si ammalano. Essi, tuttavia, possono infettarsi, cioè albergare nel sangue il virus per un periodo piuttosto prolungato, almeno 60 giorni, durante il quale lo possono cedere ai Culicoides che li pungessero. Gli insetti, quindi, una volta infettatisi anche loro, trasmettono il virus a nuovi animali tramite la puntura.
Le manifestazioni cliniche possono avere varie forme. Si va da quelle più vistose, che sono le più frequenti negli ovini, a quelle in cui non si osserva alcun sintomo, come già detto per i bovini. Negli ovini la febbre alta, fino a 42° C, è il primo sintomo che compare e dura in genere una settimana. Il virus colpisce anche l’apparato boccale degli animali e impedisce loro di nutrirsi, e quindi si osserva una rapida perdita di peso, inappetenza e depressione. Le labbra sono arrossate così come la lingua e le gengive e, in un secondo tempo, possono diventare cianotiche e presentare delle erosioni su tutta la superficie.
A questo punto possono comparire le caratteristiche lesioni che hanno dato il nome lingua blu alla malattia e cioè la lingua diventa tumefatta e cianotica e acquisisce una colorazione bluastra. La testa dell’animale appare tumefatta e dalle narici può fuoriuscire uno scolo nasale. Anche gli arti vengono colpiti, in particolare quelli posteriori (si osserva nella pecora malata una pronunciata zoppia). Le lesioni tendono ad aggravarsi e l’animale può morire per le imponenti emorragie causate dal virus o per complicazioni batteriche.
La mortalità varia dal 2% al 50% ed oltre dell’effettivo aziendale, in base alla razza, alle condizioni degli animali (stato generale, età, alimentazione, corretta gestione aziendale) ed al sierotipo virale coinvolto.
Per gli animali che si ammalano non esiste nessuna terapia efficace. Possono essere prese alcune precauzioni per proteggere, per quanto possibile, gli altri animali dell’allevamento. É importante però, nelle zone infette e in quelle dove vi è il rischio che la malattia possa diffondersi, prevenire la Blue Tongue vaccinando gli animali.
Al primo sintomo o sospetto della presenza della “Lingua Blu” inoltre bisogna immediatamente fare la denuncia al servizio veterinario della competente Azienda USL. Questo si attiverà, con la massima urgenza, perché siano messe in atto tutte le misure di profilassi e controllo della malattia previste dalla legislazione vigente.
In Abruzzo la prima segnalazione delle morti negli allevamenti è stata inviata alla Asl Avezzano, Sulmona, L’Aquila, al settore veterinario competente, che, in pochi giorni, ha effettuato ispezioni e sopralluoghi e procedendo a prelievi di campioni dagli animali al fine di far effettuare le analisi necessarie all’istituto zooprofilattico di Teramo. I tecnici dell’ufficio veterinario della Asl, ovviamente, hanno chiesto una serie di esami al fine di acclarare la causa delle morti degli animali e provvedere per tempo e al meglio possibile in qualsiasi caso. C’è da dire, comunque, che, anche se in modo non ufficiale, dall’ufficio della Asl arriva un certo ottimismo. La Asl ritiene che la sintomatologia e la dinamica delle morti avvenute nei due impianti del maglianese fanno pensare a patologie tipiche degli allevamenti facilmente risolvibili. Il responso dell’istituto teramano, comunque, potrebbe arrivare nei prossimi giorni e chiarire l’origine delle morti di ovini.
Culicoides

Lo   smaltimento   degli animali   deceduti    attraverso   l’utilizzo di un inceneritore costituisce un modo per facilitare la vita agli allevatori, ma anche di salvaguardare i loro allevamenti con interventi efficaci e veloci. Sarebbe un provvedimento in grado di evitare danni per centinaia di migliaia di euro che, in un periodo di fortissima crisi, come quello che stiamo vivendo, significherebbe la fine per qualsiasi tipo di azienda. Ed eviterebbe anche il diffondersi del contagio.
Per saperne di più:
http://www.salute.gov.it/dettaglio/pdFocus.jsp?id=147&area=alimenti&colore=3
http://www.iltempo.it/abruzzo/2013/03/05/muoiono-ovini-e-allarme-lingua-blu-1.1115538
http://www.ageabruzzo.it/2013/02/abruzzo-zootecnia-vaccino-lingua-blu-ha-fatto-fallire-imprese-23229
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IL SEGNO CHE RIMANE. Antonio Cordeschi: Vita d’un uomo nella sua città

