NOI X LUCOLI
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Tavola rotonda: Strategie di Conservazione dell’Orso bruno marsicano. Roma, 4 marzo 2014

by Amministratore 4 Marzo 2014

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“E’ innegabilmente il simbolo dell’integrità, della pace, libertà e bellezza delle nostre montagne.
Al di là delle leggi nazionali ed internazionali che lo tutelano l’Orso bruno, ed in particolare la popolazione di Orso bruno marsicano dell’Appennino centrale è per tutti gli italiani che amano la natura l’animale da salvare.
Protetto e scelto a simbolo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, l’Ursus arctos marsicanus viene studiato e monitorato da anni da valenti ricercatori dell’Università di Roma, che hanno analizzato lo status e la salute della popolazione dal punto di vista genetico e formulato le necessarie raccomandazioni per la sua conservazione a lungo termine, che hanno trovato spazio, sotto l’egida del Ministero dell’Ambiente, nella stesura di un Piano di Azione nazionale per la Tutela dell’Orso bruno marsicano, che oggi conta circa 40 esemplari allo stato libero.
Questo impegno ha visto la fondamentale partecipazione, tra gli altri, degli esperti dell’Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale, del Servizio Scientifico del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Corpo Forestale dello Stato e, non ultimo, del WWF Italia, che da anni sostiene con le sue campagne di sensibilizzazione la salvaguardia di questi animali.
Malgrado questi sforzi, l’Orso bruno marsicano è a tutt’oggi ad alto rischio di estinzione. Anche di recente, alcuni soggetti sono stati trovati uccisi, vittime dell’ignoranza e della barbarie umana; il territorio in cui questi animali possono vivere in libertà e sicurezza è limitato; l’eventualità di epidemie o di altri imprevedibili eventi crea motivate ragioni di preoccupazione per la sopravvivenza di una popolazione, in fondo così limitata numericamente. In questo quadro, negli ultimi mesi sono state avanzate ipotesi di intervento con tecniche di conservazione ex situ – captive breeding e/o crioconservazione del seme – da parte della Società di Storia della Fauna “G. Altobello”, che hanno suscitato reazioni più o meno positive fra gli scienziati e gli appassionati della materia.
Nella consapevolezza che la conservazione delle specie minacciate può essere perseguita con successo solo unendo le forze di tutti coloro che intendono sostenerla e di quanto sia importante lanciare messaggi chiari ed univoci, ma soprattutto validi sul piano scientifico, sia al grande pubblico che alle Istituzioni, il Museo Civico di Zoologia di Roma ha organizzato una Tavola Rotonda, in cui tutte le parti interessate potranno avere l’opportunità di confrontarsi.
L’evento ha trovato ispirazione ed incoraggiamento non solo da parte dello stesso Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, ma anche dell’Unione Italiana Zoo ed Acquari, che da anni sostiene attraverso attività di educazione e di raccolta fondi la conservazione di questo fantastico mammifero e che coopera con il Progetto Europeo di Conservazione dell’Orso bruno, i cui coordinatori parteciperanno al dibattito con l’apporto della loro preziosa esperienza.

Interverranno (in ordine alfabetico):
Luigi Boitani (Università di Roma “La Sapienza” e Comitato Direttivo SSC/IUCN)
Massimo Capula (Museo Civico di Zoologia e Comitato Scientifico WWF Italia)
Paolo Cavicchio (Giardino Zoologico “Città di Pistoia” e European Association of Zoo and Wildlife Veterinarians)
Paolo Ciucci (Università di Roma “La Sapienza” e Comitato Direttivo Progetto Life ARCTOS)
Eugenio Duprè (Ministero Ambiente, Comitato Tecnico Scientifico Network Nazionale per la Biodiversità)
Dario Febbo (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)
Barbara Franzetti (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)
Leonardo Gentile (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise)
Spartaco Gippoliti (Primate Specialist Group della SSC/IUCN)
Corradino Guacci (Società di Storia della Fauna “Giuseppe Altobello”)
José Kok (Fondazione Alertis, Amsterdam; Studbook dell’Orso Bruno Europeo; EAZA Bear TAG e Bear International)
Lydia Kolter (Università di Colonia e Giardino Zoologico di Colonia; EAZA Bear TAG; Studbook dell’Orso Bruno dagli occhiali; Bear Specialist Group SSC/IUCN)
Anna Loy (Università degli Studi del Molise)
Marco Panella (Ufficio Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato)
Massimiliano Rocco (WWF, Progetto Life ARCTOS)
Cesare Avesani Zaborra (Parco Natura Viva e Unione Italiana Zoo ed Acquari)”.

http://www.museodizoologia.it/it/attivita/incontri-e-convegni/orso-bruno-marsicano
 
***
VANNO BENISSIMO TUTTE LE AZIONI DI SENSIBILIZZAZIONE COME LE TAVOLE ROTONDE MA SI FACCIA CONCRETAMENTE QUALCOSA PER NON VEDERE PIU’ QUESTE SCENE.
Giovane orso di tre anni investito sull’A24 presso lo svincolo di Tornimparte – 25 aprile 2013
 
4 Marzo 2014 3 comments
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LA TRADIZIONE DELL’ASCENSIONE A LUCOLI E NELL’AQUILANO

by Amministratore 13 Maggio 2013
La festa religiosa dell’Ascensione, era un tempo molto sentita a Lucoli. 
L’Ascensione è una delle festività più solenni del calendario liturgico che ricorda l’ultimo episodio della vita terrena di Gesù che quaranta giorni dopo la sua morte salì al cielo. In questo giorno, ogni Frazione, portava in processione il proprio Santo protettore, caricato a spalla e seguito dalle varie comunità, tutti andavano verso l’Abbazia di San Giovanni Battista, dove si svolgeva la funzione religiosa. Tutti i Santi venivano disposti ai piedi dell’altare per rendere omaggio al Santo patrono, e alla fine della messa si svolgeva una grande processione con in testa San Giovanni.

1982 la statua della Beata Cristina viene portata in processione per le vie di Colle di Lucoli (foto di Fabrizio Soldati)

In passato l’onore di portare i Santi nella processione era molto ambito e spesso fieramente conteso. Come scrive Finamore: “si formavano tante squadre di uomini e di donne quante sono le statue dei Santi e delle Sante; ma, quando pare che la sfilata cominci, un alterco la ritarda; ed é per una nuova squadra, che avendo offerto alla chiesa un prezzo maggiore per portare una data statua, i primi litigano coi secondi; e si può credere che le sconfitte non sono prese in santa pace”. Alla fine della festa, ogni Santo ripartiva con i parrocchiani per essere riportato nelle propria chiesa.
Il giorno dell’Ascensione, c’era l’uso di mangiare la tradizionale “cagliata”, cioè, latte fresco appena cagliato, usato come simbolo di purezza in quanto fatta con la parte più nobile del latte. In passato i pastori locali la producevano e la regalavano a tutti gli abitanti del paese.

