NOI X LUCOLI
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LE RETI CONTANO…….

Attività

LE RETI CONTANO…….

by Amministratore 23 Luglio 2018


Da qualche tempo a questa parte, l’uso dell’espressione “far rete” ha cominciato a diffondersi anche nel vasto universo del volontariato, per indicare una strategia di lavoro comune tra organizzazioni diverse, volta a “unire le forze” per conseguire obiettivi che singolarmente ognuna di quelle organizzazioni non sarebbe in grado di raggiungere. La consapevolezza dell’importanza del “lavoro di rete” si è ormai consolidata in molti settori sia dell’intervento sociale che della produzione economica. A ben vedere, ognuno di noi è inserito all’interno di reti sociali di varia natura; ma non si deve pensare, qui, ai vari online social networks a cui si iscrivono sempre più persone, come Facebook o Twitter, bensì a quei contesti relazionali naturali, per così dire, che costituiscono gli scenari della nostra esistenza quotidiana: le reti familiari, amicali, professionali rappresentano l’ambiente privilegiato in cui si svolgono le nostre azioni quotidiane, che da quelle relazioni e da quei contesti traggono il loro senso. 
Di volta in volta sono proprio quelle reti di relazione, a cui spesso non facciamo neanche troppo caso, che favoriscono oppure talvolta ostacolano la realizzazione dei nostri progetti. 
NoiXLucoli ha sempre creduto in questo tipo di volontariato che si “mette in rete” per rendere più efficace la sua attività, essendo costituita da soci non residenti. La piccola “rivoluzione culturale” ci è riuscita: abbiamo collaborato e ci siamo conosciuti. Nessuno ha rinunciato a nulla cioè a qualche risorsa o a qualche “grado di libertà” decisionale o di movimento, abbiamo moltiplicato il valore di una opportunità.

La nostra “rete” venerdì 20 luglio u.s. l’abbiamo tessuta con i Tartufai di Lucoli e con la Pro Loco.
Siamo contenti e ringraziamo tutti i compagni di avventura.
Gli olaci
La pasta prende corpo
Un pasto completo
Parte dei volontari…….in tenuta da “lavoro”


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Ambiente

LUCOLI ……….QUEGLI SPINACI CHE SANNO DI MONTAGNA NOI LI CUCINEREMO INSIEME AI TARTUFAI DI LUCOLI AL TORNEO DELLE FRAZIONI ORGANIZZATO DALLA PRO LOCO

by Amministratore 19 Luglio 2018
Gli orapi, a Lucoli chiamati olaci, crescono sino ad oltre 2.000 di altitudine ed arricchiscono numerosi piatti della tradizione locale. Sono conosciuti anche come spinaci di montagna.

Vengono chiamati Olapi, Volaghe, Volatre, Olaci, Imbiede, Vollari, Farinello Buon Enrico o Buon Enrico, ma gli Orapi, sebbene abbiano più di un nome, sono unici nel gusto, quello delle montagne sulle quali crescono sino ad oltre 2.000 metri di altitudine. Queste erbe selvatiche, considerate una sorta di spinaci di montagna, crescono spontanee in di diverse zone d’Italia ma è in Abruzzo che è più facile trovarli, soprattutto in quei luoghi dove il pascolo è più intensivo ed il terreno, dunque, maggiormente concimato. Le loro foglie, dalla forma “a piede d’oca”, hanno un sapore pieno e robusto e vengono raccolte specialmente durante il periodo estivo. Ne esistono diverse specie dalle caratteristiche simili, ma la più comune è il Chenopodium Bonus-Henricus. 

Chenopodius Bonus-Henricus – ©THOMAS MATHIS/WIKIMEDIA COMMONS

Le notevoli proprietà nutritive ed il sapore gradevole rendono gli olaci un prezioso ingrediente in cucina, tanto che in Abruzzo vengono impiegati per la preparazione di numerose ricette tradizionali, che spaziano da sfiziosi primi piatti, sino a leggere insalate e gustosi contorni. Sono ottimi sia serviti da soli dopo essere stati lessati e ripassati in padella, sia in abbinamento ad altre verdure o legumi come i fagioli.


Tra i numerosi piatti di cui gli olaci sono protagonisti, si distinguono gli gnocchetti, una pasta di acqua e farina insaporita con le gustose erbette. 

Grazie all’elevato contenuto di sali minerali (come iodio, zinco, potassio, rame, sodio, calcio e fosforo), di vitamine (come B1, B12 e C) e di altre preziose sostanze quali carotene, betacarotene, clorofilla e mucillagini, gli orapi vantano notevoli effetti benefici per il nostro organismo. Sono innanzitutto considerati un ottimo ricostituente, sono antianemici, lassativi, emolienti, vermifughi e depurativi. Stimolano l’attività del pancreas ma, a causa della presenza di acido ossalico, sono sconsigliati nella dieta di chi soffre di calcoli renali.