by Amministratore 1 Marzo 2013
Antonio Cordeschi
Sabato 2 marzo, alle ore 16.45, all’Auditorium del Parco del Forte Spagnolo, verrà presentato il volume: 
“Il segno che rimane. Antonio Cordeschi: Vita d’un uomo nella sua città”.
Il professore Cordeschi (di latino e greco) era un rigoroso, puntiglioso, maestro di classicità, ma anche un uomo dalla cultura vasta che, negli ultimi anni, si era dedicato anche a studi e ricerche. Cordeschi ha formato generazioni di studenti aquilani e lucolani. Apparteneva a quel ristretto numero di insegnanti che formano, oltre che il sapere, anche la personalità. Con lui il solo modo per andare avanti era quello di studiare. Il latino e il greco, come la matematica e altre discipline, non consentono vuoti o anelli mancanti. Non si saltava nulla, perchè nelle traduzioni si doveva conoscere la lingua per portare a termine sensatamente la versione. E con Cordeschi le versioni erano pane quotidiano. L’allora giovane professore all’apparenza arcigno e scostante (in realtà gentile e preparatissimo) sapeva che il tallone d’Achille, per molti, era la grammatica studiata al ginnasio, spesso senza molta applicazione. E lì insisteva, inserendo nelle interrogazioni anche dettagli di grammatica, i tempi e i modi dei verbi, gli articoli. Un metodo che imbarazzava molti, anche i più bravi, ma in sostanza una lezione di rigore, di umiltà, di concretezza senza condizioni.
Grazie al professor Cordeschi, ancora oggi qualcuno di quegli studenti, è capace di tradurre un brano latino.
Il Professor Antonio Cordeschi era originario di Lucoli e fa parte in un certo senso della sua storia, nel libro qualche accenno c’è, nella parte dedicata ai ricordi del figlio Sandro, in cui si parla anche dei personaggi di cui la memoria ha conservato il nome e qualche frammento di volto. C’è Dario Soldati, c’è “Miciò”, ci sono altri che sono scivolati via quasi in silenzio e che hanno incrociato in modi diversi le strade di Antonio.
Perché è vero che lui si dichiarava aquilano, ma Lucoli era il suo posto del cuore, il posto “segreto”, del quale si poteva parlare solo tra amici e a bassa voce.
Lucoli, nello sfondo, era presente nelle parole e nei ricordi su Francesco Di Gregorio, nei suoi scritti sulla “Beatae Christinae Vita”, oltre che nei tanti articoli sparsi dovunque.
Trasparenze invernali a Lucoli – Campo Felice – foto di Roberto Soldati
Lucoli compariva sempre in trasparenza.

Il libro, nato per iniziativa di amici, studiosi ed ex-studenti, non vuole essere soltanto un omaggio alla figura del Professore Antonio Cordeschi, indimenticato insegnante di Greco e Latino al Liceo Classico per tante generazioni di aquilani e scomparso lo scorso anno, ma propone anche una visione sulla storia e sulla vita civile della città dell’Aquila, a partire negli anni del secondo Dopoguerra. Insieme con tanti compagni di viaggio, e anche con illustri avversari, il Professore si è infatti battuto per lo sviluppo della scuola e della cultura aquilana, come anche per la formazione di una coscienza civile non effimera e attenta alle esigenze di una realtà storicamente illustre e socialmente complessa come quella aquilana.
Nell’incontro del 2 marzo p.v., il professor Walter Cavalieri si occuperà di illustrare il contesto storico in cui le vicende della vita di Antonio Cordeschi si inseriscono; il dottor Walter Capezzali ricorderà, insieme con il professor Angelo Fabrizi dell’Università di Firenze, l’amico e lo studioso.
Tanti altri saranno gli interventi della serata, patrocinata dal Comune dell’Aquila, che sarà aperta agli interventi del pubblico e al dibattito sul valore culturale della Città.
1 Marzo 2013 0 comment
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S.O.S. PER IL CAMOSCIO D’ABRUZZO

by Amministratore 27 Febbraio 2013

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO, ALL’UNIONE EUROPEA, ALL’AGENZIA AMBIENTALE DELLE NAZIONI UNITE E AGLI ORGANISMI SOPRANAZIONALI IMPEGNATI NELLA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO NATURALE E STORICO