La cagliata

Le tradizioni popolari dell’aquilano sono variegate ne riportiamo alcuni cenni tratti dal libro: CREDENZE USI E COSTUMI ABRUZZESI” di Gennaro Finamore. 
La notte precedente all’Ascensione: “mettono recipienti – le boccalette – con acqua sui davanzali delle finestre, e la mattina, con quell’acqua benedetta da Gesù Cristo, devotamente si lavano”. Invece a Celano “con quell’acqua raccolta nelle bacinelle, non solo si lavano il viso al mattino, ma la bevono pure, perché fa bene al corpo e all’anima. La sera mettono alle finestre bicchieri di acqua con velame (albume) di uovo. La mattina in quei bicchieri vedono tante cose: immagini di santi, chiese, vasi di fiori, alberi fioriti, frutta, montagne di neve, buoi, cavalli…; E il vedere siffatte cose é di ottimo presagio. Ma, guai se si vedesse qualche cosa di lugubre: un teschio, una bara!”. Nella tradizione di Pescina, “dall’Ave Maria all’alba, i popolani espongono sulle finestre: abiti, coperte, anelli, collane, nonché abitini e immagini di santi non benedetti. Li benedirà Gesù Cristo, e saranno cose sacre più che mai”. Sempre a Pescina, “gli animali macellati sono coperti di fiori; i quali, benedetti col passare della processione, comunicano a quelle carni, oltre alla soavità dell’odore, qualcosa di divino”.
Il cibo rituale dell’Ascensione, comune anche a Lucoli era rappresentato “dai latticini freschi (latte, quagliata, giuncata, ricotta). In quel dì non si fa cacio. Chi ha vacche o capre o pecore lattaie, fa bere alle bestie appena nate la maggior parte del latte, e quel che avanza usa per la famiglia o regala o dispensa ai poveri. Se di quel latte facesse cacio, le bestie lattaie lo perderebbero”.
Interessante una testimonianza citata dall’autore riguardante  Roccaraso “la pioggia, nell’Ascensione, è indizio di abbondante raccolta. Se piove nell’Ascensione, pioverà per 40 giorni”.

A Villavallelonga (AQ) la tradizione racconta che dopo la Messa solenne dalla chiesa della Madonna delle Grazie prendeva avvio una processione con la statua di Cristo Risorto; durante il tragitto i bambini gettavano fiori sulla strada decorata con immagini sacre, realizzate con petali multicolori. Giunti all’Ara del Colle si benedicevano i campi circostanti e si invocavano piogge benefiche per un prospero raccolto onorando il detto: “Quando all’Ascenza piove ogni coppa nove”. Durante il ritorno in chiesa i fedeli raccoglievano i petali che portavano nelle case e durante i forti temporali li gettavano sulla strada perchè, secondo la credenza popolare, i petali dell’Ascensione avevano la virtù di sedare la violenza delle piogge. All’ora di pranzo alcune famiglie di proprietari terrieri preparavano i “cicegranate”, una minestra di cereali, e la distribuivano ai vicini di casa come pratica propiziatoria per una stagione favorevole e per un abbondante raccolto. L’usanza ricorda la “pignata di maggio” quando si preparava una minestra con i legumi rimasti dall’inverno e la si offriva ai poveri come augurio per una buona annata.
Oggi, 12 maggio 2013 il Pastore Luigi Peretti di Lucoli ha invitato conoscenti ed amici ad andare a prendersi la “cagliata”, lo stesso ha fatto il Caseificio Campofelice: un buon modo per mantenere la tradizione. 

13 Maggio 2013 0 comment
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La libertà soppressa e poi riconquistata è più dolce della libertà mai messa in pericolo (Cicerone). La memoria della resistenza a Lucoli.

by Amministratore 8 Maggio 2013
Pensando al vicino contesto aquilano sono in molti a pensare che forse per paura o per quieto vivere, la città dell’Aquila (città di per sé conservatrice) preferì chinare il capo dinanzi all’occupazione tedesca.
Episodi di ribellione come quello dei Nove Martiri rappresentano infatti un’eccezione ed è fuor di dubbio che i partigiani e coloro che li aiutarono furono una sparuta minoranza.
Fu soprattutto per iniziativa di ex-militari che, all’inizio del 1944, si costituì una modesta formazione di partigiani (la banda “Giovanni Di Vincenzo”), composta da una trentina di elementi nascosti sui monti circostanti ed operante, con sporadiche iniziative, su un territorio pedemontano molto ampio che va da Arischia fino a Barisciano.
Altra formazione di una certa consistenza fu la banda della “Duchessa”, operante invece proprio sul territorio di Lucoli oltre che a Tornimparte e Campo Felice. La banda era comandata da Luigi Marrone, un tenente medico reduce dalla Jugoslavia; essa ebbe l’appoggio della Guardia di Finanza dell’Aquila, che forniva assistenza con rifornimenti di viveri e con l’aiuto ai feriti. La banda era formata da persone locali e da ex prigionieri inglesi e slavi.
Come in molte altre parti del Paese, anche la resistenza aquilana fu animata principalmente da elementi filo-comunisti, i quali si batterono contro il nazifascismo anche per realizzare il loro sogno di poter contestualmente cambiare l’assetto della società.
Tutta questa realtà resistenziale ebbe carattere strettamente locale, mancò di un seppur minimo coordinamento e non sempre seppe conquistarsi le simpatie della popolazione, senza il cui appoggio il partigiano ha scarse possibilità di sopravvivenza e nessuna capacità di iniziativa.
Molti storici hanno espresso giudizi non lusinghieri verso i partigiani locali, giudizi non dettati da valutazioni politiche ma sostenuti su concreti dati di fatto. Talvolta i partigiani erano considerati degli opportunisti, degli esibizionisti sempre pronti alla fuga, dei predatori più avidi degli stessi tedeschi.
Senza voler trarre noi delle conclusioni, ci limitiamo a riflettere sulle parole scritte da Enzo Biagi : “Certo, la Resistenza ha delle pagine altissime e delle pagine miserabili. Era fatta da uomini (…) La Resistenza fu determinata soprattutto dalla chiamata alle armi da parte della repubblica sociale, perché per gli italiani la guerra era finita l’8 settembre. Quella fu la grande illusione. Perché la guerra continuava e c’è stato un momento in cui uno doveva scegliere. Da una parte o dall’altra. Qualcuno ha fatto il partigiano per convenienza? Può darsi. Altri lo hanno fatto per seguire un ideale. (…) E’ vero, alla resistenza partecipò una minoranza esigua della popolazione. Ma anche il Risorgimento fu fatto da una minoranza, se ricordo bene. E anche la marcia su Roma. E anche la Rivoluzione russa: non mi pare che Lenin avesse attorno una grande compagnia.” 
Ci sembra tuttavia importante sottolineare che insieme ad una sparuta e contestata resistenza armata, ci fu anche nel territorio di Lucoli un’ampia resistenza anti-tedesca, in alcuni casi, non violenta e sempre e comunque collegata con le azioni dell’aquilano.
Essa fu espressa ad esempio dalle iniziative sorte negli ambienti cattolici che facevano capo all’arcivescovo Confalonieri, che il professor Colapietra ci descrive come “l’unico arcivescovo di eccezione avuto dall’Aquila in tutto il Novecento”. Basterebbe citare in proposito l’ospitalità che fu concessa da conventi, come quello cappuccino di San Giuliano, a militari in fuga, perseguitati politici, ex-prigionieri di guerra alleati. 
Il rapporto della città con il clero è stato particolarmente importante negli anni del conflitto, poiché ha influito su svariati aspetti della realtà bellica, nonché su numerose vicende di ordine umano e morale. 
Momento fondamentale della vita religiosa aquilana fu l’arrivo in città di Monsignor Carlo Confalonieri, già uomo di fiducia di papa Pio XI, la cui permanenza a L’Aquila si protrasse per circa un decennio (1941-1950), finchè non fu nominato cardinale e tornò a Roma. Egli stesso scrisse un libro intitolato “Un decennio aquilano”.
La presenza di questo eccezionale personaggio dal grande fascino anche esteriore, durante i difficili anni della guerra salvò più volte L’Aquila da inutili tragedie. 
Annotiamo una nostra personale esperienza associativa ed umana relativa alla famiglia Confalonieri: il nipote del Vescovo Confalonieri, oggi  anche lui vescovo,  nostro tramite si è adoperato durante la fase emergenziale post sisma per la comunità di Lucoli, facendo dono di elettrodomestici per la tendopoli di San Menna.
Senza dubbio, però, il caso più clamoroso di resistenza non violenta nella nostra zona (e nell’intero Meridione) fu quello dell’aiuto prestato da centinaia di civili agli ex-prigionieri di guerra alleati.
Nonostante la sua pericolosità, questo aiuto fu estremamente diffuso. Perché? Forse per opportunismo o per paura (gli Alleati erano ormai a ridosso della Provincia dell’Aquila), forse per convinzione politica, ma soprattutto, è fuor di dubbio, per un profondo senso di umana solidarietà e di carità cristiana radicato nelle comunità locali. 