Questo venerdì, gli olaci raccolti dai nostri soci e dai Tartufai di Lucoli, saranno cucinati in un delizioso piatto a base anche di tartufi durante una delle serate del Torneo delle Frazioni.

La nostra raccolta degli olaci

Vi invitiamo a venirli ad assaggiare il 20 luglio: la ricetta è un “segreto” dei Tartufai di Lucoli!

Il Torneo delle Frazioni di Lucoli è organizzato dalla Pro Loco e siamo contenti di poter partecipare, collaborando con l’associazionismo locale, compatibilmente con le nostre possibilità, visto che i nostri soci sono prettamente da annoverare tra i non residenti del territorio.



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Comunità

THE EXODUS….

by Amministratore 17 Luglio 2018

 

The exodus that emptied Italian towns. In six years, 75 thousand inhabitants vanished into the cities.
In small municipalities citizens are happier, but more and more people are leaving because of the lack of services and jobs. Mayors: we need tax breaks for companies in marginal areas or we risk desertification
 
GABRIELE MARTINI
Paradoxical it may be, the phenomenon seems inexorable. Although statistical indicators show that people live better in small municipalities, the exodus from smaller towns to urban areas is accelerating. In six years the villages have lost more than 74 thousand inhabitants. To put it plainly: it is as if Italy’s biggest football stadium had disappeared. In 2017 alone, more than 16 thousand residents left the village to move to the city.  
To tell the story of the great escape that is emptying Italian villages, we shall start from Cerignale, a small town near Piacenza (North) that in the seventies had 600 inhabitants. There were the blacksmith, the shoemaker, the tailor, the barber, a hotel, two grocery stores and four taverns. Today, it’s left with 127 people, a hotel, a camping site and a small retail outlet. “The exodus began when the state started giving out contributions to those who left the fields and sold their livestock. For years mountain culture has been considered less compared to that of the city. Today we pay the price for those wicked policies”, the town’s mayor, Massimo Castelli explains. “But – he warns – to reverse the course is not utopia”.  
 
Quality of life and safety  
The municipalities considered “small” are those with less than 5 thousand inhabitants. There are 5,544 smaller centers in Italy (more than two thousand divided between Piedmont and Lombardy). There live 9.9 million people, 16.4% of the population. In the villages – according to recent surveys, people – feel more protected: only 5.1% of the population considers safety a problem against 15.9% of those living in urban areas with more than 50 thousand inhabitants. Neighbors are trusted (78.2% compared to 66.1% in the cities) and the inhabitants are more likely to get together (14% compared to 10%). The houses are on average bigger and those who live there have more space available (92 square meters per inhabitant against 53 of large cities). Living costs less: an average of 119 thousand euros are needed to buy a property compared to 270 thousand euros in urban areas.  
 The statistics, in short, tell us that the quality of life in the villages is better: 70% of the population of municipalities under two thousand inhabitants are satisfied with their condition while in medium and large towns the percentage drops by more than 5 points. Yet something doesn’t add up: why do small towns empty themselves? “The problem is twofold”, Matteo Bianchi, Lega’s mayor of Morazzone (Varese) explains: “On the one hand there is a lack of job opportunities and on the other there is a lack of infrastructural connectivity. I’m not only thinking about transport, I’m also thinking about broadband. “Concrete actions are needed, such as the investment of billions of euro to bring optical fiber even to the most marginal areas”, relaunches Castelli, who is the first citizen of Cerignale. 
 
Saving post offices  
The other challenge for small villages is to increase services to citizens. Schools, health centers, shops: the recipe is to network with neighboring administrations. The presence of a post office can also make a difference. Gianluca Forno, mayor of Baldichieri d’Asti, has signed a memorandum of understanding with the national postal services in which the company undertakes not to close down post offices in Piedmonts’ municipalities with less than 5 thousand inhabitants. “This is an essential service for small towns. The post offices represent a stronghold that often replaces the bank and allows citizens to manage their money and pay their bills without having to travel through valleys to reach the city”. But for Antonio Decaro there is another requirement to save the villages: to win the battle against red tape. “It is unthinkable that a municipality with a thousand inhabitants works with the same rules as a municipality with 100,000 – he explains – Different rules must be adopted: formalities must be simplified”.  
The protagonists of this internal migration from small to large centers are young people. New families are moving to cities, where services are more accessible and there is greater social mobility. That is why the other side of depopulation is the ageing of the village population. In small municipalities, there are more elderly people and less young people than in the cities: the over 65 are over 24% of residents, while in large towns it is 22%. The percentage is reversed if the sample we consider is that of under 25s. 
 