Il camoscio appennico (Rupicapra pyrenaica ornata) è un relitto glaciale proveniente dall’Asia rimasto isolato durante l’ultima glaciazione. Questo lo differenzia dal camoscio alpino e ne fa una delle specie più pregiate delle nostre montagne.
Da notizie dell’ultima ora si apprende con meraviglia e sconcerto che il Camoscio più bello del mondo, splendido endemismo appenninico salvato dal Parco Nazionale d’Abruzzo a prezzo di quasi un secolo di aspre battaglie, starebbe per subire un immotivato declassamento per iniziativa di tutti i Paesi Europei (Italia non esclusa), guidati dalla Danimarca, che ne discuteranno a Bangkok dal 3 al 14 marzo 2013, nell’incontro della Convenzione di Washington sulle specie in pericolo. L’animale non è più a rischio estinzione da qui l’iniziativa di un ‘declassamento’ che secondo alcuni lo potrebbe mettere in pericolo: oggi vivono oltre 1.500 esemplari grazie anche al lavoro del parco e alle leggi che lo hanno tutelato. Dopo la proposta di ‘declassamento’ il Parco Nazionale d’Abruzzo si è subito attivato formulando commenti e osservazioni nei primi giorni dell’anno, nella speranza del sostegno anche da parte della Autorità di gestione CITES nazionale in sede di Conferenza delle parti. «La proposta di review è in qualche modo da collegarsi alla decisione dell’UICN di modificare la categoria di rischio con cui era stata a suo tempo classificata la specie», spiega il commissario straordinario Giuseppe Rossi, «considerandola da endandered a vulnerable. Questo ovviamente a fronte dell’indubbio successo delle operazioni di reintroduzione che hanno consentito il formarsi di nuovi nuclei della specie nei Parchi della Majella, del Gran Sasso-Laga e dei Monti Sibillini portando il numero di effettivi a oltre 1500». 
Secondo il Centro Studi Ecologici Appenninici il provvedimento, che non ha alcuna seria ragione o fondata motivazione, sembra piuttosto frutto di limitata competenza e ancor più ridotta sensibilità ecologica: e potrebbe avere l’effetto di indebolire seriamente la tutela dell’animale, da sempre bramato da cacciatori e collezionisti di trofei, esponendolo così a rischi non del tutto remoti di futuri permessi di quote cacciabili o di immediata corsa al bracconaggio. Verrebbero così vanificati gli sforzi di quanti, fin dal secolo scorso, si erano prodigati per la salvezza di questo gioiello della fauna italiana. Il Camoscio infatti, descritto come Rupicapra ornata da Oscar Neumann nel 1899, era stato purtroppo decimato da deforestazione, caccia e bracconaggio sulle altre montagne d’Abruzzo dove viveva in passato (nel Gran Sasso l’ultimo individuo sopravvissuto era stato abbattuto fin dal 1892). E riuscì infine a sopravvivere soltanto, in numero ridotto, nell’impervia zona della Camosciara, dove nel 1913 non ne rimanevano forse che 15-30 superstiti. Fu allora che, su pressante richiesta del mondo della cultura e della scienza, il Re Vittorio Emanuele III emanò un Decreto di protezione della specie, la cui tutela sarebbe stata poi assicurata dall’ormai nascente Parco d’Abruzzo, istituito su iniziativa privata nel 1922 e poi riconosciuto con legge nel 1923. Il Camoscio d’Abruzzo potè così riprodursi, moltiplicarsi e colonizzare le montagne circostanti, anche se piuttosto lentamente a causa del bracconaggio e delle ripetute crisi del Parco, dovute anche alla soppressione dell’Ente nel ventennio fascista e poi al drammatico periodo bellico. Ricostituito l’Ente nel 1952, non mancarono altri periodi di grande difficoltà: ma nel 1969, nominato dopo una lunga parentesi di inattività il nuovo Direttore Franco Tassi, iniziò la vera rinascita e “redenzione” del Parco. Si contavano all’epoca circa 150-200 capi dell’ungulato, che con la ripresa della tutela tornarono a crescere costantemente, giungendo poi a superare i 500 individui negli anni Novanta. Fu allora che il Parco, superando molti ostacoli, avviò un vasto programma di ricostituzione di nuclei di camosci al Gran Sasso e alla Maiella, registrando un notevole e crescente successo. Nell’anno 2012, il numero di individui presenti allo stato libero nei Parchi d’Abruzzo, Maiella, Gran Sasso, Sirente-Velino e Monti Sibillini, e nelle varie Aree Faunistiche collegate ha toccato finalmente le due migliaia, realizzando l’ambizioso obiettivo di raggiungere tale livello, alle alte quote, al principio del Terzo Millennio (2000x2000x2000). La cancellazione del Camoscio dall’Allegato I della Convenzione di Washington, che assicurava la sua massima tutela, renderebbe più incerto il futuro di questa straordinaria peculiarità della fauna italiana. Ma si tratta dell’inevitabile conseguenza della incomprensibile miopia di operatori, biologi, accademici e istituzioni, che non hanno mai riconosciuto che Rupicapra ornata costituisce un’ottima specie. Eppure la sua evidente diversità era stata ampiamente e ripetutamente dimostrata in ogni sede possibile, e persino in centri visita, mostre, pieghevoli, riviste e … perfino nei francobolli. Il Comitato Parchi Nazionali, il Centro Studi Ecologici Appenninici e il Gruppo Camoscio Italia invitano quindi tutte le autorità e le istanze competenti a riconsiderare attentamente la questione, riconoscendo al Camoscio d’Abruzzo, talvolta denominato anche Camoscio appenninico, la dignità e lo status di specie autonoma, come è stato in più occasioni scientificamente dimostrato per le peculiari caratteristiche ecologiche, etologiche, morfologiche e genetiche, nonché biogeografiche, oggetto di studi accurati e dirimenti, in merito ai quali una documentazione più completa verrà prossimamente diffusa. Rivendica per questa specie straordinaria il nome italiano esclusivo di Camoscio d’Abruzzo, corrispondente all’originale denominazione Rupicapra ornata (Neumann 1899). Sollecita istituzioni e mezzi di informazione a far conoscere meglio l’importante questione zoologica, coinvolgendo l’opinione pubblica affinchè sostenga la richiesta, sottolineandone la grande importanza nell’interesse del nostro Paese.
Lettera scritta dalla Federazione Nazionale Pro Natura al Segretario Generale del CITIES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora)