Nell’immagine precedente un testo importante edito da Franco Angeli ove trovare cenni sugli episodi di resistenza avvenuti a Lucoli.
La banda denominata della Duchessa (in USR, ufficio per il riconoscimento qualifiche e per le riconoscenze ai partigiani, busta 61) operava a Lucoli e a Tornimparte, tra i componenti vengono citati: Lorenzo Selli, e tra gli operativi il tenente Orlando Colafigli (che, con altri, il 18 ottobre trafugò armi dal municipio di Lucoli) e lo studente in medicina Fernando Mandrucciani.
Sempre il gruppo della Duchessa si rese protagonista di sabotaggi e sottrazioni di materiale bellico nel deposito di munizioni ed esplosivo (detto “Manfred”) posto per vari km lungo la strada da Genzano a Lucoli, potendo contare sulla collaborazione di infiltrati citati nelle persone di: Giorgio Vespaziani, interprete del comando posto a Lucoli (forse nella casa ove viveva il Prof. Cordeschi a Casavecchia?), Dante Aliucci, che faceva il doppio gioco a favore dei partigiani. Vespaziani venne poi catturato e condannato alla fucilazione, con altri (Fernando Madrucciani, Dario Zuccarini, Mario Celio) ma riuscì a fuggire (tranne Celio, ucciso il 31 maggio). Il carabiniere Ugo Ammanniti e l’alpino Benedetto Di Carlo furono intercettati mentre si recavano in montagna per raggiungere il gruppo partigiano e, su citazione delle storico Costantino Felice ed uccisi il 27 settembre 19443 (p. 222).
Formazione partigiana in movimento


Si ringrazia per l’aiuto fornito lo storico David Adacher, dell’Istituto Abruzzese per la Storia della Resistenza.

Per saperne di più:

WALTER CAVALIERI, L’Aquila – Dall’armistizio alla Repubblica 1943-1946, edizioni Studio 7 – l’Aquila, 1994

COSTANTINO FELICE, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, I.N.S.M.L.I.- I.A.S.I.F.R., Franco Angeli, 1993
http://www.colecchi.it/atlantememoria/resistenza/resistenza-aquilano.htm

8 Maggio 2013 0 comment
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DONATECI IL VOSTRO 5XMILLE PER MANTENERE IL GIARDINO BOTANICO DELLA MEMORIA

by Amministratore 1 Maggio 2013
Sono moltissime le associazioni no profit che vivono con i benefici de 5XMille
PERCHE’ DONARLO A NOIXLUCOLI ONLUS?
Gentile amica/o,
Anche quest’anno, compilando la denuncia dei redditi (modello Unico, CUD o 730), tutti i contribuenti potranno scegliere di destinare il 5 x 1000 (cinque per mille) delle proprie trattenute Irpef a sostegno delle associazioni non profit. 
Tutto ciò non costa nulla.
Ci rivolgiamo a te per invitarti ad utilizzare il tuo 5×1000 in favore dell’Associazione NOIXLUCOLI ONLUS nella compilazione delle prossime dichiarazioni dei redditi, apponendo una firma e indicando il nostro numero di codice fiscale 93047640664.

Questi fondi verranno utilizzati per mantenere il GIARDINO BOTANICO DELLA MEMORIA di Lucoli e per promuovere iniziative di salvaguardia dei beni comuni del territorio siano essi ambientali, storico architettonici o culturali.

In tre anni di esistenza in vita L’Associazione NoiXLucoli Onlus ha realizzato tutte le sue attività in autofinanziamento attraverso il contributo diretto dei suoi soci.

Il lavoro volontario è realizzato con le nostre mani ma richiede costanti investimenti per essere finalizzato e migliorato
La prima manutenzione primaverile del Giardino Botanico della Memoria.
Il lavoro dei volontari dell’Aquila: Renza Bucci e Pina Calì
I cultivar in via di estinzione del Giardino Botanico della Memoria di Lucoli in fiore.
Il progetto botanico necessita di cure costanti e manutenzione

 


Si avvicina la scadenza delle dichiarazioni dei redditi:

SOSTIENI I NOSTRI PROGETTI, FIRMA ED INDICA IL NOSTRO CODICE FISCALE: 93047640664.