Three points for a fresh start  
In the conference “Small City & Smart Land” – held today in Viverone, Biella – the government was asked to carry out three reforms for small municipalities: the introduction of a tax advantage for businesses that settle in marginal areas, the rethinking of the mechanism for the transfer of resources to municipalities on the basis of square kilometers and no longer only on the basis of inhabitants, the establishment of an distributive fund for weak areas as a compensation for natural resources that are born in the mountains but are consumed by those living in the plains. “Beyond big cities, there is a great west to be reconquered” Castelli relaunched. If we do it, the whole country will benefit from that”. 
Translated by Anna Martinelli
Pubblicato il 13/07/2018

 

Ultima modifica il 13/07/2018 alle ore 16:52
http://www.lastampa.it/2018/07/13/esteri/the-exodus-that-emptied-italian-towns-in-six-years-thousand-inhabitants-vanished-into-the-cities-cWjV4mWw2amBNTNo60BURO/pagina.html

 

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Attività

23 GIUGNO 2018 UNA BELLISSIMA GIORNATA DI CURA DEI BENI COMUNI

by Amministratore 25 Giugno 2018
Si è svolta sabato scorso una delle giornate di lavoro in comune organizzate da NoiXLucoli Onlus al Giardino della Memoria del Sisma e nell’area vicina all’Abbazia di San Giovanni Battista.
Tre Associazioni coinvolte: Amici di San Michele Onlus, i Tartufai di Lucoli e poi il Gruppo Alpini Salvatore Tosone di Coppito.
Molte persone arrivate anche da Roma.
Collaborare si può, lavorare insieme si può, curare il proprio territorio si può. 

Insieme abbiamo recuperato quel famoso art. 118 della costituzione che indica ai cittadini di “interagire con le amministrazioni pubbliche nella cura e conservazione dei beni comuni per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. 
L’Abbazia di San Giovanni Battista rappresenta il cuore di Lucoli e molte persone che amano questo lembo di territorio sono disposte a dedicare tempo e professionalità per la sua cura.

E’ stato fatto un grande lavoro, citiamo la riparazione dell’aiuola attorno alla quercia centenaria (piantata per ricordare i caduti di Lucoli della Prima Guerra Mondiale) e le due nuove panchine costruite con macerie di case distrutte dal sisma: le macerie testimoni della rovina delle comunità, simbolicamente sono usate per mettere di nuovo vicino le persone, con queste panchine progettate dai giovani di “Viviamo l’AQ”.

Come tradizione la nostra Associazione ha donato tre pacchi alimentari per la festa degli anziani, i premi sono stati estratti a sorte e la lotteria è stata gestita dai bambini presenti che hanno fatto a gara per estrarre i numeri.
Siamo contenti, ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti: è stata una bellissima giornata.
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Attività

SABATO 23 GIUGNO 2018 ATTIVITA’ CONVIVIALE DI MANUTENZIONE DEL GIARDINO DELLA MEMORIA

by Amministratore 19 Giugno 2018

Tanti gli amici che si uniranno a noi, tra questi anche le amiche di “Donne in Campo” e parteciperanno alla giornata fornendo i loro prodotti che saranno da noi donati agli anziani invitati al tradizionale pranzo organizzato dalla Parrocchia per la festa di San Giovanni (che si svolgerà nella medesima data).
Nella foto la coordinatrice di Donne in Campo Abruzzo
Donne in Campo-Cia è l’Associazione italiana di imprenditrici e donne dell’agricoltura, riconosciuta nel territorio italiano, presso le Istituzioni nazionali, europee ed internazionali e apprezzata dai cittadini che conoscono i mercati agricoli con le loro eccellenze del gusto e le tante altre iniziative innovative. NoiXLucoli Onlus collabora con loro da tre anni.
L’Associazione crea ‘reti’ di donne sul territorio rurale, tesse relazioni tra le aziende e costruisce comunità e gruppi locali. Il connubio straordinario tra donne e agricoltura passa attraverso l’amore per la terra, l’attenzione alla salubrità dei prodotti e ai processi produttivi, nell’impegno a tramandare le culture locali alle nuove generazioni e nell’innovazione, caratteristica determinante dell’imprenditoria femminile.
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Comunità