Lettera scritta dalla Federazione Nazionale Pro Natura al Ministro Clini
Il prossimo congresso del 3-14 marzo in cui si discuterà del Camoscio d’Abruzzo


27 Febbraio 2013 0 comment
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RANDAGISMO EQUINO A LUCOLI: CHI DEVE ARGINARLO?

by Amministratore 24 Febbraio 2013

E’ storia nota a Lucoli quella del pascolo vagante e del randagismo equino.
Nel 2010 il Sindaco di Lucoli emise un’ordinanza che disponeva la cattura degli animali per i pericoli derivanti alla circolazione stradale. Per tale motivo, oltre che per ridimensionare il fenomeno del pascolo abusivo vagante di equini, ma anche di bovini, i Forestali del Comando della Stazione di Lucoli, intervennero soprattutto in prossimità della Statale 696 nel tratto che collega Campo Felice allo svincolo autostradale della A24 sequestrando bestiame. 
Gli animali sequestrati furono mantenuti presso la stalla di un privato al costo di 120 euro al giorno cadauno, ivi compresi i costi di guardiania. I cavalli catturati furono messi all’asta e probabilmente ricomperati da quegli stessi proprietari che non li avevano microchippati e riscattati per non pagare le sanzioni amministrative.
Il fenomeno si è riproposto nel 2012 in primavera, in autunno ed è pienamente in corso in questi giorni, le mandrie vagano sul territorio in cerca di cibo.
La nostra Associazione ha rimesso all’autorità giudiziaria una denuncia contro ignoti per pascolo abusivo ed atti vandalici che hanno causato ingenti danni al Giardino della Memoria, bene comune donato alla Comunità locale e curato dai suoi soci. 
Da dicembre scorso non si hanno notizie degli esiti delle indagini a livello locale. 
Un allevatore, che si è dichiarato non responsabile diretto dei danni attraverso le sue bestie, ci propose di indennizzarci con due delle piante spezzate (40€), a puro titolo di buona volontà, visto il valore simbolico del Giardino della Memoria. 
Ci saremmo aspettati un’indagine con degli esiti acclarati da parte dei Carabinieri e del Corpo Forestale: ci chiediamo se sia così difficile vigilare, seppur in un territorio ampio come quello di Lucoli e dare un’appartenenza precisa alle mandrie in evidente stato di randagismo.
Cavalli che hanno danneggiato il Giardino della Memoria davanti all’Abbazia di San Giovanni

Oggi a Lucoli il problema delle mandrie vaganti si sta facendo sempre più preoccupante. Le mandrie equine hanno prodotto danni a Casamaina (ad alcune auto) a Colle ai MAP, rappresentano un rischio per la salute pubblica, poiché gli animali non risultano sottoposti alla prevista profilassi veterinaria e danneggiano l’integrità dei terreni e dei pascoli in cui gli animali si stabiliscono senza alcun controllo. 
Venerdì 22 u.s. un cavallo è stato investito sulla strada presso Collefracido, la povera bestia è probabilmente morta.