1 Maggio 2013 0 comment
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IL GIARDINO BOTANICO DELLA MEMORIA DI LUCOLI COME CUSTODE DEI “FRUTTI DIMENTICATI” E DELLA BIODIVERSITA’

by Amministratore 22 Aprile 2013
Specie di antichi pomari in esposizione

Nell’ultimo secolo, in Italia, alcune specie di frutta come albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino hanno registrato una perdita di varietà del 75%, con punte massime per albicocco e pero, dal tasso di sopravvivenza varietale di appena il 12%. Nel solo Sud Italia, tra il 1950 e il 1983, è stato riscontrato che delle 103 varietà locali mappate durante il primo sopralluogo, solo 28 erano ancora coltivate poco più di trent’anni dopo. Perfino la vite da vino si è ”impoverita” nell’ultimo secolo: dalla ricostituzione dei vigneti dopo la diffusione della fillossera avvenuta a fine Ottocento, il numero dei vitigni, coltivati all’epoca in alcune migliaia (400 nella sola provincia di Torino), è sceso nel 2000 a circa 350, di cui 10 soltanto occupano il 45% della superficie vitata italiana.

A livello più generale, uno studio della FAO stima che tra il 1900 e il 2000 sia andato perduto il 75% della diversità delle colture. Inoltre, l’organizzazione delle Nazioni Unite prevede che entro il 2055, a causa del cambiamento climatico, scompariranno tra il 16 e il 22% dei parenti selvatici per colture importanti come arachidi, patate e fagioli. Sono alcuni dati che testimoniano l’importanza di tutelare la frutta e i prodotti agricoli della nostra storia, per salvaguardare la cultura italiana e al tempo stesso venire incontro all’esigenza, sempre più sentita, di mangiare cibi sani, privi di alterazioni e veleni. E’ l’argomento del seminario ”Frutti del passato per un futuro sostenibile” (allegata pubblicazione) organizzato dall’ISPRA, che si è tenuto il 19 aprile u.s. presso il ministero delle Politiche Agricole e Forestali. 
Al centro dell’incontro, possibilità e modalità di recupero delle colture perdute in una prospettiva futura. Per frutti del passato, antichi e dimenticati, si intendono quelli che negli ultimi 50 anni hanno conosciuto un lento e silenzioso abbandono, per l’affermazione della frutticoltura moderna o industriale. Si trattava di produzioni localizzate, selezionate in numerose varietà nel corso dei secoli; dovevano resistere a stress biotici causati da funghi, batteri, nematodi e insetti vari, perché non c’erano gli anticrittogamici, e a quelli abiotici dipendenti dalla disponibilità idrica e dalla qualità dell’acqua, dalla qualità della luce, dalla temperatura. 
La sottoutilizzazione delle colture porta anche un impoverimento culturale, tanto più in Italia, paese che per i prodotti di nicchia ha un ruolo importante, con oltre 200 produzioni certificate che rappresentano più del 20% del totale europeo. Le indicazioni geografiche sono una dimostrazione del legame tra territorio, cultura e agricoltura, ma va notato che la maggior parte della biodiversità coltivata e dei saperi tradizionali ad essa associati sono custoditi in una categoria di aziende in genere condotte da persone sopra i 65 anni (basti pensare ai titolari dell’Azienda agricola di S. Elia (AQ) che curano il nostro Giardino Botanico della Memoria). 
Finora, le attività di ”recupero” delle specie hanno portato a valorizzarne diverse, in funzione di mercati particolari. 
L’ISPRA, che ha dato il patrocinio al Giardino di Lucoli, fornisce il suo contributo pubblicando una serie di quaderni dedicati a ”Frutti dimenticati e biodiversità recuperata. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane”.


NoixLucoli Onlus ha impiantato un Giardino botanico della Memoria popolato di alberi da frutto di antiche varietà. E’ un opera adeguata, un monumento vivo e cambiante, un qualcosa di impermanente, mai uguale a ieri o a domani che somiglia perciò alla vita e che aiuta ad accettare ciò che è successo con il sisma del 2009, per quanto immensamente doloroso e terribile.

Il Giardino è un dono alla comunità attraverso le sue piante si è resa disponibile, immediatamente, come in un supermercato, una grande variabilità genetica che può contribuire a migliorare la qualità e la sanità di ciò che oggi mangiamo. Come già indicato le mele oggi in commercio sono riconducibili a tre o quattro varietà capostipiti, ciò anche per le susine, per le pere e così via: in gergo scientifico tale fenomeno viene definito erosione genetica ovvero riduzione della variabilità. E quando il corredo genetico è stretto, poco variabile, la vulnerabilità aumenta. Soprattutto davanti alle malattie. La nostra sicurezza, in tutti i sensi, dipende dalla variabilità genetica, dalla variabilità di specie e dalla variabilità di ecosistemi.

Di seguito elenchiamo le specie botaniche appartenenti alle antiche varietà presenti nel Giardino Botanico della Memoria di Lucoli.

 

22 Aprile 2013 0 comment
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IL CILIEGIO (PRUNUS AVIUM) COME MESSAGGERO D’AMORE

by Amministratore 21 Aprile 2013
Le testimonianze vegetali che accompagnano la vita degli uomini sono veramente interessanti e molto istruttivo è il libro del Prof. Aurelio Manzi: “Piante sacre e magiche d’Abruzzo”.
Ci piace riprenderne parti del testo volendole collegare agli alberi del Giardino botanico della memoria di Lucoli, in modo particolare ai ciliegi che la nostra Associazione ha piantumato recentemente e che ora sono in fiore.
Al ciliegio veniva affidata, secondo una tradizione abruzzese, la proposta amorosa.
“Il giovane spasimante intenzionato a manifestare le sue buone proposte di  matrimonio verso la fanciulla amata, nei tempi andati, era costretto a ricorrere ad espedienti diversi, spesso anche fantasiosi, in considerazione delle difficoltà ad avvicinare la ragazza, oppure a veri e propri rituali codificati previsti per questa delicata evenienza.
A Tornareccio, secondo quanto riferito da G. Finamore, (Tradizioni popolari abruzzesi 1884 – Ristampa a cura di Adelmo Polla Editore, Cerchio, 1986) il focoso giovane sradicava un alberello di ciliegio (Prunus Avium) con i frutti ancora attaccati. Di notte lo trscinava presso l’abitazione dell’amata, dove rimaneva fino alla mattina seguente in attesa dell’esito delle sue avances.
Se la famiglia era consenziente, l’alberello veniva accettato e custodito amorevolmente, altrimenti sarebbe stato scagliato lontano dalla casa con disprezzo”.
I fiori di ciliegio del Giardino Botanico della Memoria – Foto di G. Soldati
Uno dei nuovi alberi di cilegio piantumati in occasione del quarto anniversario del sisma del 2009 – Foto di G. Soldati
I ciliegi di Viale Regina della Pace in fiore – Foto di G. Soldati
21 Aprile 2013 2 comments
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TODD CAMBIO DI ORIGINI LUCOLANE HA CONTRIBUITO A REALIZZARE UNA RACCOLTA MUSICALE DI CANZONI DI EMIGRANTI ITALIANI NEGLI USA

by Amministratore 19 Aprile 2013



http://www.allmusic.com/album/paese-mio-bello-my-beautiful-country-historic-italian-american-recordings-1911-1939-mw0002506643