ABBAZIE E FRUTTETI: UN MATRIMONIO CHE DURA

by Amministratore 15 Giugno 2018
L’Abbazia di San Giovanni Battista a Lucoli

di Beti Piotto

Nel medioevo le piacevolezze sensoriali che offre un giardino sono state spesso abbandonate nelle abbazie e monasteri perché considerate un lusso che strideva con l’idea prevalente di un’indispensabile mortificazione dei piaceri terreni. Al posto della “lussuria” dei giardini sono stati invece preferiti i frutteti per onorare la memoria di San Bernardo (1090 – 1153) che sosteneva che gli ammalati dovessero passeggiare tra gli alberi da frutto per stare meglio. 
Questo concetto, seppur fortemente modificato nei contenuti, è stato mantenuto e quindi oggi c’è un vasto elenco di luoghi di culto, in Italia ed all’estero, che mantengono rigogliosi frutteti molto spesso destinati alla produzione di delicate marmellate e confetture. In alcuni casi i fedeli sono chiamati alla cura del frutteto perché è un modo tangibile di praticare la fraternità. 
Ne elenchiamo brevemente le attività legate a frutteti in due monasteri italiani, solo per dare un idea dei tanti “matrimoni” esistenti. All’ombra di un monastero millenario (fondato nel 1014), San Biagio a Mondovì, c’è un frutteto che ospita circa 200 antiche varietà di alberi da frutta. Tutte o quasi salvate dall’estinzione e innestate ad opera dei benedettini. Molte sono le varietà di mele con nomi che oggi ci sembrano curiosi: Marslin, Gamba, Ciochin Pieretta di Frabosa, Carla di Mezzavia, Violetta e tanti altri. 
Al Monastero delle Trappiste di Vitorchiano (VT) non è strano trovare le religiose guidando i trattori per la pulizia degli interfilari del frutteto. Il loro fare cistercense consente autonomia alimentare al monastero nonché la vendita di marmellate, vino ed olio. 
I prodotti alimentari provenienti dai frutteti delle abbazie sono molto apprezzati dai consumatori che prediligono il biologico. Di conseguenza è nata una risposta del mercato che commercializza gli ottimi prodotti del frutteto di molte abbazie e monasteri (http://www.emporiomonastico.it/frutteto/). 

Speriamo che anche noi, presso l’Abbazia di San Giovanni e con i frutti del Giardino della Memoria, un giorno si possa preparare delizie di questo tipo.

Si ringrazia Ercole Maurizio Manieri per la concessione delle foto scattate con drone.

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Territorio

Franco Arminio su L’Espresso: salvare l’Italia dei paesi. Riproponiamo un articolo sempre valido per gli spunti che contiene lo dedichiamo agli amministratori che verranno…….