Stazionando sulle carreggiate i cavalli rappresentano un pericolo per l’incolumità fisica degli automobilisti.

Molti lucolani si sono rivolti alle autorità (Polizia che ha rimandato al Corpo Forestale) per denunciare il fenomeno che si ripropone senza controllo.

Ricordiamo che tale fenomeno di pascolo abusivo è proibito dalla legge n. 320 del 1954 ed è perseguibile in base al dettato dell’articolo n. 636 del Codice penale, che vieta l’introduzione e l’abbandono di animali su terreni altrui e la pratica del pascolo abusivo. 

Ci chiediamo se si vuole veramente affrontare e risolvere il problema.

 

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IL GOVERNO CHE VERRA’ E L’AMBIENTE. QUALI I PROGRAMMI?

by Amministratore 23 Febbraio 2013
Campo Felice (Lucoli – AQ) un tesoro ambientale da proteggere
Il cartello delle Associazioni ambientaliste, tra le quali la Federazione Nazionale Pro Natura alla quale NoiXLucoli è federata, ha incontrato i partiti prima delle elezioni.
Il cartello di 7 associazioni ha incontrato i leader di partito Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile), Roberto Maroni, (Lega Nord Padania), Nichi Vendola (Sel) e complessivamente 19 candidati alle elezioni nazionali.  Il documento alla base del confronto, i resoconti degli incontri raccolti nel “Diario elettorale 2013” e la analisi “L’ambiente nei programmi e nelle agende” sono disponibili on-line sul nostro sito e sui siti delle associazioni per chiunque voglia farsi un’idea del grado di sensibilità ambientale dimostrata da partiti, liste, movimenti. 
Gli incontri sono stati avviati lo scorso 31 gennaio e si sono conclusi il 20 febbraio. I contenuti più importanti dell’Agenda ambientalista trattati in questi incontri e che sono serviti per valutare i contenuti dei programmi, sono stati:
1. l’esigenza di redigere una Roadmap nazionale di Decarbonizzazione e di uso efficiente delle risorse nella produzione dell’energia elettrica, nei trasporti, nell’industria e nei servizi che sostengano la Green Economy;
2. fissare l’Obiettivo del 100% Rinnovabili procedendo alla chiusura progressiva delle centrali alimentate con combustibili fossili, e rinunciando a ogni piano di trivellazioni petrolifere off shore; 
3. integrare la Strategia nazionale sulla biodiversità (l’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità) approvata nell’ottobre 2010 con la programmazione nei diversi settori economici;
4. definire un Piano nazionale della mobilità che superi l’insostenibilità economico e ambientale del Primo Programma delle infrastrutture strategiche, abbandonando il progetto del Ponte sullo Stretto e l’AV Torino Lione;
5. elaborare una nuova legge di Governo del territorio, che aggiorni la disciplina urbanistica ferma al 1942 e pervenire ad una normativa sul consumo del suolo che usi la leva fiscale per disincentivare l’espansione edilizia e incentivare la riqualificazione del patrimonio esistente;
6. introdurre tra i principi fondamentali della Costituzione la tutela dell’ambiente e garantire un’adeguate tutela penale dell’ambiente; 7. procedere ad una Programmazione integrata dei beni e delle attività culturali sollecitando la piena collaborazione tra Stato e Regioni;
8. varare un Piano della Qualità per il settore turistico che valorizzi i beni culturali e ambientali;
9. ripristinare i tagli al Bilancio del ministero dell’ambiente, ultimo tra i dicasteri con portafoglio, portando il bilancio dagli attuali 450 milioni di euro (nel 2009 il bilancio del Ministero ammontava a 1,2 miliardi di euro) ad almeno700 milioni di euro.

 



Cliccare sui simboli delle Associazioni per visualizzare il documento

 

 
23 Febbraio 2013 0 comment
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