 


Link to the blog that is intended to make available recordings made by Italian performers in the early 20th Century. The majority of these recordings were made in New York by Italians who had immigrated to the U.S. Despite the fact that these discs are literally a record of the history of Italian Americans, they have largely been ignored by record collectors and scholars. The hope is that by bringing some of these recordings into the light, we can uncover some of our history.

I’m very pleased to present the compilation, Paese Mio Bello, which I produced for the JSP label along with the help of Henry “Hank” Sapoznik. This is the first collection of it’s kind, featuring 44 historic Italian-American recordings, 40 of which have been previously unreleased, at least since the original 78rpm records were issued. The selections were recorded between 1915 and 1939 and vary from traditional rural folk recordings to elegant divas singing the popular music of 1920’s and 30’s Italian-America. The discs have been expertly transferred and mastered by Adrian Cosentini.
The 2 CD set is available for purchase for $22. To order online and pay via PayPal, just click the link on the right. If you would like to order via US mail, please contact me at italian78s@gmail.com .
This work has been made by the contribution of Todd Cambio a guitar maker, record collector and musician with an interest in Italian music from the early 20th Century.
Todd Cambio was in Lucoli last year and wrote this worlds for our blog:

I am visiting Lucoli and L’Aquila from the United States to discover the history of my great grandparents, who immigrated from here in the early 1900’s.  Part of my trip has been to obtain documents pertaining to my great grandparent’s, primarily their birth certificates, the other part of my trip is to see the land where part of my family came from and to hopefully understand more about what their lives were like.  From the beginning of our trip in Rome, I have been blown away by the friendship and hospitality extended to my family and I.
Our friend Fabrizio picked us up in Rome and we made the trip to Lucoli. Our first stop was to the municipality, where I had the chance to meet and thank some of the people who have helped to uncover my family history.  Next we stopped at the shop of a local cheese maker, where we ate fresh mozarella made that morning.  The cheese was incredible, still warm and squeaky on the teeth, a quality which we use to judge the freshness in my home Wisconsin (a region of America known for its cheese)……..
http://noixlucoli.blogspot.it/2012/10/rediscovering-my-past-by-todd-cambio.html

Todd Cambio in Lucoli

19 Aprile 2013 0 comment
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E’ D’OBBLIGO L’ESCURSIONE NOTTURNA A CAMPOFELICE PER OSSERVARE LE LIRIDI

by Amministratore 16 Aprile 2013
Arrivano le prime stelle cadenti dell’anno, le Liridi. Il maltempo del mese scorso ha purtroppo rovinato a molti l’osservazione della cometa Pan-Starrs, nascosta per quasi tutto il tempo da immancabili nuvole.
Ma le Liridi promettono un eccellente spettacolo, con picchi fino a 20 meteore ogni ora. La pioggia meteorica raggiungerà il massimo durante il fine settimana (tra venerdì e la notte tra domenica e lunedì) ma già a partire da oggi 16 aprile sarà possibile avvistare qualche meteora transitare in avanscoperta e fino al 25 qualcun’altra ritardataria.
Pioggia di meteore
Saranno osservabili da tutto il territorio nazionale, isole comprese,guardando a est verso la costellazione della Lira (da cui prendono il nome), facilmente individuabile perché vi brilla Vega, la stella bianca più luminosa in quella porzione di cielo. L’orario favorisce i nottambuli: dal 19 al 22 il momento migliore è dopo le tre di notte, cioè appena tramontata la Luna, il cui bagliore disturba le osservazioni. Nel 2012 in zone particolarmente buie ne sono state viste anche otto ogni quarto d’ora e nel 1982 le cronache riportano una pioggia di 300 meteore occorsa in pochi minuti.
Ma nessun timore che precipiti sulle nostre teste qualsiasi cosa o che succeda un evento simile all’esplosione del meteorite sugli Urali dello scorso febbraio, che ha suscitato tanto allarmismo. 
Lo sciame delle Liridi è generato da particelle molto, molto più piccole (grandi al massimo qualche centimetro) lasciate nello spazio vicino alla Terra dai transiti della cometa Thatcher, che avvengono ogni 415 anni (l’ultima volta, Vittorio Emanuele II veniva incoronato primo Re d’Italia).
Inoltre il fenomeno è conosciuto sin dall’antichità: documentato dai cinesi già 2700 anni fa, si ritiene sia il primo sciame meteorico di cui si hanno notizie storiche.
Se volete un souvenir della serata, armatevi invece di macchina fotografica, con cavalletto e obiettivo a grandangolo (da 20 mm in giù) per coprire quanto più campo visivo possibile. Con pose da 15 minuti, diaframma non tanto aperto e sensibilità ISO 100 (per non saturare l’immagine) è probabile riuscire a catturare la scia di qualche bolide mentre sfreccia sulla volta celeste. Attenzione alle batterie (che si scaricano rapidamente in questa modalità) e alla condensa sul vetro dell’obiettivo.
Si possono anche realizzare filmati con altri mezzi, tenendo l’inquadratura fissa e poi estrapolare gli istanti o i fotogrammi dove compaiono le stelle cadenti. In questo caso, però, la qualità delle immagini non sarà elevata, data la media luminosità delle meteore, paragonabile alle stelle dell’Orsa Maggiore.
Campofelice foto di Roberto Soldati

16 Aprile 2013 0 comment
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Alcuni cenni di storia del territorio di Lucoli.

by Amministratore 12 Aprile 2013
Ricostruzione d’immaginazione del Castello di Collimento realizzata da Roberto Soldati.