by Amministratore 7 Giugno 2018
Una cartolina di Lucoli trovata su Ebay
I Piccoli Comuni sono un tesoro nascosto, un patrimonio universale, un asso nella manica che colpevolmente l’Italia continua ad ignorare. Non un problema, come sempre più spesso certa politica miope o in malafede prova a raccontare, ma una mancata opportunità per il Paese. Ma è proprio per questo che c’è bisogno di politiche “alte” per l’Italia interna, per la montagna e la campagna, per il grande corridoio ecologico dell’Appennino, in particolare. C’è bisogno di fermare – come dice Arminio – “l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali”; occorre iniziare a parlare di scuola, sanità e trasporti di montagna, che evidentemente non possono essere uguali a quelli di città. E, quindi, è necessario un approccio diverso e forse opposto da quello dei “santoni della finanza”. Insomma, non tutto può essere trattato con la logica dei numeri e del mercato che, peraltro, finisce per guardare solo ai territori dove ci sono molti elettori. Al contrario, sostiene Arminio, è necessario ripartire dai luoghi e dallo straordinario patrimonio di biodiversità dei paesi italiani, gli unici al mondo a sembrare tutti capitali di un impero, con i loro castelli, le loro torri, le chiese e la storia.  Occorre far conoscere e rendere contagiose le buone pratiche, lavorare sull’infrastruttura più importante che è quella della fiducia, sbloccare l’immaginazione e cominciare ad essere “visionari”. 
Per fare tutto questo, dico io, deve finire il tempo dell’attesa e della timidezza. La tragedia di Amatrice può e deve rappresentare il punto di svolta del nostro mondo.  All’esperimento della Strategia Nazionale delle Aree Interne (nei Monti Dauni a me non sta piacendo), si devono aggiungere provvedimenti tanto coraggiosi quanto concreti in materia di autonomia dei Piccoli Comuni, di dignità istituzionale dei loro amministratori (senza risorse nessuna responsabilità), di superamento dei voti ponderati, di fiscalità locale in deroga, di patrimonio immobiliare da valorizzare e di gestione dei servizi pubblici che possono e devono avere modalità alternative e locali. Politiche specifiche, per realtà specifiche. Ed allora, il vasto mondo dei Piccoli Comuni d’Italia rompa gli indugi. Partendo dalle tante e positive esperienze, trovi il modo di coordinarsi e di fare sintesi attorno ad un Manifesto di valori e ad una Agenda di azioni e provi, come suggerisce Arminio, a contaminare le stanze della politica con dei “visionari” capaci di coniugare tradizione ed innovazione.  
L’articolo di Arminio 
 *Anche chi vive in città, chi vive sulle coste, dovrebbe sentire l’urgenza di politiche alte per le terre alte dell’Italia interna. La questione è l’altezza, lo sguardo verso il futuro. Costruire un grande corridoio ecologico lungo tutto l’Appennino è azione che non si fa in pochi anni, ma è quello che serve. I paesi italiani sono un patrimonio universale. Solo noi abbiamo paesi di mille abitanti che sembrano capitali di un impero. Come si fa a non vedere che la questione dell’Italia è la questione dei paesi? Per anni ci siamo attardati sulla questione meridionale e invece c’era una storia che riguardava tutta la penisola, era la storia dell’Italia alta, dell’Italia interna, una storia che va da Comiso a Merano. L’Italia ha un asso nella manica, i suoi paesi, e non lo usa. Speriamo che venga fuori con la Strategia Nazionale delle Aree Interne. È una delle poche cose buone avviate dal governo Monti, grazie a Fabrizio Barca, che allora era ministro per la coesione territoriale. Ora quel ministero non esiste più, ma Barca ha comunque fatto in tempo ad avviare un complesso meccanismo che attualmente coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa 1000 Comuni e 2 milioni di abitanti). La Strategia, attualmente guidata da Sabrina Locatelli, impegna una serie di giovani tecnici molto preparati e molto motivati, e vede tutt’ora impegnato Barca in veste di consulente a titolo gratuito. L’assunto è che l’Italia interna non è un  problema, ma una mancata opportunità per il paese. La missione è fermare l’anoressia demografica dando forza ai servizi essenziali di cittadinanza: scuola, sanità, trasporti. A questa base si aggiungono le azioni di sviluppo locale che in tutte le regioni hanno come fuoco centrale il valore dell’agricoltura e del paesaggio. Si parla da più parti di accesso alla terra da parte dei giovani, ma le pratiche concrete sono ancora poche. A volte i gruppi di base sono più avanti delle istituzioni. Due buoni esempi vengono dalla Puglia: La Casa delle Agriculture nel Salento e l’esperienza di Vazapp nel foggiano, ma ce ne sono in tutte le regioni: fare in modo che si incrocino e lavorino assieme è uno degli obiettivi del mio lavoro e della Casa della paesologia, un’esperienza che mette insieme tante persone che incontro nei miei giri nell’Italia interna. Sull’Appennino negli anni scorsi sono arrivate le pale eoliche e sono andate via le scuole. Ora è il tempo di tornare