Con questo testo vogliamo trattare del territorio di Lucoli e Campo Felice soprattutto negli anni compresi tra il 1100 ed il 1200. Territorio che oggi viene definito come compreso nell’AREA OMOGENEA DELLA NEVE.
L’aspetto che predomina, nell’osservare la conformazione storica del Comune di Lucoli, è senz’altro la reminiscenza di una tipologia insediativa caratterizzata sin dalle origini da abitati di dimensioni minime (i cosiddetti vicus) sparsi all’interno di un territorio comune, lontano dai confini della città romana.
Le molteplici frazioni che costituiscono il Comune di Lucoli derivano, infatti, da un insediamento che al tempo dei romani veniva identificato come pagus, una sorta di circoscrizione di tipo rurale, talvolta di origini preromane, accentrata attorno a luoghi di culto pagani. Non vi erano sostanziali differenze o gerarchie fra i diversi borghi, anche se in uno di essi risiedeva il Magister, patrizio rappresentante del governo romano.
Alcuni degli oneri di tale figura, come ad esempio quello della manutenzione delle strade, furono conservati anche dopo l‟assorbimento di tali organizzazioni in vere e proprie città. Nel caso dell’Abruzzo e, in particolare, nell’attuale ‟area omogenea della Neve”, la tipologia insediativa diffusa fu ulteriormente rafforzata dalle invasioni gotiche e longobarde, che portavano con sé la tradizione del “gau” tedesco, una sorta di contea che ebbe una diffusione talmente ampia da divenire, fra IX e X secolo, l’unità amministrativa dell’impero carolingio. Non si hanno troppe notizie di carattere amministrativo sui vicus romani dell’area di Lucoli, ma fu una forma di governo locale senz’altro tramandata nelle dinastie che si succedettero ad alterne vicende, per investitura o eredità, sotto l’egida dell’impero, del papato e dei vari regni. Persino i longobardi, che distrussero ogni centro della provincia romana, in realtà mantennero la struttura amministrativa nelle loro gastaldie e piccoli feudi.
I primi documenti scritti che ricordano il territorio di Lucoli fanno riferimento ad alcuni possedimenti dell’abbazia di Farfa e sono datati oltre l’anno mille: il Chronicon Farfense (1062-1099) e una bolla di Alessandro III del 1178. In compenso, si ha notizia nel IX secolo della costituzione della contea di Collimento, proprio durante l’avvento dell’impero di Carlo Magno, quando i castaldi della provincia Valeria furono elevati a titolo di Conti. La contea dei Marsi ebbe origine a metà dell’ottocento e, in qualità di feudo maggiore, si liberò della dipendenza dal duca di Spoleto (Barbato-Del Bufalo 1978, 16). Nel 926 Ugo d’Arles scese in Italia a cingersi della corona, il conte Berardo il Francisco ottenne dal re l’investitura comitale del paese dei Marsi, dando inizio a una dinastia di conti che perdurò circa tre secoli. 
I successori si divisero il feudo in tre contadi (quello della Marsica, quello amiterno-reatino con Forcona e quello di Valva), in seguito suddivisi ancora in tante piccole signorie prima dell’arrivo dei Normanni (Arpea 1964, 23).
Dopo che i figli del conte Berardo il Francico si divisero il feudo in tre contadi, il processo di suddivisione che ne conseguì diede origine alla costituzione, a Lucoli, della contea di Collimento (Barbato-Del Bufalo 1978, 121).
Il sistema di suddivisione in contadi favorì il perpetuarsi in tutto il comprensorio del governo di un signore locale. Laddove le popolazioni si erano dovute fortificare contro le usurpazioni dei barbari e dei prepotenti locali, si erano venuti a formare dei veri e propri “castra”, che consentirono l’infeudamento medievale e l’infittirsi della rete difensiva generata dalle primitive torri di avvistamento isolate.
Sono stati condotti degli studi sul Castello di Collimento edificato intorno al 1100 dal conte Odorisio (appartenente ad un ramo della famiglia dei conti dei Marsi) che possono darci delle informazioni interessanti sulla vita del tempo.
In quei tempi l’area di Lucoli ha avuto un vissuto storico piuttosto interessante, era governata da due importanti centri di potere: il “Castellum Colomonti” e l’abbazia benedettina di San Giovanni Battista. 
Lo scoglio roccioso che si protende in direzione nord sul torrente Rio, poco fuori le case dell’attuale Frazione di Collimento è stato identificato, almeno in parte, con Columente, noto dalle fonti farfensi come residenza di ben 79 fittuari (1). In questo luogo, che nella toponomastica attuale viene indicato come “il castello”, vennero rinvenuti frammenti ceramici e tracce evidenti di lavoro umano rappresentate dalla spianatura della roccia calcarea naturale e da una serie di sei o sette buche di palo. Questo tipo di ritrovamenti si possono riferire al periodo di vita della curtis e convivono con resti, anche consistenti, di epoca più antica. E’ stato ritrovato un muro in opera “poligonale”, che deve essere stato rilevante, che circonda il lato est dell’altura, di questo manufatto si parlò nel convegno “Sistemi fortificati preromani lungo la dorsale appenninica abruzzese”, Chieti, 11 Aprile 199. (2).
Composizione fotografica di Roberto Soldati


L’insediamento nella valle lucolana del conte Odorisio determinò senza dubbio il costituirsi di un centro di potere in qualche modo antagonista ai possedimenti farfensi. La posizione della valle si caratterizzava come area di frontiera, al confine con zone di maggiore centralità sia politica che geografica, ma l’insediamento di un potere a base locale come quello dei Collimentani fu senza dubbio un evento non circoscritto ma collegabile a dinamiche storiche di più ampio respiro. 
Nella scelta di quel luogo per la costruzione del castello giocarono senza dubbio una molteplicità di fattori. La valle di Lucoli offriva, infatti, quei vantaggi che probabilmente erano già stati apprezzati dagli antichi frequentatori di Colle Munito e di Collimento: una struttura morfologica stretta e allungata, ben difendibile attraverso due sole entrate naturali, a valle e a monte, e la possibilità di rimanere al tempo stesso collegati, tramite brevi tratti di sentieri montani e di mezza costa, ai territori circostanti. In quegli anni si verificarono le prime scorrerie dei Normanni che costrinsero i feudatari a costruire castelli per difendersi. La valle, inoltre, era strategicamente importante per il controllo che comunque esercitava sui pascoli di Campo Felice oltre che per un avviato sfruttamento silvo-pastorale, beni di cui godevano evidentemente le terre della curtis farfense e che per questo erano stati per lungo tempo al centro di così tante dispute. 
Il conte Odorisio volle, poi, stabilire un potere personale in un’area limitata ma economicamente ben avviata e in cui da anni il controllo e l’influenza dei grandi monasteri erano messe costantemente in discussione. Cercò quindi di impiantare un centro di potere alternativo attraverso una condotta politica sufficientemente accorta: in sostanza “capì che una qualsiasi politica di potenza non poteva in quel momento contrapporsi alla politica religioso-monastica, ma doveva passare esclusivamente per essa” (3). Il conte Odorisio fondò così ex novo l’abbazia di San Giovanni Battista, attuando una pratica che si diffondeva nel tempo: le signorie rurali attuarono una duplice politica nei confronti del potere monastico, da un lato si adoperarono per non entrarci in conflitto, continuando la pratica delle donazioni, dall’altro escogitarono il modo di non perdere il controllo sui territori tramite la fondazione di nuove abbazie, istituendo cioè nuove comunità religiose indipendenti dalle grandi abbazie e dallo stesso potere dei vescovi.
Veduta aerea della Frazione di Collimento – Foto di Roberto Soldati
Per quel che riguarda la fase della costruzione del castello le fonti sono sostanzialmente concordi nel definire il 1077 come terminus ante quem. Dalla donazione di Odorisio si evince infatti l’esistenza del castello e di tutte le sue pertinenze, compresi i vari servi e dipendenti. Nonostante questa documentazione storica l’aspetto che più ha colpito gli studiosi relativamente al sito del ‘castello’ è l’assenza di strutture medievali visibili. Non è stato possibile eseguire letture stratigrafiche degli elevati così come non è stato possibile delineare anche solo uno schizzo del suo profilo o dei corpi di fabbrica di cui fosse composto. Anche per la totale mancanza, nella documentazione cartacea, del benché minimo accenno all’aspetto del castello, per non citare la totale assenza di fonti iconografiche anche tarde. Il controllo del territorio risultò sostanzialmente di vita breve e travagliata. Il fallimento è da intendersi nell’ottica laica del controllo di lunga durata del Lucolano. È probabile che, ad una tale precarietà del potere, facesse da specchio una relativa modestia delle strutture castellane, di cui infatti, in superficie, non rimangono tracce tangibili. A questa considerazione vanno aggiunti altri due fattori: la possibilità che le strutture medievali forse non eccessivamente monumentali siano state smontate e riutilizzate in epoche successive come cave di materiali per il borgo sottostante; e che le ridotte dimensioni del castello di Odorisio (per altro confermate dalle dimensioni dello sperone roccioso) si riferiscano piuttosto ad un ridotto difensivo fisicamente staccato dall’insediamento vero e proprio. 
Purtroppo il paese attuale, che fino alla metà del secolo scorso conservava intatte molte delle sue vie e abitazioni in pietra a vista, come molti nella valle di Lucoli e in generale nei territori circostanti, ha subito pesanti restauri e nuove costruzioni a partire dagli anni sessanta del secolo scorso che ne hanno obliterato irrimediabilmente l’aspetto originario.
È difficile seguire le sorti della discendenza di Odorisio attraverso la scarsa documentazione rimasta, sebbene il documento del 1077 citi esplicitamente dei figli. Le varie ricostruzioni della genealogia dei Collimentani non sempre sembrano coincidere con le parentele espresse in alcuni documenti (4). Sebbene sia chiaro che Collimento darà il nome a tutti i futuri discendenti del conte per moltissime generazioni, è ragionevole comunque ipotizzare che i suoi diretti eredi quasi sicuramente non risiedessero più nel castello, sebbene continuassero ad esercitare una sorta di patronato sull’abbazia di San Giovanni. Nel 1126 infatti un certo Teodino Sancti Bictorini forse al tempo conte di Amiterno, presenziò alla donazione di un mulino sito in località Adunale a pro del monastero di Collimento da parte del presbitero Pagano e suo fratello Gualtiero. L’abbazia dunque continuava ad espandere i suoi possedimenti.
Fra il 1158-1168, risulta che Colimenti e Luci (Lucoli) sono per metà posseduti da un certo Benegnata figlio di Garsenio, feudatario di Gentile Vetulo. I Collimentani invece sembrano essersi ritagliati altre sfere di influenza se Todinus de Colimento possiede Ocre con altri feudi e Berardus de Colimento, suo consanguineo, possiede Stiffe, Rocca Cedici e Barile. Dopo la distruzione di Amiterno e di Forcona da parte di Federico II, il Castello di Lucoli con la sua contea e la sua abbazia fu considerato il più importante tra quelli soggetti allo Stato Pontificio (Murri 1983, 10; Chiappini 1941, 42. Nel 1229 I fiscalismi eccessivi indussero il popolo di Amiterno e di Forcona a fare ricorso al papa Gregorio IX in richiesta d‟aiuto. Il Pontefice, commosso, esortò gli oppressi a riunirsi e a fondare una città indipendente «ad locum Acculae» (Rivera G. 1906, 232-233 n. 411; Barbato-Del Bufalo 1978, 21). Con essa, pur rimanendo soggetti ai tributi imposti dal Conte di nomina regia (prestazioni feudali destinate al conte e “collette” destinate al Re), i piccoli comuni potevano dipendere da un Comune maggiore conservando un limitato potere politicoamministrativo, consistente nella libera elezione del podestà e dei consiglieri e nella facoltà di assumere provvedimenti di carattere economico e religioso (Murri 1983, 11).
Più avanti il podestà si chiamò Sindaco e i sottoposti furono detti maestri, giudici, massari, baiuli.
Nel 1581 Lucoli e le sue ville furono vendute alla famiglia Colonna di Roma. Il primo feudatario fu Marzio Colonna, duca di Zagarolo, che ebbe nove figli da Giulia Sciarra Colonna dei Signori di Palestrina e morì nel 1607. Il primogenito Pierfrancesco nel 1610 dovette vendere la proprietà al napoletano Marcantonio Palma, duca di S. Elia, per via dei debiti del baronato del padre. Ma più tardi la riacquisì suo figlio Pompeo. Intorno al 1635 Pompeo Colonna, figlio di Pierfrancesco, riacquisì il feudo che era stato alienato da suo padre. Il ramo dei Colonnesi di Zagarolo si estinse e i beni di Lucoli furono reincamerati dal Regia Corte (Murri 1972, 27-28). Messi all’asta dalla R. Corte per l’estinzione della stirpe, i beni devoluti da Pompeo Colonna di Gallicano e Duca di Zagarolo furono acquisiti per 200.000 ducati da Maffeo Barberini di Sciarra, principe di Palestrina, con atto siglato dal notaio Matteo Angelo Sparano e da Mons. Attilio Marcellini procuratore speciale del Principe Barberini, poi ratificato dal re Filippo IV con privilegio datato 5 maggio 1663 (Arpea 1999, 118).
Così, nel 1663 il principe Maffeo Barberini entrò ufficialmente in possesso dei compartimenti acquisiti, tra i quali figuravano:
  • Lucoli (con 14 ville di Lucoli e 5 di Roio) 
  • Cicolano (con 12 ville) 
  • Tornimparte (con diverse ville, Rocca Santo Stefano e Sassa) 
  • Roccadimezzo (con Roccadicambio e Terranera) 
  • Fontavignone, Fosse, Sant’Eusanio e Casentino (Arpea 1964, 158). 
Dal 1663 i Barberini governarono il feudo oltre un secolo e mezzo, anche per conto del Regno degli Asburgo (dopo il 1807, abolito il feudalesimo, rimasero pacifici possessori dei beni burgensatici in Rocca di Mezzo) (Arpea 1964, 104; Cifani 1982, 98). 1806, agosto
Prima restaurazione borbonica. La riorganizzazione territoriale messa in atto dalla prima restaurazione borbonica abolì i poteri feudali e impose un nuovo ordine amministrativo sui centri dell’Altopiano e di tutto l’Abruzzo. Prima dell’abolizione dei feudi, l’ultimo procuratore dei Principi Barberini fu Alessandro de Sanctis di Terranera, in carica dal 2 febbraio 1796 (Arpea 1999, 120).
Quando nel 1806 furono aboliti i poteri feudali e la prima restaurazione borbonica impose una riorganizzazione del territorio, la città dell’Aquila si vide organizzata in quattro Distretti, a loro volta divisi in circondari. L’Altipiano fu suddiviso fra il circondario di San Demetrio (comprendente le Rocche) e il circondario di Celano (a cui fecero capo Ovindoli, San Potito e Santa Iona), ma a Lucoli si continuò a valorizzare la caratteristica dell’insediamento diffuso, mediante il rafforzamento della sua qualità di villaggi sparsi (denominati appunto “Ville”), piuttosto che di Comune (ad oggi sembra non essere cambiato nulla…..). Bisogna ammettere, tuttavia, che, nonostante la spinta riorganizzativa del periodo napoleonico, l’attuale “area della Neve” fu mantenuta ancora in condizioni di pessima accessibilità per meglio assicurare la difesa del Regno, con il solo asse di attraversamento della via Alba-Amiterno. Una nuova strada carrabile attraversante le Rocche per congiungere L’Aquila alla Marsica fu decretata dal governo Murat nel 1814, ma rimase incompiuta fino al 1855.
Dalla fine dell’Ottocento, la costruzione delle nuove arterie carrabili fu ultimata nel secondo dopoguerra, accompagnata sempre da grandi ristrettezze e difficoltà logistiche.
Nel 1927 con decreto del 9 luglio 1927 il Comune dell’Aquila, che abbracciava un’area di 144 kmq, fu esteso con l’aggregazione totale o parziale dei territori dei Comuni vicini di: Arischia, Bagno, Camarda, Lucoli, Paganica, Preturo, Roio Piano, Sassa e della frazione San Vittorino del Comune di Pizzoli (Merlo 1942). Lucoli fu aggregato quindi all’Aquila come frazione e perse la sua autonomia comunale. 
Lucoli ritornò ad essere Comune autonomo nel 1947.