a ragionare di servizi e di investimenti. In una logica di mercato e non di sussidio, ma senza dimenticare che al Sud negli ultimi anni sono state sottratte risorse preziose da governi centrati sui problemi del Nord. C’è bisogno di un grande investimento dello Stato per mettere in sicurezza le case fragili delle zone altamente sismiche. L’Articolo 42 della Costituzione andrebbe inteso sempre più nel senso di garantire la funzione sociale della proprietà. In altri termini i palazzi dell’Italia interna non utilizzati dai proprietari dovrebbero diventare beni comuni. Forse più che del teatrino della politica bisognerebbe parlare di scuole di montagna. Bisognerebbe riflettere sul valore di tutta una serie di mestieri che vanno perdendosi. Bisogna far conoscere la storia di Giovanni Cualbu, pastore sardo che si oppone a una multinazionale giapponese che vuole installare un gigantesco impianto per la produzione di energia solare lì dove pascolano le sue pecore. La Strategia Nazionale ha previsto di realizzare in Basilicata una Scuola della pastorizia. L’ottica è quella di rendere attrattiva l’Italia considerata più marginale. Ma ovunque ci si scontra con una burocrazia troppo lenta e con una politica dal fiato corto, attratta dalle azioni che fanno notizia e dai territori dove ci sono molti elettori. L’Italia dei paesi ha bisogno di un approccio radicalmente ecologista. Seguire più la lezione di San Francesco che quella dei santoni della finanza. Forse è arrivato il momento di rendersi conto che è andato in crisi il paradigma meccanicista-industrialista che pensava i luoghi come inerti supporti della produzione di merci. Ripartire dai luoghi significa ripartire da un patrimonio di biodiversità straordinario. Da questo punto di vista non parliamo di luoghi della penuria, ma di luoghi della ricchezza. E lo stesso vale per la sociodiversità. Ovviamente questo approccio non può eludere il binomio mercato e lavoro. I paesi italiani se non ricevono domande non hanno lavoro e senza lavoro il territorio deperisce. Si può immaginare che i paesi saranno oggetto di domanda e dunque di lavoro per via della loro diversità.  Pensiamo che oggi ci sia un bisogno di diversità. Il lavoro cruciale è dare fiducia, portare nei luoghi le persone che fanno buone pratiche. Forse è il momento giusto per coagulare, per dare coesione, per mettere assieme ciò che per troppo tempo è rimasto isolato e disperso. Ci vuole un’idea di sistema. Nei prossimi anni ci sarà un ritorno ai paesi e alla campagna. Il lavoro da fare è dare forza a questa tendenza che è già in atto, è mettersi alle spalle l’idea che i paesi sono destinati a morire. Quella dei paesi in estinzione è una vera e propria bufala mediatica. In Italia non è mai morto nessun paese. Si sono estinte piccole contrade, ma i paesi non sono mai morti, al massimo sono stati spostati a seguito di terremoti o frane. Se l’Italia dei paesi non esce dal clima depressivo è destinata all’insuccesso qualunque strategia. La prima infrastruttura su cui lavorare è di tipo morale, è l’infrastruttura della fiducia: è il ragionameno da cui parte la festa della paesologia ad Aliano, una festa che mette insieme il meglio delle arti e dell’impegno civile al servizio delle piccole comunità e del mondo rurale, in conflitto con gli scoraggiatori militanti e con le vecchie equazioni: piccolo paese-piccola vita, mondo rurale-mondo arretrato. É importante dare alla parola contadino un prestigio che non ha mai avuto, riportandola all’antica funzione di custode del territorio, oggi più attuale che mai, soprattutto in prospettiva futura. Pensiamo agli artigiani del cibo, proprio per sottolineare la cura con cui si coltivano e si trasformano i prodotti. Il cibo che unisce bontà e qualità terapeutiche. È il lavoro che sulla scia Slow Food fanno tanti. Mi piace segnalare Peppe Zullo sui monti della Daunia e Roberto Petza che in Sardegna utilizza e rielabora i prodotti del territorio e della tradizione e li ripropone in forme originalissime. A Siddi si fa non solo ristorazione di respiro internazionale ma anche attività di formazione delle nuove generazioni rieducando al cibo e al gusto le persone attraverso una microfiliera locale del vino, dei formaggi, degli ortaggi e dei salumi. 
Bisogna uscire dalla dittatura del consueto che spesso caratterizza le piccole comunità. Una buona pratica per i nostri paesi è lo sblocco dell’immaginazione. In fondo la tradizione è un’innovazione che ha avuto successo. Troppo spesso nei piccoli paesi si ha paura di essere visionari, come se questo ci potesse assicurare un giudizio di follia da parte degli altri. Urge anche nelle stanze della politica la presenza dei visionari che sanno intrecciare scrupolo e utopia, l’attenzione al mondo che c’è col sogno di un mondo che non c’è. (Franco Arminio, L’Espresso, 11 settembre 2016).
http://www.melascrivo.it/franco-arminio-su-lespresso-salvare-litalia-dei-paesi/
7 Giugno 2018 0 comment
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Territorio