L’articolo è liberamente tratto dal volume “Ricostruzione dei territori” scritto da un gruppo di ricerca della Sapienza edito da Alinea Editore – Firenze.
Bibliografia:
(1) Riferimento elenco di servi e fittuari di Farfa costituisce il primo documento in cui compaiono toponimi del Lucolano, Ch. Farf., I, Rif. 265.
(2) Il circuito in opera ‘poligonale’ è stato censito nel 1966 da La Regina e Di Marco, E. MATTIOCCO, Sistemi fortificati preromani lungo la dorsale appenninica abruzzese, in Insediamenti fortificati in area centro-italica, Atti del convegno, Chieti, 11 Aprile 1991, a cura di R. PAPI, Pescara 1995, p. 39. Simonetta Segenni interpretò la cinta di Collimento come di epoca romana, come sostruzione per un santuario o per una villa.
(3) Clementi a proposito del conte di Penne Bernardo e della fondazione della Badia di Picciano, caso che analogo a quello lucolano, CLEMENTI 1996, p. 57.
(4) CHIAPPINI 1952 (nota 3), pp. 12-14, RIVERA 1902 (nota 3), p. 4 e A. SENNIS, Potere centrale e forze locali in un territorio di frontiera: la Marsica tra i secoli VII e XII, in Bullettino dell’Istituito Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano, Roma, 1994.
12 Aprile 2013 2 comments
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Nessun architetto potrà mai fare una cosa bella e piena di armonia come un albero, così diceva il grande Pier Luigi Nervi.

by Amministratore 9 Aprile 2013
Le piante, la flora di un territorio, assommano nel tempo significati che vanno ben oltre gli aspetti più prettamente naturalistici connessi alle varie discipline che confluiscono nella botanica, ecologia e biogeografia. Alle piante si legano e collegano la storia, le tradizioni ed i ricordi degli uomini.
E’ per tale motivo che nel ricordo del quarto anniversario del sisma del 2009 la nostra Associazione ha voluto piantumare, con il sostegno della BNL Gruppo Paribas, Filiale di Bazzano, cinquanta nuovi alberi nell’area circostante all’Abbazia di San Giovanni Battista.
Gli alberi, con la loro straordinaria forza vitale, radicati nel profondo della terra e nel contempo protesi verso il cielo, rappresentano per l’uomo un senso già ricco di contenuti simbolici ed evocativi, abbiamo voluto aggiungerne un altro: la memoria delle vittime del sisma del 2009. 
Nonostante la modernità dei tempi c’è un gesto vecchio di millenni che lega l’uomo all’albero, attraverso un impalpabile vincolo sacrale, eterno ed inscindibile che vogliamo far resistere.
La targa ricordo per il quarto anniversario del sisma con il nome della specie piantumata

Albero di ciliegio selvatico nel periodo di fioritura ne sono stati piantumati 15 attorno all’Abbazia di San Giovanni Battista di Lucoli

I bambini della Scuola Pietro Marrelli di Lucoli (AQ) hanno partecipato alla commemorazione dell’anniversario del sisma presso l’Abbazia di San Giovanni

L’inaugurazione della targa posta vicino ai nuovi alberi presso il Giardino della Memoria
L’omelia di sua Eccellenza il Vescovo Ausiliare di L’Aquila Giovanni D’Ercole durante la messa commemorativa delle vittime del sisma del 2009
E’ stata realizzata una cerimonia semplice, quasi francescana, alla presenza della comunità, di molti convenuti dalla vicina Città di L’Aquila, dei parenti di alcune vittime del sisma, del Vescovo Ausiliare Giovanni D’Ercole, del Corpo forestale dello Stato, dei rappresentanti della BNL Gruppo Paribas, della Dottoressa Beti Piotto dell’ISPRA.
La pioggia ed il freddo con temperatura di 6° non ci hanno mai lasciati, forse gli unici ad essere pienamente contenti sono stati proprio………gli alberi!
9 Aprile 2013 2 comments
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