Coltivare memorie: la Storia dopo il terremoto di Silvia Mantini

by Amministratore 22 Maggio 2018

Individui, comunità e istituzioni in emergenza


“Il sisma del 2009 ha imposto all’Aquila, e alle sue generazioni, una sparizione improvvisa della vita e delle tracce del suo centro storico, fulcro, sin dalle origini della città, della convivenza, della concentrazione delle attività economiche, della sociabilità. Per questo è diventato essenziale, nel processo educativo condotto all’indomani dell’evento, nelle scuole e fuori dalle scuole, sin dall’infanzia, cercare di trasmettere ai bambini, nati dopo il 2009, la storia di qualcosa che non hanno mai visto, ma che rappresenta la scenografia del mondo in cui vivono e di cui ascoltano la storia narrata dai loro nonni e dai loro genitori. Trasmettere, poi, il sapere storico agli adolescenti, che hanno un ricordo vago del loro prima e del loro dopo il 6 aprile, diventa fondante al fine di consolidare la consapevolezza di una identità che non deve essere sbiadita, ma che concorre a rappresentare il raccordo tra un passato, da rivivere nelle attuali ricostruzioni di tracce architettoniche e urbanistiche, e un presente. Molti giovani hanno, in questi anni post-sisma, reinventato un loro luogo e sono convissuti, in nuove percezioni, con la loro città “puntellata”, nella quale hanno immaginato normalità originali, come fare parkour sulle rampe dei cantieri, o scrivere brani con protagoniste le gru, diventate oggetto dei loro racconti e documentari d’amore. Coltivare la memoria è poi l’impegno dei giovani che dovranno scegliere il loro futuro di permanenza o di emigrazione. 
La nostalgia del futuro: è possibile convivere con il terremoto? Avevano 9 o 10 anni o 13 la volta dello scorso terremoto, il 6 aprile 2009 all’Aquila. Hanno capito quel che stava avvenendo e hanno perso l’adolescenza “normale”, quella delle abitudini: la cameretta, la squadra, la danza, la casa della nonna, la scuola. Piccoli cittadini italiani diventati diversamente adolescenti, separati dai loro tanti giochi per i quali non c’era più spazio, tra tende, traslochi, progetti-case, scuole-musp, parrocchia-map. Con gli altri aquilani, e non solo, hanno dimostrato tanta forza e resilienza, sapendosi reinventare nuovi destini, con i magoni e la nostalgia del futuro, apparso sempre più impossibile. Poi sono arrivati per tutti, o quasi, luoghi nuovi, a volte apparentemente più belli, che hanno preso il posto delle precedenti abitazioni. Ragazze e ragazzi hanno inventato la loro città mezza rotta. Hanno tirato un sospiro, guardato il Gran Sasso e pensato che dovevano andare avanti, ma che non dovesse mai succedere ad altri. Poi, in una notte d’estate, durante la Perdonanza di Celestino V e con una città in festa, piena di giovani, musiche straordinarie e sapori di possibile, si sono messi a letto ed è tornato il mostro con tre minuti di ritardo, alla stessa ora di sette anni prima, non alle 3,32, ma alle 3,36. Loro, 17 anni oggi, o 19 o 21, i “piccoli” di allora che sono stati gli ultimi a ricordare L’Aquila “di prima”, sono saltati terrorizzati. Hanno tirato i genitori in strada, per uscire fuori e non cascarci più nella storia che è normale così e tutto è sicuro. Hanno seguito sui social tutte le notizie in diretta, hanno pianto, hanno visto montagne di smarrimenti e dolori noti: poi hanno passato il loro pomeriggio aquilano, colpito da un pugno nello stomaco, a fare scatoloni per Amatrice, togliendo dall’armadio tutti gli abiti più cari, quelli conservati anche di nascosto. Ne è nato un filo di partecipazione commovente che porta direttamente tra altri terremoti, per smaltire la paura e immaginare giovani amici di esperienza comune, con un segno della loro Storia addosso. Le città dei terremoti non vivono con la paura di una damnatio memoriae che può essere procurata dall’uomo, come nelle guerre, ma con la paura di un ignoto in agguato. Le città dei terremoti risorgono come prima, senza essere le stesse, o più belle, ma in un tempo così lungo da perdere gli abitanti e avere gli acquirenti. Le comunità economiche, i tessuti sociali dilaniati da questi eventi meritano sicurezza. 
Convivere con il terremoto cambia la lettura del presente: per questo molti giovani vanno via dall’Aquila e dalle terre dei sismi, perché scappano dal peso di non voler affrontare questo presente pesante. 
E quindi come pensare le città post-sisma? Di acquirenti e non di abitanti? Il terremoto induce i singoli a contare il tempo avanti, a voler pensare a una normalità immediata, a contare quanto si è perso e si sta perdendo e a essere insofferenti all’attesa di qualcosa che verrà, che sarà più bello, come dicono i turisti e chi non vive nelle città colpite. Per difendere la possibilità di vivere nell’Italia dei terremoti non bisogna aspettare che il terremoto ci restituisca città antisismiche che perdono, tuttavia, i loro originari abitanti. 
Si può sperare in città sicure da subito, con interventi mirati e diffusi, in zone individuate come a rischio. Sono necessarie operazioni che insegnano alla cittadinanza ad avere un ruolo attivo nel recupero della propria identità di territorio sismico, per fugare rassegnazione e attesa, implementando una partecipazione diversa alle dinamiche della propria città e della sua storia. 
È un percorso lungo, che deve iniziare subito. Quale è il ruolo della Storia quando un centro storico resta congelato per circa un decennio? 
Certamente quello di restituire le memorie ai luoghi che, nel tempo, tornano ad essere vissuti”.
Questo interessante articolo dell’amica Silvia Mantini offre degli spunti agli Amministratori (futuri) di Lucoli, al corpo docente delle Scuole locali e a tutte le Associazioni del territorio che vogliano coinvolgersi nella “ricostruzione della memoria” per non perdere gli originari abitanti.
NoiXLucoli Onlus ha  “fissato” nel 2010 l’attimo post terremoto con i lavori degli alunni della scuola Pietro Marrelli, che avevano dai 5 agli 11 anni: i loro mosaici sono in un monumento all’interno del Giardino della Memoria del Sisma. 
La speranza era ed è raffigurata in quelle immagini, i lavori realizzati artistici furono realizzati con i pezzi di vita andati in frantumi: tazze, piatti, materiali ceramici vari. 
Il sole che splende c’è in tutte le opere.
La costruzione del Giardino della Memoria del Sisma nel 2010 un gruppo di amici che hanno lavorato tanto
I bambini di Lucoli di allora sanno di aver “lasciato il loro segno” in quel luogo per poter tornare a ritrovarlo.
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Tratto da:

22 Maggio 2018 0 comment
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Attività

DONATECI IL VOSTRO 5X1000 NON COSTA NULLA!

by Amministratore 11 Maggio 2018

Le associazioni Onlus vivono con le quote sociali, con sostegni pubblici (non sono stati per noi), per  le attività a pagamento (abbiamo sempre donato e mai fatto pagare nulla) e con le DONAZIONI  DEL 5X1000.
La nostra attività di volontari è sostanzialmente spesa verso il Giardino della Memoria del Sisma ed il Parco della Rimembranza di Lucoli e poi verso la divulgazione dei principi della biodiversità e della salvaguardia della natura. Abbiamo realizzato diversi progetti didattici con i bambini di Lucoli.
Le immagini degli alberi del Giardino della Memoria dovrebbero trasferire ai nostri lettori la motivazione che ci anima nel custodire questo bene del territorio aperto a tutti e che coltiviamo da otto anni.


Per donare il 5X1000 all’Associazione NoiXLucoli Onlus indicare il seguente Codice Fiscale: 93047640664

Vi ringraziamo
11 Maggio 2018 0 comment
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Il Giardino della Memoria

JoAnn Ugolini HAS A TREE IN OUR MEMORY GARDEN

by Amministratore 8 Maggio 2018

La pittrice JoAnn Ugolini è stata molte volte a Lucoli le sue origini sono dell’Abruzzo e più precisamente di Nerito.

JoAnn e Don suo marito hanno lavorato con noi al Giardino della Memoria per le tradizionali manutenzioni essendo ecologisti convinti ed hanno adottato un albero: un Melo Imperatore.
Il 12 Maggio JoAnn realizzerà una importante mostra a New York abbiamo pensato di far conoscere il suo valore anche a Lucoli, riportandovi la sua biografia artistica.
JoAnn Ugolini’s paintings and collages are a lifelong meditation on the relationship between gesture and meaning, simultaneously affirming and undoing. Focus is on both the breakup and building of layers, interrupted and interspersed, reflecting the contradictions and ambiguities of everyday life.
Collages are constructed from fragments of paintings or Roman posters pulled from contemporary Roman walls. Fragments are pasted one over another, building strata of time and language, interrupted messages, suggestions of images, and spontaneous fields of color.
Over the years, these collages have become denser, the torn pieces smaller, and the surfaces entirely rebuilt. The latest work from this series, I never agreed to cooperate, is a 24 by 24 by 1.5-inch collage made up of thousands of tiny pieces of torn posters.
About a year ago, she began a graphic memoir, My Life as a White Person. “I am a white person in a country that puts black people’s lives at risk every day. My goal in this work is to reexamine and represent in my art my relationship with this critical aspect of our culture.”
In the spring of 2017, she stopped using posters as material and began making collages from torn pieces of her own paintings. Some of these paintings remained intact. From the same space as the memoir, the titles of these series appeared: my life as a white person, I never swam in the olympics, you can’t have everything you want, etc. Some of this work and excerpts from the memoir are presented in the current exhibit, My Life as a White Person, at Barbara Anderson Gallery in Berkeley.
As part of a collaborative Artist’s Book, S E C O N D Language, with poet, Kathleen Fraser, Ugolini produced a series of collages while working as a visiting artist in a shared studio at the American Academy in Rome. The original book is in the Special Collections at the Beinecke Library (Yale University).

Il Melo Imperatore adottato da JoAnn Ugolini e da suo marito Don Cushman

8 Maggio 2018 0 comment
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